Russia: la crisi del ’98 e i primi anni della presidenza Putin

Con il crollo dell’URSS nel 1991, la Russia si trovò ad affrontare numerose crisi politico-istituzionali e finanziarie, dovute sia al passaggio da uno stato di carattere socialista a uno “democratico”, sia ad un’economia basata sul sistema di mercato.

Infatti, in seguito alla trasformazione dell’Unione Sovietica nella Federazione Russa (avente come Presidente Boris El’cin) si ebbe una fortissima privatizzazione dei settori strategici dell’ex economia sovietica e molti ex membri della nomenclatura si impossessarono, approfittando del caos istituzionale, dei beni pubblici statali, arricchendosi così alle spalle del popolo. Non sazia, la nuova oligarchia si appropriò anche dei titoli di Stato e dei beni primari statali (come gas e petrolio). Così, la nuova elité finanziaria controllava lo Stato russo come una piovra.

Nel 1993 fu tentato un golpe per restaurare un governo filocomunista, ma esso fu prontamente sventato da El’cin. La crisi sociale infuriava, poiché i livelli minimi di assistenza garantiti dal vecchio stato socialista erano svaniti, così come le speranze dei cittadini russi, i quali, ubriacati dalla propaganda occidentale si aspettavano una ricchezza senza limiti. Alcuni economisti, che facevano riferimento a Egor Gajdar, sostenevano la necessità di applicare riforme liberiste drastiche, come la liberalizzazione, la stabilizzazione e infine la privatizzazione dei settori economici, in modo da ottenere capitali esteri e così eliminare, oltre a dazi e monopoli statali, le barriere all’economia privata.

Questa soluzione è definita “terapia shock”, poiché non prevedeva una graduale transizione dell’economia russa dal socialismo al capitalismo. Fu attuata nel 1992 da El’cin, e contribuì a peggiorare la situazione in Russia, poiché le strutture economiche e istituzionali, ereditate dall’URSS, non erano pronte per effettuare questo salto, principalmente per due ragioni; l’economia sovietica era basata sul controllo dello Stato, e quindi si erano formate delle concentrazioni di imprese industriali, le quali erano indissolubilmente legate ai governi locali. La caduta dei legami tra gli organi amministrativi locali e Mosca, determinò il massiccio crollo della produzione.

Un’altra ragione fu che molti investimenti pubblici sovietici erano indirizzati al settore militare, e dopo la caduta dell’Unione Sovietica, le aziende operanti in tale settore si trovarono allo sbando, incapaci di potersi assestare nella nuova economia. Oltre a provocare disoccupazione e depressione economica, si creò un crescente timore nella comunità internazionale, dovuto alla presenza dell’ex arsenale nucleare sovietico, il quale si aveva paura potesse finire in mane sbagliate (come gli oligarchi). Inoltre, bisogna evidenziare che la dirigenza economica del vecchio stato socialista non era in grado di poter affrontare i rischi e i pericoli derivanti dal mercato.

El’cin provò a risistemare la neonata Federazione Russa, ma con scarso successo. Sebbene egli permise di evitare in parte un disastro totale, allo stesso tempo ne fu protagonista: non combatté contro l’oligarchia finanziaria ma appoggiò politiche neo-liberiste, non eliminò la povertà.
Venne il 1998. Il rublo, a causa della continua fuga dei capitali e della diminuzione dei prezzi del settore energetico (ma in parte anche per l’apertura della vendita di titoli di Stato a soggetti esterni), si svalutò drasticamente. La Banca Centrale Russa tentò il tutto per tutto applicando un meccanismo di ancoraggio semirigido rublo-dollaro con il quale si cercava di mantenere un tasso di cambio entro un certo spettro di oscillazione. Inoltre, se la moneta nazionale subisse altre svalutazioni, per compensarle lo Stato vendeva il gas e altre fonti di energia per trasformarle in liquidità.

