Una vittoria imprevista: la battaglia di Calatafimi

La storia del Risorgimento e delle guerre combattute per unificare la nostra penisola, si sa, è stata ampiamente mitizzata. Un processo storico questo, attuato sia dallo stato monarchico sabaudo post unitario che dal regime fascista di Benito Mussolini. Gli eroi del Risorgimento quali Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele II e l’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi, sono assurti al ruolo di padri fondatori della Patria. Ogni loro impresa fu esaltata dalla propaganda, che dall’altro lato nascose le loro “ombre”. Uno degli avvenimenti fondamentali per l’unificazione d’Italia, ovvero la Spedizione dei Mille, è uno di queli eventi che devono essere rivisti e riesaminati dagli storici.

È necessario togliere la vernice del mito e della glorificazione per poter accedere al fatto storico nudo e crudo così come si propose nel 1860. Sbarcato con i suoi mille e più uomini a Marsala, Garibaldi, ormai grande condottiero e veterano di molte battaglie, decise di forzare la strada per Palermo e contrariamente ad ogni previsione decise di cercare lo scontro con le forze Borboniche  superiori sparse per la campagna. L’invasione della Sicilia fu un grande azzardo per l’eroe genovese, l’insurrezione agitata da Rosolino Pilo che doveva infiammare l’isola e animare i siciliani contro il governo di Napoli in preparazione allo sbarco delle camicie rosse, fu velocemente repressa dalle truppe napoletane. Così, con il supporto di soli 500 siciliani, fra banditi, galeotti e patrioti, i Mille si mossero lungo la strada Salemi-Vita-Calatafimi, pronte ad ingaggiare le superiori forze borboniche comandate dal Generale Landi.

Questo era un veterano dell’esercito di Gioacchino Murat, l’intrepido maresciallo francese e re di Napoli, che venne reintegrato dalla restaurazione borbonica nell’esercito regio con gli stessi gradi. Ormai settantenne alla vigilia della battaglia, Landi aveva compiuto una lenta carriera militare, diventando generale a sessant’anni suonati. Durante tutte le fasi dello scontro di Calatafimi rimase nella sua carrozza a grande distanza dalla battaglia. Indeciso sul da farsi, e terrorizzato all’idea di un’insurrezione generale del popolo siciliano, da sempre poco tollerante del dominino napoletano sull’isola, Landi decise infine di dividere i suoi tremila uomini in diversi reparti che dovevano battere la campagna per “imporsi moralmente sul nemico”.

Garibaldi intanto dispose i suoi uomini sul ciglio di una vallata in posizione difensiva, i pochi pezzi d’artiglieria delle camicie rosse furono posizionati dietro lo schieramento insieme alla riserva, pronta ad intervenire qualora lo scontro volgesse male per i garibaldini. L’inizio della battaglia fu un breve scontro fra avanguardie: un distaccamento di cavalleria napoletano entrò infatti in contatto con l’avanguardia delle camicie rosse disperdendole. Intanto una delle colonne dell’esercito borbonico, quella comandata dal maggiore Sforza, incontrò le forze garibaldine senza però riconoscerle come tali. Le camicie rosse, infatti, si erano nascoste il più possibile, e rimanevano visibili solo i volontari siciliani e i garibaldini vestiti in maniera civile, l’idea era quella di trarre in inganno le forze nemiche. Pensando di aver di fronte solo degli insorti, il maggiore Sforza diede ordine ai suoi uomini di dividersi in due colonne, e con la copertura dall’artiglieria e dalla cavalleria, di avanzare vero il nemico. Quello che il comandante borbonico si trovò davanti non erano però semplici insorti, ma l’intero esercito dei Mille.

Dopo un primo veloce scontro, i garibaldini erano riusciti a malapena a respingere con gravi perdite l’assalto di una frazione del vasto esercito napoletano; Nino Bixio, uno dei generali della spedizione, diede ordine di prepararsi alla ritirata, ma fu allora che Garibaldi arrivò in prima linea annullando il comando del suo sottoposto. La vulgata risorgimentale vuole che il grande condottiero ebbe pronunciato proprio in questa situazione la famosa frase “Qui si fa l’Italia, o si muore!”; ma si tratta di un mito. L’esercito borbonico intanto, superiore per addestramento, disciplina e con un buon morale, ma armato di fucili ormai antiquati, stava avendo la meglio contro le disorganizzate forze dei Mille, peggio armati e, a parte i veterani dei Cacciatori delle Alpi, composte da volontari mai addestrati alla guerra.

