Le prime legioni di Roma

Lunghe colonne di legionari in marcia, passo cadenzato, calzari borchiati che fanno tremare il terreno. Il passo dei legionari è ritmato e viene scandito dal canto dei soldati tenuti in riga ed in ordine dai centurioni che svettano nella colonna grazie alla loro cresta rossa. Ogni legionario si porta con se un pesante zaino con tutto il necessario per combattere, difendersi, cucinare, pulire il proprio armamento, montare la tenda, montare il campo, riparare il materiale rovinato ed insieme gli effetti personali. Le scintillanti armature a piastre orizzontali e l’elmo “gallico-imperiale”, con i grandi paragnatidi e il largo paranuca brillano sotto il sole. Questo è l’immagine che subito si materializza nella nostra mente non appena sentiamo evocare da qualcuno Roma ed il suo esercito. Mantelli rossi, scudi quadrati, formazioni perfette, fra cui primeggia la famosa “testudo”, la testuggine formata dagli scudi dei legionari di una centuria. Eppure, per arrivare al perfetto bilanciamento delle legioni imperiali, per arrivare a forgiare i corti gladi e a studiare i leggeri “pila”, i giavellotti che si piegavano una volta raggiunto il bersaglio per non essere riutilizzati dai nemici, i Romani ci misero più di quattro secoli.

La nostra immagine dei legionari è infatti quella del primo principato e dell’impero, dalla fine del I a.C. circa, fino al 200 d.C. circa. L’esercito romano fu il garante non solo delle grandi conquiste di età repubblicana e imperiale, ma anche della famosa “Pax romana” che fece fiorire la civiltà latina in tutto il Mediterraneo portando la civiltà fin su nelle regioni dei “barbari”. Il grande futuro di questa città italiana non era d’altra parte così scontato ai suoi esordi. Nata dall’unione di diversi villaggi di pastori e agricoltori posti su diversi colli a fianco del fiume Tevere, inizialmente Roma era una città come tante altre. E come i suoi vicini Sanniti, Latini, Volsci, Equi, Etruschi e Sardi mentre combatteva sanguinosamente per non soccombere, risentiva fortemente dell’influenza greca. Stanziati in Italia meridionale ed in Sicilia da tempo immemore ormai, la famosa Magna Grecia, la cultura greca esportò fra i barbari italici non solo statue, oggetti, vasi e la grande cultura delle poleis elleniche, ma anche l’arte della guerra.

Le legioni romane dell’età dei re e della prima repubblica si basavano infatti sul metodo di combattimento oplitico inventato ed esportato in quasi tutto il Mediterraneo dai Greci. La tradizione vuole che la prima legione nacque ai tempi di Romolo e fosse formata da 3.000 guerrieri, ognuno proveniente dalle tre primitive tribù in cui era divisa la città. In seguito alle riforme di Servio Tullio, (seconda metà del VI secolo a.C.), l’esercito della piccola città laziale venne riorganizzato in maniera timocratica: i soldati erano ripartiti in base al censo, più eri ricco – e la ricchezza era calcolata in base al possesso fondiario- maggiore doveva essere il tuo armamento in battaglia.

Di conseguenza non erano numerosi i romani che potevano permettersi un’armatura oplitica completa, atta a combattere nelle fitte falangi di guerrieri. Coloro che non potevano permettersi ne armatura ne armi venivano inquadrati nelle squadre di supporto di falegnami , fabbri, suonatori di corno ecc. I nobili più facoltosi combattevano a cavallo formando di conseguenza la cavalleria dell’esercito. L’aspetto di un oplita romano non differiva molto da quello di un oplita greco, se non per piccole varianti tipiche dei popoli italici. L’elmo era quello classico corinzio, calcidico o illirico. Lo scudo poteva essere ovale, ma generalmente era rotondo, mentre il gladio era ricurvo come la kopis greca. L’armatura era di bronzo o lino pressato e indurito, spesso poteva essere di cuoio mentre a volte a coprire il petto dei legionari vi era un semplice quadrato di bronzo. Nei secoli della lenta ascesa di Roma a dominatrice dell’Italia la legione cambiò spesso forma e dimensione, fino a diventare quella ben oliata macchina da guerra capace di affrontare i Cartaginesi e la temibile famiglia Barca, di cui facevano parte Amilcare e suo figlio Annibale, nelle due Guerre Puniche.

La storia dell’ascesa di Roma fino alla completa conquista dell’Italia fu un susseguirsi di guerre sanguinose e violente, ma il suo destino di grandezza era scritto, per diversi motivi, fin dalla sua nascita, come scrive Braudel:

“Naturale è quindi per lei la possibilità, e naturale il sogno, di dominare il mare in tutta la sua estensione”.

(Il Mediterraneo, cit. a p. 10, ed. Bompiani).

(di Marco Franzoni)