Il meccanismo si inceppò presto: nel giro di pochi mesi la Banca Centrale Russa terminò la liquidità. Era un’ulteriore salasso a seguito di una catena di disastri: il governo non riusciva a pagare i 40 miliardi di debito pubblico, l’inflazione era gonfiata fino all’ 84%, l’industria perse circa il 60% della produzione, e anche il settore agricolo versava in pessime condizioni.

Come se non bastasse, il rincaro dei prodotti alimentari salì del 100%, portando alla povertà circa il 30% della popolazione. Il Fondo Monetario Internazionale, per evitare ripercussioni pericolose, fornì all’Orso Russo una prestito che ammontava a 11,2 miliardi di dollari. Gran parte di quei soldi, però, furono indirizzati a banche commerciali straniere, non russe, scoprendo quindi le vere intenzioni dei cinici economisti del FMI: salvare gli investimenti occidentali, piano che riuscì in parte.

Per la Russia fu una vera e propria catastrofe finanziaria. Da questa situazione, oltre a una recessione finanziaria, scaturì anche una crisi politica: i governi locali si resero autonomi, eliminando i propri obblighi federali. Infatti, le varie amministrazioni federali dovevano fornire ogni anno un certo quantitativo di derrate alimentari e di denaro al governo centrale.

Con lo scoppio della crisi del ’98, smisero di fornire cibo (a causa della penuria alimentare) e iniziarono a commerciare autonomamente con l’estero. Fu necessario l’intervento del FSB, il nuovo KGB, guidato al tempo da un uomo il quale, fino a quel momento, era rimasto all’ombra degli sconvolgimenti politici della sua Nazione: Vladimir Vladimirovič Putin.

Putin minacciò l’intervento armato pur di riportare l’ordine. Riuscì a sedare la “ribellione” dei governi locali. Con questa azione, riuscì a farsi notare nei piani alti di Mosca, i quali già lo conoscevano per la sua fama di “Stakanovista”. Finita la crisi del ’98, El’cin ritirò il ruolo di Premier a Primakov, nominando Stepasîn, il quale governo durerà pochissimi mesi. Viste le crescenti ostilità in Cecenia, tensioni mai sopite a seguito della Prima Guerra Cecena intercorsa nel ’95, e l’incapacità dell’esecutivo allora contemporaneo di far fronte all’emergere di questa nuova problematica, El’cin nominò nel 1999, nella figura di Premier, il dirigente del FSB, Putin.

Egli, però, entro la fine dell’anno assunse la carica di Capo di Stato ad interim, ed avviò prontamente le operazioni contro i ribelli ceceni. La capitale Cecena, Grozny, fu conquistata a seguito di pesanti combattimenti. Già l’anno successivo, nel 2000, la gran totalità dei territori ceceni erano sotto il controllo delle truppe della Federazione. La risoluzione della crisi Duvrovka, avvenuta successivamente nel 2002, permise a Putin, assieme alle precedenti azioni contro i ribelli ceceni, di divenire fin da subito popolare, e si guadagnò, oltre al sostegno della popolazione, anche l’appoggio degli oligarchi e dello stesso El’cin. Appoggio che gli oligarchi pagarono caro, ma di questo ne parleremo più avanti.

Putin, nella figura di Presidente della Federazione Russa, si fece carico di un altro importante compito: la riorganizzazione delle istituzioni russe. Per adempiere a questo obiettivo, riformò la “camera alta” del Parlamento, estromettendo i governatori e delegandola a decidere su questioni regionali, e non più su tutto lo Stato. Inoltre, pur subendo parecchio polemiche, eliminò la possibilità di nominare tramite elezioni a suffragio universale gli stessi governatori degli Stati Federali, affidando la decisione agli organi territoriali e al Parlamento di Mosca, centralizzando così il potere. Con questa riforma, si cercava di evitare il caos politico derivante dagli anni della Presidenza El’cin. Il fine di Putin era chiaro e si può riassumere in una sola parola: ordine. Nient’altro.

