La femminilizzazione dell’uomo contemporaneo

All’ordine del giorno vi è sempre più la questione della femminilizzazione del maschio contemporaneo. Più propriamente il processo in atto è di svirilizzazione, virilità che, contrariamente alla vulgata odierna, non è una parolaccia ma deriva dal latino virilis e significa oltre che “maschile” anche “di uomo adulto”.

E’ di evidenza pubblica oramai che i maschi assumono sempre più le sembianze femminili. Ad esempio, nell’abbigliamento, oggi, sono in voga alcuni tipi di borse a tracolla (come in alcuni personaggi del napoletano, la cui fama e fisiognomica farebbero presupporre tutt’altro). E ancora, assistiamo a mandrie di maschi che si depilano, effettuano trattamenti di estetica che nemmeno le ragazze più curate fanno (acconciature, lampade, ossessive cure dentali, ecc.).

Da poco mi capitava di vedere un baldo giovane truccato da una sua amica in vista di una parata LGBT, la sua espressione emanava la tristezza di un leone in gabbia.  Molti di questi gusti derivano da un macro-modello ben importato in Italia dai programmi della De Filippi, o dal Grande Fratello, più o meno dal 2000. Tuttavia, il fenomeno viene da lontano, a partire dall’ideologia femminista degenerata, e più in generale da tutti qui processi legati alla decadenza e alla dissoluzione dell’identità nel nulla.

Checché ne dica quel calderone di spazzatura intellettuale che è il pensiero unico, e in barba ai metodi “autoritari” di educazione intellettuale “politically correct”, l’uomo e la donna non sono uguali. Essi si completano in un gioco di opposti esistente in natura, e costituiscono l’”intero” proprio nella differenza. Certo, le battaglie sacrosante del femminismo delle origini per la pari dignità della donna, in casa come nel mondo del lavoro e in società, vanno difese, ma vanno viste alla luce del diritto naturale, per la dignità e l’integrità dell’individuo.

Eppure, e gli “amici” della sinistra ci perdoneranno, non possiamo farci nulla: la femminilità non è un costrutto culturale da democratizzare ma si esplica in tutt’altri campi! Così come quelli della destra dovrebbero capire che la donna manager, generale d’armata o ministro non è sinonimo di civiltà. Quindi non è detto che l’accesso al lavoro e alla politica per il mondo femminile sia una cosa positiva, e nonostante vada difesa a spada tratta la dignità della donna in questi settori, sarebbe opportuno andare a vedere anche altri modelli del possibile rapporto uomo/donna.

A riguardo ci viene in soccorso il passato, o meglio la Storia sempre presente, diversamente da quanto si pensa. La tensione metafisica maschio/femmina, infatti, a partire dalle più importanti scuole della Tradizione si basa proprio sugli opposti. Il simbolo dell’unione sono i due triangoli che si intersecano al centro, uno con la punta verso l’alto e l’altro con la punta verso il basso.

Del resto le scoperte scientifiche contemporanee ci vengono in soccorso, e sempre più ricercatori, sganciati dalle logiche dell’accademismo, ci confermano che la struttura cerebrale di maschio e femmina funziona diversamente. Anche importanti ricerche della psicoanalisi, delle scuole antroposofiche, oppure tutta la parte del Mito platonico sull’Androgino e della Tradizione Indù sul Vîra, confermano della insopprimibile esistenza della polarità maschile/femminile.

Proprio nei Tantra, tra l’altro, l’atto sessuale funziona in modo opposto a quella che è la pratica occidentalista imperante. Il maschio infatti sta fermo e la femmina, che gli si avvinghia al corpo, ha la parte attiva nell’amplesso. Quindi il ricorso a conoscenze “antiche” in certi casi sbalordisce anche l’Uomo contemporaneo e sedicente avanzato.

Tornando ai criteri della psiche la capacità, la crescita o meglio la maturità, sta proprio nella precisa determinazione del proprio genere. Per cui in una società “immatura” come la nostra, abbiamo dei maschi non ben determinati in quanto tali. In sostanza essi sono rimasti nella fase infantile, materna, e in ultim’analisi femminile dell’essere. Fino a pochi decenni fa, ad un certo punto in questa fase irrompeva l’elemento spesso “traumatico” che portava all’identificazione tra sesso biologico e sessualità.

