Kirillov, il demone divino di Dostojevskij

Di tutti i personaggi catalogati come candidati al premio “attore non protagonista”: Aleksej Nilič Kirillov, de “I Demoni” di Dostojevskij, merita senza dubbio un posto di estrema rilevanza nell’intero panorama letterario mondiale. L’intera trama del libro si svolge in Russia a metà Ottocento, in una località non precisata della provincia di San Pietroburgo.

Al suo interno, ispirandosi all’affare Nečaev, l’organizzatore di cellule terroristiche condannato a venti anni di carcere in seguito ad un omicidio, si snoda la vicenda che vede come protagonisti un gruppo di giovani animati da desideri sovversivi. In un susseguirsi di eventi, la piccola provincia degenera in uno spiraglio di violenza che spinge il nichilista Pëtr Stepanovič Verchovenskij, capo della banda, ad assassinare un sospetto traditore della propria organizzazione terrorista.

Questo omicidio trova la partecipazione, volente o nolente, dell’intero gruppo di cui è a capo Verchovenskij, in una sorta di solenne giuramento di fedeltà alla causa. L’originalità di questo atto estremo risiede non tanto nel gesto efferato, quanto nell’utilizzo dell’ingegnere Aleksej Kirillov come colpevole consenziente dell’omicidio: costui, estraneo ai fatti, viene ingaggiato dalla cellula per la sua intenzione di suicidarsi e attenderà l’ordine di Verchovenskij per togliersi la vita e assumersi la responsabilità dell’omicidio.

Descrivendo in tali termini la figura di Kirillov si potrebbe pensare che il personaggio non sia nulla più di un semplice manipolato, una sorta di kamikaze indiretto che accetta di interrompere la propria esistenza per portare un vantaggio alla causa rivoluzionaria. La realtà è invece ben diversa.

Il soggetto in questione è lontano dagli obiettivi perseguiti dal gruppo di Pëtr, ma non per questo il suo suicidio è privo di interessi idealistici, anzi, a suo modo di vedere l’estremo gesto è visto dall’ingegnere, ateo per natura, come l’affermazione della propria arbitrarietà nei confronti di Dio.

Secondo la sua teoria, vivendo in uno stato di perenne tristezza, se Dio esistesse, sarebbe detentore di tutta la volontà del mondo e nessuno potrebbe modificarla o sottrarsi ad essa, ma se così non fosse, qualunque individuo sarebbe libero di proclamare il proprio arbitrio, ed è proprio in questa arbitrarietà che Kirillov considera il suicidio la più alta presa di coscienza possibile e universale.

Senza che questo punto di vista pregiudichi l’esistenza dell’intera collettività, e considerando l’assassinio come il più vile e basso atto del proprio arbitrio, decide di immolarsi per dimostrare al mondo la menzogna su cui si erge la società; come una sorta di Gesù Cristo al contrario: è convinto che essendo il primo individuo ad aver compreso l’importanza dell’opera, basterà il suo sacrificio per donare la libertà al mondo ed innalzarsi allo stato di Uomo-Dio contrapposto a Dio.

Estratto de I DemoniDostojevskij, dialogo tra Pëtr Stepanovič Verchovenskij e Aleksej Nilič Kirillov:

«A quanto pare vi vantate con me che vi sparerete.»
«Io mi sono sempre meravigliato che tutti rimanessero in vita» proseguì Kirillov, senza sentire la sua osservazione.
«Uhm! Può darsi, è un’idea, però…»
«Sei una scimmia, annuisci per conquistarmi. Taci, non capiresti nulla. Se non c’è Dio, io sono Dio.»
«Questo punto non sono mai riuscito a capirlo: perché voi siete Dio?»
«Se Dio c’è, tutta la volontà è sua, e io non posso sottrarmi alla sua volontà. Se non c’è, tutta la volontà è mia, e sono costretto ad affermare il libero arbitrio.»
«Il libero arbitrio? E perché siete costretto ad affermarlo?»
«Perché tutta la volontà è diventata mia. Possibile che nessuno sulla terra, una volta chiuso con Dio e credendo nel libero arbitrio, non abbia il coraggio di proclamare il libero arbitrio nella sua espressione più piena? È come un povero che ha ricevuto un’eredità e ha paura, non osa avvicinarsi al sacco del denaro, ritenendosi troppo debole per possederlo. Io voglio affermare subito il libero arbitrio. Sarò il solo, ma lo farò.»
«E fatelo.»
«Sono obbligato a spararmi perché l’espressione più piena del mio libero arbitrio è uccidere me stesso.»
«Però non siete il solo che si uccide; ci sono molti suicidi.»
«Per un motivo. Ma senza nessun motivo, solo per libero arbitrio, io sono l’unico.»

“Non si sparerà” quest’idea balenò di nuovo nella mente di Pëtr Stepanovic.

