La legione romana di epoca repubblicana

Ancora oggi, quando si parla di storia militare, è impossibile non fare il nome della signora dell’antichità: Roma. I legionari romani sono infatti citati su tutti i testi di storia militare e vengono tutt’oggi presi ad esempio nelle accademie militari di tutto il mondo. Il fante romano rappresenta disciplina, ordine, determinazione e resistenza.

Dopotutto i figli della Lupa furono i veri titani dell’antichità, capaci di creare un impero che andava dalla Britannia fino ai deserti arabici. Lo fecero per così tanto tempo e così bene che poterono chiamare il Mar Mediterraneo “Mare Nostrum”, e che aggiunsero al termine pax, pace, quello di romana: perché non vi erano né civiltà né pace al di fuori dell’impero. Questi piccoli uomini, perché in effetti bassi erano in confronto ad altre popolazioni, tanto che i celti si stupivano della statura dei romani ed erano soliti prenderli in giro (prima di prenderle sonoramente come sempre), riuscirono a sconfiggere in meno di un secolo i più grandi regni del Mediterraneo, cancellando dalla mappa geografica Cartagine, la Macedonia, l’Impero Seleucide e l’Egitto dei Tolomei.

La migliore caratteristica della burocrazia, delle élite e dell’esercito romano fu la grande permeabilità. I romani sapevano bene di essere superiori a tutti gli altri perché fondavano la propria arte militare sulla disciplina e la strategia, ma non furono mai così saccenti da credere di non poter migliorare. Anzi, l’intera storia dell’espansione romana è contrassegnata dall’incessante e costante attenzione agli strumenti degli altri popoli: dagli iberici copiarono il gladio a doppio taglio pensato per colpire di punta, ai celti copiarono la lorica (armatura) hamata (ad anelli) e l’elmo con i paragnatidi mobili. Dai greci e dai regni ellenistici appresero l’uso di costruire gigantesche armi d’assedio e più tardi dai popoli delle steppe copiarono le tecniche e l’armamento degli arcieri a cavallo.

Roma infatti, come tutti gli imperi, era uno stato multietnico, ma non per questo multiculturale. Ogni religione era accettata, a patto che si adorasse l’imperatore, ogni popolo era ben accetto, a patto che seguisse la legge, ma di cultura ve ne era una sola, ed era quella greco-latina dei mores romani. Grande permeabilità, elasticità ma anche spietata furia vendicativa e punizioni tremende, ecco le armi con qui Roma divenne grande; ma nulla di questo sarebbe stato possibile se non avesse avuto lo strumento bellico più potente, efficiente, forte e multifunzionale dell’antichità: la legione. La storia militare di Roma è stata studiata a fondo fin dai tempi di Carlo Magno, che probabilmente si faceva tradurre e leggere Vegezio – il barbaro non sapeva leggere! -, ed ancora oggi molte lezioni impartite dalle legioni sono materia di studio.

La legione romana si perfezionò sempre di più di nel tempo. All’alba della città eterna infatti l’esercito dei Quiriti, come erano soliti chiamarsi, copiava il modello greco della falange oplitica. Le guerre con i latini ne cambiarono la fisionomia, che assunse la struttura a manipoli, piccoli distaccamenti di 60 uomini più agili e meno goffi della lenta falange oplitica, mentre l’organizzazione e l’arruolamento avvenivano per censo. In base alle ricchezze ogni romano era tenuto ad armarsi e a servire lo Stato. Ogni cittadino serviva infatti nell’esercito, se chiamato, dai sedici ai quarantasei anni, poiché il diritto di cittadinanza non era uno scherzo e non bastava pagare le tasse per avere questo privilegio ma bisognava anche essere pronti a morire per la propria Patria.

Poche volte la città di Roma rischiò l’estinzione. Una di queste fu sicuramente durante le incessanti guerre con Cartagine. Quando i romani affrontarono Annibale, la legione romana era ormai molto diversa da quella delle origini. Lo storico Polibio ne fornisce una descrizione dettagliata: ogni legione era composta da circa 4.200-5000 legionari, divisi nelle cinque categorie di Velites, Hastates, Princeps, Triares ed Equites. I Velites erano i combattenti più giovani, armati alla leggera. Indossavano pelli di animali (lupi, volpi, orsi, e mammiferi di piccola taglia), per spaventare il nemico. Erano la fanteria leggera che apriva la battaglia lanciando giavellotti contro il nemico. Gli Hastati erano la prima linea, armati con grandi scudi si schieravano in formazione e dopo il lancio dei pila (giavellotti) combattevano con il gladio. Erano anche loro poco armati, con placche di bronzo o ferro sul busto e generalmente un elmo di tipo italico. Quando gli Hastati erano in difficoltà intervenivano i Princeps, i veterani. Questi erano armati pesantemente con armature ad anelli ed elmi latini o greci, avevano le stesse armi degli Hastati e combattevano allo stesso modo. Qualora la battaglia stesse prendendo una brutta piega sarebbero intervenuti i Triarii. Questi non erano solo la riserva nonché la terza linea dell’esercito, ma anche i veterani più temprati, ricchi ed anziani. Erano armati con lunghe lance di legno e combattevano come una falange greca, in strette e serrate formazioni che facevano delle lunghe lance la loro arma principale.

La legione si schierava per manipoli e a scacchiera, in modo tale da non fiaccare al primo urto l’intero esercito ma avere sempre delle forze fresche pronte allo scontro. La cavalleria, almeno fino alle riforme di Costantino, era un elemento secondario nell’esercito romano, tutto incentrato sulla fanteria pesante. I cavalieri delle Guerre Puniche erano molto spesso socii latini o Equites (nobili) romani, armati alla leggera di giavellotti da lancio. Gli Equites avevano solo compiti di pattugliamento ed esplorazione, e sul campo di battaglia dovevano evitare che il nemico circondasse la formazione per colpire la legione sul fianco o sul retro.

Questa fu la legione che combatté tutte le Guerre Puniche e che sconfisse più volte i più forti e numerosi eserciti greco-ellenistici. Con questo esercito Publio Cornelio Scipione si assicurò gloria eterna sconfiggendo il geniale Annibale, considerato ancora oggi uno dei migliori generali dell’antichità. La legione repubblicana venne completamente rinnovata dal genio di Gaio Mario, che ne perfezionò non solo l’addestramento, ma anche lo schieramento e l’armamento.

(di Marco Franzoni)