Roma: ius soli e cittadinanza facile? Una falsità assoluta

212 d.C., l’imperatore Caracalla estende la cittadinanza, attraverso la Constitutio antoniniana, a tutti gli abitanti dell’impero romano. Siamo agli inizi del III secolo dopo Cristo, l’impero romano domina un territorio immenso che si estende dalla Britannia fino alle lande desertiche della Siria e del Nord Africa. Roma è l’unica grande potenza a controllare il mar Mediterraneo che di conseguenza è chiamato Mare Nostrum, “il nostro mare”.

L’unica vera minaccia per l’Imperium non sono tanto i Persiani ad est, o i barbari del nord e delle steppe eurasiatiche, ma piuttosto la sete di potere dei vari pretendenti al trono. L’imperatore Caracalla decide, per evitare ogni spiacevole sorpresa da parte di avidi generali, di aumentare la paga a tutti i legionari, assicurandosi così la loro fedeltà.

È l’esercito infatti a comandare, le legioni possono fare e disfare imperatori, mentre la violenza è trattenuta a stento da imperatori soldato e dalle leggi dello Stato. Sono ancora lontani gli spettri del IV e del V secolo quando l’immigrazione inarrestabile dei Barbari, la crisi economica e morale, nonché l’instabilità delle istituzioni ed il dominio della burocrazia porteranno alla caduta dell’impero romano d’Occidente.

Per poter pagare i soldati Caracalla ha però bisogno di liquidità, le casse dello Stato sono infatti sempre in rosso: la burocrazia, l’esercito e le spese di corte, nonché il mantenimento degli edifici pubblici, assorbono tutte le entrate. Serve denaro. Il giovane imperatore decise di conseguenza di battere non solo una nuova moneta più povera d’argento delle precedenti, ma di promulgare anche una legge che prevede l’estensione della cittadinanza a tutti gli uomini liberi che abitano all’intero dell’impero.

È una legge speciale, una tantum, decisa ed approvata solamente per poter allargare il numero di chi paga le tasse, ed assicurarsi così che i forzieri dell’impero non si svuotino più del dovuto. Questa legge non cambia lo stato delle cose, il diritto di cittadinanza a Roma lo si guadagna solo se si nasce da genitori romani: vige il cosiddetto Ius Sanguinis, il diritto del Sangue. È il giurista Gaio, nelle sue celebri “Istituzioni”, a confermarci la validità di questa legge.

Gaio afferma infatti che erano cittadini romani i figli legittimi di un cittadino, ovvero quelli nati da un’unione ufficiale.  Ai tempi di Caracalla erano già tre secoli che il nome di Roma coincideva con quello del mondo Mediterraneo ed Europeo, ed è quindi naturale supporre che i cittadini romani fossero più della metà della popolazione. La sua legge era in ogni caso una novità assoluta: Roma non ha mai infatti neanche minimamente considerato di poter allargare la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’impero senza che questi ne conoscessero l’onere e gli onori.

In età repubblicana i cittadini erano chiamati a combattere in difesa della patria servendo nelle legioni. Le cose erano leggermente diverse nel III secolo: i soldati erano infatti dei professionisti, uomini che facevano delle armi e della guerra il proprio mestiere, ma ciò non voleva dire che essere un cittadino romano fosse una questione priva di doveri.

Servire lo Stato, venerare la figura dell’imperatore, non infrangere la legge, pagare le tasse nonché aderire al mos maiorum ed alla cultura romana erano il decalogo del buon cittadino. Non v’è infatti alcun dubbio: Roma era una realtà multietnica, capace di tollerare la presenza di un enorme numero di religioni e riti diversi, ma rigidamente monoculturale. La cultura dominante, la lingua scritta e parlata, nonché le tradizioni ed i riti di stato erano romani, di origine latina e greca.

I funzionari dello stato potevano essere solo cittadini romani, poco importava che questi avessero origini iberiche, (come Seneca o Traiano), o africane, (come Filippo l’arabo) o barbariche, (come Stilicone o Ezio), ciò che contava era la loro totale devozione allo Stato e la completa adesione alla cultura romana. Non si era romani infatti se non si aderiva alla cultura greco-latina da cui Roma era sorta. Ai nostri giorni tanto si parla tanto della multietnicità di Roma,  nonché della sua capacità di essere una metropoli multiculturale e dell’estensione della cittadinanza a tutti coloro che entravano nell’impero.

Niente di più falso: Roma poteva anche essere una realtà multietnica, ma assorbiva tutte le diversità grazie al grande potere attrattivo della sua cultura e della sua tradizione. La classe elitaria romana vedeva infatti nell’impero uno Stato senza confini, poiché il mondo interno era Roma e Roma era il mondo: Spatiam Urbis est idem spatium orbis. Come ogni impero della storia Roma era l’ordine, la legge e la giustizia, al suo esterno vi erano barbarie e caos: hic sunt leones, al di là della frontiera v’era il luogo delle bestie e dei leoni.

Non è dunque un caso che nella nuova legge di Caracalla non rientrassero i Dedictii, ovvero coloro che si erano arresi, (deditio vuole dire letteralmente capitolazione), allo stato romano. Questi erano i nuovi immigrati, coloro che avevano stretto degli accordi di federazione con Roma a cui era dunque permesso di vivere e lavorare all’interno dei confini dell’impero a patto di pagare le tasse e servire lo Stato.

La cittadinanza non veniva mai regalata, anzi, chi ne era privo doveva mostrare di meritarsela e di essersela guadagnata duramente. Uno dei casi possibili per acquisire la cittadinanza era infatti servire nell’esercito per venti e più anni, combattendo e versando il proprio sangue per lo Stato, Roma e l’imperatore. La crisi delle invasioni barbariche del IV e del V secolo furono una forzatura alle leggi vigenti e quindi all’ordine dell’impero vasti raggruppamenti di variopinte popolazioni barbariche, riunitesi sotto il comando di una sola stirpe dominante e di un solo comandante, entrarono nell’impero reclamando a gran voce il loro “diritto” non solo alla cittadinanza, ma a stabilirsi nelle terre imperiali e di disporne come volevano.

Una situazione non tanto diversa da quella che stiamo vivendo in questo torno di anni, ma al contrario di allora nell’Italia dei nostri giorni non esistono generali come Stilicone, un mezzo barbaro che cercò di salvare l’impero d’Occidente dai Goti, ma intellettuali noborders e ricchi politici che predicano lo sciopero della fame per far approvare una legge ingiusta come lo Ius Soli .

La cittadinanza deve essere infatti un valore sacro, carico di obblighi e doveri piuttosto che di diritti, e i romani questo lo sapevano bene, un romano poteva infatti perdere il suo diritto alla cittadinanza qualora avesse compiuto gravissimi reati verso lo Stato.

(di Marco Franzoni)