La falange oplitica, la (quasi) invincibile fanteria greca

Le trasposizioni cinematografiche ci hanno mostrato spartani ignudi che rompono la formazione a falange, ci hanno mostrato un belloccio Achille che combatte più come un maestro ninja che come un antico miceneo. La verità è molto lontana da tutto ciò. La falange oplitica era la formazione più forte di tutta l’antichità, almeno fino all’arrivo della legione manipolare romana. I greci, tutti chiusi nelle diverse poleis (le numerose città stato che componevano la geografica ellenica) erano in perenne stato di guerra fra loro. Guerra stagionali ovviamente, che iniziavano in primavera e finivano in autunno o in tarda estate. Si combatteva per i pascoli, per le rotte commerciali e per le poche pianure coltivabili presenti nella frastagliata penisola greca.

In questo ambiente roccioso e poco praticabile, i greci svilupparono uno stile di combattimento unico, basato su un grande scudo tondo (hoplon) e su delle formazioni compatte e fitte di soldati. Le falangi oplitiche erano delle solide schiere di guerrieri che marciavano all’unisono, accompagnati da suonatori di flauti e trombe. Se avete mai visto una partita di rugby potete paragonare benissimo una formazione oplitica a una mischia. Uniti, compatti, stretti l’un l’altro, gli opliti avanzavano con le lance in resta o sollevate per macinare morte. Ogni oplita portavano un elmo, (kranos), dalle fogge diverse con piume o crini di cavallo colorati per incutere timore. Molti non indossavano alcuna armatura, alcuni si presentavano in battaglia nudi, ma generalmente, i cittadini più facoltosi indossavano corazze di lino indurito o di bronzo. Le prime erano tendenzialmente favorite perché più leggere e malleabili. Il gigantesco scudo rotondo forniva già da sé grande protezione.

Erano la fanteria per eccellenza dell’antichità. Quando una falange oplitica si scontrava con una formazione dalle diverse caratteristiche, come la fanteria persiana o egiziana, la battaglia era vinta in partenza. Nessuno poteva opporsi alla spinta e al peso delle otto file di opliti che componevano una formazione. Le cose cambiavano quando erano due falangi a scontrarsi fra loro e in quei casi la battaglia si risolveva in un massacro: scudi contro scudi, con le lance che cercavano di colpire le teste o le spalle della formazione avversaria, pure le ultime file della falange spingevano più che potevano. L’obbiettivo infatti era quello di rompere la formazione avversaria e bastava che un solo uomo cadesse o voltasse le spalle al nemico e la battaglia era vinta.

Rotta la formazione il nemico si dava alla fuga e gli opliti vittoriosi si davano all’inseguimento cercando di uccidere chiunque. I combattenti delle prime file, schiacciati da centinaia di uomini alle loro spalle e pressati dal nemico di fronte spesso si ubriacavano prima dello scontro, per trovare il coraggio e la folle volontà di combattere. Erano battaglie crude e durissime, dove si sentiva l’alito del nemico e il sudore di chi stava a fianco e dietro. Rompere la formazione, fuggire o caricare a testa bassa era considerato non solo un atto codardo, ma anche folle. Combattere da soli? Ancora più insensato. La falange era un tutt’uno, e bastava anche la minima esitazione o il minimo errore e la formazione poteva essere compromessa.

Nell’antica Grecia c’era però una città stato che aveva perfezionato non solo l’arte oplitica, ma l’uomo stesso. Una città stato che aveva forgiato l’uomo perfetto per combattere in una falange: Sparta. Allevati fin dalla nascita in comune, con un senso di cameratismo così spiccato che non esistevano gelosie o invidie fra di loro, gli spartiati erano i perfetti tasselli di questa micidiale fanteria pesante. La loro stessa vita era volta alla falange oplitica. Il fondatore di Sparta Licurgo aveva pensato a tutto; addirittura c’era una legge che vietava agli spartani di lavarsi più di tre volte l’anno: avere un odore nauseabondo infatti schifava i nemici che dovevano tapparsi il naso durante i combattimenti, permettendo così agli spartiati di sopraffarli.

Numerose sono le testimonianze che esaltano la grande abilità marziale degli spartani. Uno tra questi, Plutarco dice che «era uno spettacolo grandioso e insieme terrificante vederli avanzare, al passo cadenzato dei flauti, senza aprire la minima frattura nello schieramento o provare turbamento nell’animo, calmi e allegri, guidati al pericolo dalla musica.» Unico problema della falange oplitica –e macedone poi- era la manovrabilità. Una formazione tanto fitta e compatta faticava sui terreni accidentati, e di fronte alla manovrabilità e agilità delle coorti e dei manipoli romani ebbe sempre la peggio.

(di Marco Franzoni)