Questo poteva essere la conoscenza della realtà della donna – es. fidanzamento e separazione –, prima ancora lo svezzamento con la prostituta e si potrebbe giungere fino all’antica Roma dove esisteva, tra le altre, la pratica di virilizzazione del fanciullo attraverso la sodomia. Invece, nella società odierna occidentale, un “coccolamento” generalizzato non porta mai a questa crescita.

Certo le armi ideologiche sopracitate fungono da blocco, anche psicologico, in chi sveglio e critico arrivato ad un certo punto alcune domande inizia a farsele. Infatti, anche in questo caso, in chi non ha strumenti conoscitivi ancora appropriati, l’alternativa alle forme “banalmente antiquate” del rapporto uomo/donna dovrebbe risultare automaticamente il femminismo. Tuttavia si può non essere maschilisti senza per forza essere femministi e si può pienamente prendere consapevolezza del proprio sesso senza per forza invadere il campo d’azione dell’altro.

La questione, tra altro, va ben al di là di semplici speculazioni filosofiche, scientifiche o di “individuazione di genere”. I blocchi del processo di consapevolezza della propria sessualità portano a scompensi proprio nel quotidiano fino a giungere ai fenomeni limite della violenza tra maschio e femmina. Da un lato il maschio è “perso nella sua parte femminile”, nel senso psicoanalitico estremizzato, con stati di emotività esasperata, indecisione, poca concretezza, invidia, pratiche di pettegolezzo e di macchinazione votata alla discordia, scarsa capacità di calcolo e imprecisione temporale – qualità quest’ultime squisitamente maschili.

Dall’altro persiste anche una certa cultura “bacchettona” del ruolo maschile che comprime ulteriormente l’essere. Sembrerà strano ma queste due tendenze opposte spesso si completano a vicenda in un individuo maschio. E proprio dall’insieme di queste contraddizioni, poi, vengono fuori molti squilibri dell’Io che inevitabilmente investono la fera societaria, anche nell’aspetto criminale.

A questo punto avendo analizzato lo svilimento della figura del maschio in una sorta di limbo sotterraneo dal quale non si concretizza la forma – la piena identità maschile in questo caso –, siamo anche più facilitati ad analizzare l’evoluzione nell’altro sesso. Anche qui la fisica ci può venire in soccorso, è chiaro che in un piano inizialmente simmetrico il vuoto lasciato da uno viene occupato dall’altro.

L’Universo stesso, ordinato sulla base di un “intero”, funziona su un meccanismo duale, e davanti a ciò i capricci del “razionalismo irragionevole” sembrerebbero comici se non fossero tragici. E’ sotto gli occhi tutti che le figure di donne “egualizzate” nei ruoli un tempo prettamente maschili, come quelli sopracitati, non sono delle “donne”.

Esse sono degli emuli del maschio, e non solo per acquisite capacità di comando o di perdita della peculiare sensibilità, ma addirittura nell’estetica. Sta saltando anche quel tentativo di mediazione che era l’affidare le professioni del terziario al sesso femminile. In più c’è da dire che è in atto nel mondo dello spettacolo un vero e proprio “culto della donna”. E questo concetto non è da intendere come il “femminino sacro” degli esoteristi.

La donna venerata di cui si parla, è un qualcosa che ha che fare con processi più complessivi di Transumenesimo, in pratica l’esatto opposto. Nelle serie televisive come nei film abbiamo quindi: donne guerriero, wonder woman, poliziotte, gangsta girl, ed eroine varie. Persino il mondo dell’erotismo e peggio ancora della pornografia sta cambiando e celebra sempre più la figura incarnata de “la femmina vampiro, il succubo dell’Uomo” (cit. C.G.Jung).

Da tutta questa pastoia si può uscire esclusivamente con la conoscenza. La conoscenza è utile in quanto sviluppa la consapevolezza di Sé, quanto del mondo circostante. E questo processo si ottiene, oltre che con l’esperienza, inevitabilmente con le informazioni, lo studio, e anche con la curiositas, propedeutica a queste capacità.

Oggi chi non ha le conoscenze vive indubbiamente male, non è centrato su se stesso ma sottoposto al dominio di chi invece le possiede, come avviene su vasta scala col mainstream mediatico. Quindi bisogna ricercare, riflettere, non aver paura di mettere in dubbio le verità, o meglio i “dogmi” imperanti, anche quelli più credibili o quelli che in linea di massima sembrano giusti.

(di Roberto Siconolfi)