Bettino Craxi, statista e profeta su Ue e globalizzazione

A 17 anni dalla morte, raccogliamo qui una serie di interventi e riflessioni dell’ex Presidente del Consiglio e storico Segretario del Partito Socialista Italiano Bettino Craxi che ne certificano la caratura e lo spessore intellettuale, politico, umano. Uno dei più grandi statisti italiani che ha contribuito, mentre era al governo, a rendere l’Italia un Paese indipendente e sovrano nonché una delle prime cinque potenze industriali del mondo, al netto delle vicende giudiziarie che si sono susseguite dal 1992 in poi e sulle quali gravano tante, troppe, ombre.

GLOBALIZZAZIONE

«La globalizzazione non viene affrontata dall’Italia con la forza, la consapevolezza, l’autorità di una vera e grande Nazione, ma piuttosto viene subita in forma subalterna in un contesto di cui è sempre più difficile intravedere un avvenire, che non sia quello di un degrado continuo, di un impoverimento della società, di una sostanziale perdita di indipendenza.
Questo mortificante mutamento si colloca in un quadro internazionale, europeo, mediterraneo, mondiale, che ha visto l’Italia perdere, una dopo l’altra, note altamente significative che erano espressione di prestigio, di autorevolezza, di forza politica e morale».

«La pace si organizza con la cooperazione, la collaborazione, il negoziato e non con la spericolata globalizzazione forzata. Ogni Nazione ha una sua identità, una sua storia, un ruolo geopolitico cui non può rinunciare. Più Nazioni possono associarsi, mediante trattati per fini comuni, economici, sociali, culturali, politici, ambientali. Cancellare il ruolo delle Nazioni significa offendere un diritto dei popoli di creare le basi per lo svuotamento, la disintegrazione, secondo processi imprevedibili, delle più ampie unità che si vogliono costruire. Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare».

UNIONE EUROPEA

«C’è da chiedersi perché si continua a magnificare l’entrata in Europa come una sorta di miraggio, dietro il quale si delineano le delizie del Paradiso terrestre. Non sarà così. Alle condizioni attuali, del quadro dei vincoli così come sono stati definiti, ad aspettare l’Italia non c’è affatto un Paradiso terrestre. Senza una nuova trattativa e senza una definizione di nuove condizioni, l’Italia nella migliore delle ipotesi finirà in un limbo, ma nella peggiore andrà all’inferno».

«Ciò che si profila ormai è un’Europa in preda alla disoccupazione ed alla conflittualità sociale, mentre le riserve, le preoccupazioni, le prese d’atto realistiche, si stanno levando in diversi paesi che si apprestano a prendere le distanze da un progetto congeniato in modo non corrispondente alla concreta realtà delle economie e agli equilibri sociali che non possono essere facilmente calpestati.
Il governo italiano, visto l’andazzo delle cose, avrebbe dovuto, per primo, essendo l’italia, tra i maggiori paesi, la più interessata, porre con forza nel concerto europeo il problema della rinegoziazione di un Trattato che nei suoi termini è divenuto obsoleto e financo pericoloso.
Non lo ha fatto il governo italiano. Non lo fa l’opposizione, che rotola anch’essa nella demagogia europeistica. Lo faranno altri, e lo determineranno soprattutto gli scontri sociali che si annunciano e che saranno duri come le pietre».

«…Su di un altro piano stanno i declamatori retorici dell’Europa, il delirio europeistico che non tiene contro della realtà, la scelta della crisi, della stagnazione e della conseguente disoccupazione […].
Affidare effetti taumaturgici e miracolose resurrezioni alla moneta unica europea, dopo aver provveduto a isterilire, rinunciare, accrescere i conflitti sociali, è una fantastica illusione che i fatti e le realtà economiche e finanziarie del mondo non tarderanno a mettere in chiaro».

SU ROMANO PRODI

«Nel vecchio sistema il signor Prodi era il classico sughero che galleggiava tra i gruppi pubblici e i gruppi privati con una certa preferenza per quest’ultimi ed una annoiata ma non disinteressata partecipazione ai palazzi dei primi. Come presidente dell’IRI era nient’altro che una costola staccata dal sistema correntizio democristiano e, lungo il cammino, si era dimostrato poco più di un fiumiciattolo che rispondeva sempre, sulle cose essenziali, alla sua sorgente originaria. Il signor Prodi, in questo senso, come leader politico non è nient’altro che il classico bidone».

1997 – «Io parlo, e continuerò a parlare» (Mondadori)

(di Roberto Vivaldelli)