«Sapete una cosa» osservò irritato, «io al vostro posto, per dimostrare il libero arbitrio, ucciderei qualcun altro, non me stesso. Potreste essere utile. Vi indicherò chi dovete uccidere se non avete paura. In tal caso potete anche non spararvi oggi. Possiamo metterci d’accordo.»
«Uccidere un altro sarebbe la più bassa manifestazione del mio libero arbitrio, in questa idea ci sei tutto tu. Io non sono te; io voglio l’espressione più piena e uccido me stesso.»
“C’è arrivato da solo” borbottò malignamente Pëtr Stepanoviè.
«Sono obbligato a dichiarare l’incredulità» disse Kirillov camminando per la stanza. «Per me non c’è idea più alta che quella che Dio non esiste. Tutta la storia dell’umanità è con me. L’uomo non ha fatto altro che inventare Dio per vivere senza uccidersi; è questo il senso di tutta la storia del mondo, fino ad oggi. Io solo, nella storia universale, per la prima volta non ho voluto inventare Dio. Che lo sappiano una volta per sempre.»
“Non si ucciderà” pensava Pëtr Stepanoviè.
«Chi lo deve sapere?» diceva, aizzandolo. «Qui ci siamo io e voi; forse Liputin.»
«Tutti dovranno saperlo, tutti lo sapranno. Non c’è mistero che non si sveli. Lo ha detto Lui.» E con febbrile entusiasmo indicò l’immagine del Salvatore, davanti alla quale brillava una lampada. Pëtr Stepanoviè si arrabbiò definitivamente.
«Quindi credete ancora sempre in Lui e avete acceso la lampada; forse “per ogni evenienza”?» Quello non rispose. «Sapete, secondo me, voi credete ancora più di un prete.»

«In chi? In Lui? Ascolta» disse Kirillov, fermandosi e guardando davanti a sé con uno sguardo immobile ed esaltato. «Ascolta una grande idea: c’era sulla terra un giorno in cui in mezzo alla terra c’erano tre croci. Uno dei tre sulla croce credeva al punto che disse all’altro: “Oggi sarai con me in paradiso”. Finì il giorno, tutti e due morirono, andarono e non trovarono né il paradiso, né la resurrezione. Non si avverò quanto era stato detto. Ascolta: quell’uomo era il più alto di tutta la terra, costituiva ciò per cui essa doveva vivere. Tutto il pianeta, con tutto quanto c’è sopra senza quell’uomo non è che follia.

Non c’è stato né prima né dopo un uomo simile a Lui, ha perfino del miracoloso. È davvero un miracolo che non ci sia mai stato e che non ci sarà mai uno come Lui. E se è così, se le leggi della natura non hanno risparmiato neppure Quello, se non hanno risparmiato neanche il proprio miracolo, costringendolo a vivere nella menzogna e a morire per la menzogna, vuol dire che tutto il pianeta è menzogna e che si regge sulla menzogna e su una stupida presa in giro. Quindi anche le leggi del pianeta sono una menzogna e un diabolico vaudeville. Perché vivere, allora, rispondi, se sei un uomo?»

«Questo è un altro lato della questione. Mi sembra che qui abbiate confuso due cause diverse: e questo è assai sospetto. Ma scusate un po’, e se voi foste davvero Dio? Se fosse finita la menzogna e voi aveste capito che tutta la menzogna veniva dal Dio di prima?»

«Finalmente hai capito!» esclamò Kirillov con entusiasmo. «Quindi è possibile capire se uno come te lo ha capito! Ora capisci che la salvezza per tutti sta nel dimostrare a tutti questo pensiero. Chi lo dimostrerà? Io! Io non capisco come fino a oggi l’ateo, sapendo che Dio non esiste, non si sia già ucciso. Rendersi conto che Dio non esiste e non rendersi conto nello stesso momento che ciò facendo si diventa Dio è un’assurdità, altrimenti ci si ucciderebbe immediatamente. Se te ne rendi conto sei zar, e non ti uccidi più, ma vivi nella gloria più eccelsa. Ma uno, quello che lo scopre per primo, deve uccidersi assolutamente; altrimenti chi comincerà a dimostrarlo? Sarò io di sicuro che mi ucciderò per cominciare e dimostrare. Io sono soltanto Dio mio malgrado e sono infelice perché sono costretto a proclamare il mio libero arbitrio. Tutti sono infelici perché tutti hanno paura di affermare il proprio libero arbitrio. L’uomo finora è stato così infelice e povero perché temeva di dichiarare la cosa più importante del libero arbitrio e faceva a modo suo di nascosto, come uno scolaretto. Io sono tremendamente infelice, perché ho una terribile paura. La paura è la maledizione dell’uomo… Ma io proclamerò il mio libero arbitrio; sono obbligato a credere che non credo. Comincerò e finirò, aprirò la porta. E salverò gli altri.

Solo questo potrà salvare tutti gli uomini e già dalle prossime generazioni, li rigenererà fisicamente poiché nel suo aspetto fisico attuale, per quanto ci abbia pensato, non credo che l’uomo possa in nessuna maniera fare a meno del Dio di prima. Io per tre anni ho cercato l’attributo della mia divinità e l’ho trovato: l’attributo della mia divinità è il Libero Arbitrio! È tutto ciò con cui io posso dimostrare, nella sua forma essenziale, la mia ribellione e la mia nuova terribile libertà. Perché essa è davvero terribile. Io mi uccido per manifestare la mia ribellione e la mia nuova terribile libertà».

(di Fabio Sapettini)