Il cavallo di Troia: una macchina da guerra

L’Iliade, benché molti lo ignorino, non è il racconto integrale della guerra di Troia, dal suo inizio alla presa della città, bensì quello dell’ira di Achille. L’opera inizia nell’ultimo anno di guerra e si apre con il litigio di Achille con Agamennone per chiudersi con il raggiungimento della vendetta del migliore fra gli Achei (i Greci) che uccide il principe troiano Ettore. Il ciclo si chiude con il funerale di Patroclo ed Ettore; la guerra non è finita, Achille è ancora vivo – consapevole che in questa guerra però morirà – e la città di Ilio, (altro nome per Troia), è rassegnata ormai alla caduta avendo perso il suo migliore guerriero.

 

La conquista vera e propria della città verrà raccontata nell’Odissea ed è qui, per la prima volta, che l’ingegnoso Ulisse racconterà del famoso cavallo di legno. Nell’antichità però l’Iliade e l’Odissea non furono gli unici poemi della fine di Troia, vi fu infatti un grande fiorire di miti e leggende legate alla presa della città di Priamo, il re di Ilio. I poeti vagabondi, chiamati rapsodi (ῥαψῳδός), andavano di villaggio in villaggio raccontando a memoria le battaglie e gli eventi della guerra aggiungendo ogni volta qualche nuovo dettaglio. È così che nacque il ciclo epico omerico, che venne infine messo per iscritto ad Atene e così codificato per sempre.

L’esistenza di un solo compositore, Omero, è ormai messa in dubbio, così come l’attribuzione a lui di ambedue i cicli epici fondamento della civiltà ellenica. I poemi epici non sono d’altra parte solo dei tesori della letteraturi; da un punto di vista militare l’Iliade è infatti una preziosissima fonte di informazioni sia per quanto riguarda gli armamenti che per quanto riguarda le tecniche di combattimento. Ovviamente è da prendere con le pinze, visto che si tratta di un’opera epica posteriore ai fatti narrati, ma non per questo da ignorare. I guerrieri omerici, ben lontani dagli opliti greci classici, avanzavano impugnando armi di bronzo e lance affilate, con enormi e pesantissimi scudi a forma di otto formati da vari strati di pelle di vacca e legno. La maggior parte dei guerrieri non indossava armature, tra i più facoltosi invece ricorrevano corazze imbottite di pelle e lino. I nobili, (Achille, Patroclo, Ettore o Agamennone per intenderci), andavano per il campo di battaglia su carri da guerra a uno o due cavalli, indossando armature di bronzo pesantissime che li coprivano integralmente. Una volta trovato il nemico da affrontare scendevano dal carro e combattevano con lancia e scudo. Le formazioni erano pressoché inesistenti, e i guerrieri micenei e troiani si affrontavano in una serie di duelli singoli e sanguinosi. D’altra parte ultimamente si pensa di poter riscontrare un’embrionale formazione per la fanteria pesante, con i fanti che marciavano fianco a fianco.

 

Torniamo ora alla leggenda: Troia infine cadde, dopo la morte di Achille ed Ettore e dieci anni di guerra ininterrotta, per un inganno ordito da Ulisse. Il nobile acheo infatti pensò bene di costruire un gigantesco cavallo di legno, nel cui interno cavo si nascosero i migliori eroi greci. L’esercito di Agamennone fece finta di andarsene lasciando sulla spiaggia antistante la città il cavallo di legno. i Troiani, pensarono bene che i greci avessero rinunciato a conquistare la città ed avessero lasciato il gigantesco cavallo di legno come buon augurio al dio del mare Poseidone, dono propiziatorio per  un facile ritorno a casa. Uno dei simboli del dio del mare era infatti il cavallo. I troiani pensarono bene di portare il cavallo di legno dentro la città per celebrare in eterno la vittoria sui rapaci invasori,  per farlo dovettero pure distruggere una parte di mura, considerate al tempo fra le più alte e resistenti della terra. Nottetempo, quando i bagordi dei festeggiamenti erano finiti, i greci guidati da Ulisse uscirono dal ventre del cavallo, aprirono le porte e fecero entrare l’intero esercito miceneo. Ilio venne saccheggiata e distrutta dalla furia greca.

Recentemente è stato dimostrato, grazie alla scoperta della città di Troia in Turchia, come non solo il ciclo omerico avesse un fondo di verità, ma che la città venne effettivamente saccheggiata e distrutta da un incendio nel 1200 a.C., data probabile degli eventi. Gli storici, basandosi su dei testi reali Ittiti, sono anche riusciti a ricostruire il nome originario della città: Wilusa, che faceva parte molto probabilmente di una confederazione di città sottoposte al giogo dell’impero Ittita. Questa confederazione di città detta di Assuwa, una volta liberatesi del giogo ittita, entrò in conflitto con i Micenei del regno di Ahhiyawa (Achea, o Grecia) che giace oltre il mare.

Ora che è stata dimostrata inoppugnabilmente la verità di questi racconti è dovere dello storico quello di vagliare ogni singolo elemento del mito, per poterlo dimostrare o confutare. Viene quindi naturale ora domandarci: esistette davvero un cavallo di legno cavo? Troia cadde davvero grazie a questo tranello? Le teorie come sempre sono fra le più varie e disparate. Fra queste vi è anche quella che Wilusa venne distrutta da un terremoto, e gli Achei onorarono quindi il dio dei terremoti con una statua. Indovinate chi sia questo dio? Ovviamente Poseidone; la costruzione in suo onore dovette assumere quindi le forme di un cavallo. Questa spiegazione però non ci soddisfa pienamente, non perché non sia valida, ma perché ve ne è una ancor più realistica. In varie raffigurazioni assire compaiono infatti macchine da guerra gigantesche, delle vere e proprie torri d’assedio con arieti dalle punte di ferro, capaci di sbriciolare le mura di qualsiasi città. La nascita e la formazione dell’impero Assiro è successivo alla guerra di Troia e sorge in seguito alla distruzione dell’impero Ittita causata dai popoli del mare (tra cui riconosciamo anche numerosi popoli indoeuropei quali i micenei stessi). Possiamo comunque ipotizzare che esistessero già delle macchine d’assedio simili poi portate alla loro massima efficienza dagli ingegneri assiri, maestri nella conquista delle città.

 

Troia, a mio avviso, cadde grazie ad una di queste gigantesche armi d’assedio, che effettivamente, se vogliamo far viaggiare la fantasia, assomigliano molto vagamente alla forma di un cavallo. Se non altro possiamo immaginare che nella mente dei cantori vagabondi la descrizione della gigantesca macchina da guerra ricolma di guerrieri sia diventata col tempo il mitologico cavallo di legno. Grazie ad una di queste Torri-arieti gli Achei riuscirono ad entrare in città distruggendo una parte delle insepugnabili mura, conquistando così la guardiana dello stretto dei Dardanelli, e diventando gli unici dominatori del mare Egeo. La guerra per il dominio dei Dardanelli dovette avere luogo ben 3300 o 3200 anni fa, grandi e gloriosi imperi erano già sorti e caduti, e gli uomini che combattevano sotto il sole erano gli antichi discendenti di regni e popoli a noi sconosciuti, scomparsi fra le ceneri del tempo. Così di racconto in racconto la storia venne alterata, diventando prima leggenda e poi mito.

(di Marco Franzoni)