Il falso mito della frase di Garibaldi ripreso anche dalla famosa “Domenica del Corriere”.

 

Fu così che Garibaldi, lanciandosi in mezzo alla battaglia, ordinò l’assalto alla baionetta, cercando così di eliminare lo svantaggio del suo esercito. La battaglia si accese allora furibonda, la riserva, visto il generale in prima linea, si mosse a sua difesa, e fu allora che le sorti della missione e la storia dell’Italia intera potevano cambiare per sempre. Un cacciatore dell’esercito borbonico infatti, presa la mira contro Garibaldi, fece fuoco con il suo fucile con colpo sicuro. Augusto Elia, uno dei veterani della II guerra d’Indipendenza e fiero patriota, si lanciò fra il condottiero e il proiettile, venendo colpito in piena bocca. L’eroico gesto del coraggioso garibaldino, che riuscì anche a sopravvivere alla grave ferita, salvò la spedizione, ma la battaglia pareva ormai persa. Raggruppatisi, i Garibaldini, sconfitti da una sola colonna dell’esercito borbonico ed invischiati in un aspro combattimento corpo a corpo, non avevano altra via d’uscita che la ritirata, ma fu allora che, del tutto inaspettatamente, il comandante Landi suonò la ritirata.

I borbonici in ritirata ad un passo dalla vitoria.

 

I Borbonici, in netta superiorità e vicini alla vittoria, si ritirarono così in buon ordine, fra la costernazione delle camicie rosse; Garibaldi, completamente sorpreso della svolta della battaglia, non ordinò nemmeno l’inseguimento credendo fosse una trappola. È uno stesso dei Garibaldini, il famoso Cesare Abba, a ricordare come il drastico mutamento degli avvenimenti: “E proprio quando pensavamo di avere perso alla fine ci parve un miracolo avere vinto”. Così ai Mille, padroni del campo, si apriva la via per Palermo e la conquista della Sicilia Occidentale.

Si è cercato in più modi a giustificare la scelta del generale Napoletano; la mitizzazione risorgimentale ha voluto dare l’alloro della vittoria alla tenacia e all’ardore delle camicie rosse, ma la verità è ben altra. Tornato a Napoli, il Landi, e con lui tutti gli ufficiali borbonici, vennero sottoposti al giudizio di una corte marziale, ma vennero tutti prosciolti dalle accuse di tradimento. Nonostante ciò, anni dopo gli avvenimenti, diversi giornali riportarono la notizia che il comandante Landi fosse stato corrotto da Garibaldi, e che fosse prova certa il pagamento del condottiero risorgimentale al generale borbonico di una somma di 14.000 ducati d’oro. Lo scandalo e il disonore fecero venire un ictus fatale all’anziano generale. Uno dei suoi figli, tutti militari nel nuovo esercito italiano, riuscì a  riscattare l’onore paterno ottenendo una lettera scritta di proprio pugno da Garibaldi che smentiva ogni accusa, e provava come il pagamento fosse un falso, trattandosi infatti di una polizza del valore di soli 14 ducati.

Escluso il movente del tradimento, tanto caro alle correnti moderne di Neoborbonici, perché Landi ordinò la ritirata nonostante la vittoria a portata di mano? In primo luogo bisogna ricordare l’età del comandante, la sua distanza dal campo di battaglia e la situazione politica contemporanea. La propaganda borbonica insisteva nel sostenere che quelli sbarcati a Marsala fossero semplici briganti, e una volta a contatto con l’esercito dei Mille i borbonici si accorsero che, benché tendenzialmente straccioni, quello che avevano davanti era un esercito vero e proprio. In secondo luogo il Landi, e questo è provato da diversi dispacci da lui inviati a Napoli, era terrorizzato dall’idea di un’insurrezione della popolazione contro le truppe borboniche, troppo poche per reprimere una violenta rivolta. Così, spaventato dall’idea di poter essere tagliato fuori da Palermo a causa di un’ipotetica insurrezione popolare, e ormai spento ogni suo ardore guerresco, decise per la ritirata.

Una scelta fatale per le sorti del Regno delle due Sicilie.

 

(di Marco Franzoni)