Il Presidente russo ha inoltre conseguito diversi risultati in politica estera, come ad esempio il rafforzamento delle relazioni diplomatiche e commerciali con Cina e India, volte a consolidare il ruolo della Russia nel nuovo mondo unipolare e poi avviato, in un primo momento, delle relazioni politiche con il governo statunitense di George W. Bush, tanto che Putin fu il primo presidente di uno Stato estero rispetto agli USA che abbia effettuato una chiamata in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, offrendo supporto logistico alla lotta statunitense al terrorismo.

Questa volontà di pacificazione con l’antico nemico ebbe la sua piena realizzazione con l’incontro trilaterale sito a Pratica di Mare, vicino Roma, a cui parteciparono Silvio Berlusconi, Vladimir V. Putin e George W. Bush. L’incontro, sembrò inizialmente definire una nuova era per il mondo, che si aspettava un nuovo corso politico in cui Russia e USA potessero essere addirittura alleati. Ma l’illusione finì ben presto, come dimostrano i recenti accadimenti (di cui però non tratteremo in questa sede).

La rivoluzione di Putin non si fermò alle riforme di carattere istituzionale, anzi, fu molto più profonda. Da un punto di vista politico, represse anche il potere degli oligarchi, facendo arrestare numerosi imprenditori che controllavano diversi settori dell’economia russa, tra i quali l’editoria, le reti televisive, l’energia e altri settori commerciali. In questo contesto affermò esplicitamente, nel corso di un’intervista rilasciata a tre giornalisti russi, che “oligarca” è un “esponente del big business che cerca di influenzare decisioni politiche rimanendo nell’ombra” e “non avere nulla da obiettare sull’esistenza di grandi capitalisti in Russia a patto che non tramino nell’ombra”.

Seppur sommerso dalle critiche provenienti dai paesi occidentali e non, per via dei suoi metodi, definiti “poco ortodossi” da numerosi analisti occidentali, Putin è riuscito a ripristinare il controllo dello Stato sull’economia russa, annientando l’influenza dell’oligarchia. La fine dell’oligarchia ha anche permesso a Putin di poter riuscire a migliorare le condizioni economiche di molti cittadini, riducendo quindi la povertà e mettendo fine a quella spirale di terrore in cui sembrava fosse caduta la Federazione Russa. Questo avvenimento simboleggia il punto di partenza, una ripresa economica senza precedenti nella storia del paese, il quale è riuscito a produrre nel 2012 circa il 2,79 del PIL mondiale.

L’altro merito della “Rivoluzione Putiniana” è più di carattere, se possiamo affermarlo, “spirituale” poiché ha cercato di ricostruire un sentimento nazionale russo, minato dagli accadimenti degli anni ’90, tramite la riscrittura dell’inno nazionale (il quale mantiene la stessa melodia di quello sovietico ma presenta molte differenze nel testo), l’indirizzamento delle decisioni politiche in base a un’ottica “nazionalista” e conservatrice, e infine, non meno importante, ha tentato di riaffermare un ruolo decisivo della religione russa in merito alla vita dei cittadini.

Sono atti che meritano indiscutibilmente un elogio, ma siamo ancora molto lontani dalle affermazioni di alcuni sostenitori del Presidente russo, che vedono la Russia come un paradiso in Terra. Bisogna analizzare la realtà in modo oggettivo: sicuramente Putin avrà avuto anche idee di giustizia sociale che lo hanno spinto a compiere alcuni fondamentali passi, ma le operazioni contro le illegalità dell’oligarchia sono da inquadrare in un quadro di ri-acquisizione, da parte dello Stato Russo, della sovranità.

Senza questa fondamentale caratteristica, l’entità statale non avrebbe senso di esistere. Il Presidente russo, ha quindi permesso la consolidazione di un potere politico che dal crollo dell’Unione Sovietica era scomparso in Russia, trasformata in un luogo in preda ai capitalisti, controllata dall’anarchia finanziaria.

(di Federico Gozzi)