PD verso le primarie: quale futuro?

A metà febbraio il Partito Democratico dovrà scegliere il nuovo segretario. A quasi un anno dalla catastrofe del 4 marzo, e dopo un lento declino iniziato già col referendum del 4 dicembre, il centrosinistra si trova di fronte ad un periodo di scelte esiziali. A cominciare dal partito stesso, se e come esso debba sopravvivere ed in quale forma, alla linea da seguire, a come tornare un partito competitivo, ecc. Ma quanto il futuro di questo partito moribondo dipenderà dalla leadership emersa dalle primarie?

LO SCENARIO

Attualmente, i candidati sono sette, e, tra questi, a contendersi la guida del partito non sono più di due o tre. Tra i candidati “minori”, dopo il ritiro di Richetti, rimangono alcuni uomini d’apparato come Francesco Boccia (ex Margherita e luogotenente del governatore pugliese Emiliano) e l’ex sindacalista Cesare Damiano, oltre ad alcuni giovani presentatisi in qualche maniera come “anti-sistema”: il 30enne Dario Corallo e la fondatrice di “piazza dem” Maria Saladino. Tutte figure che, visti il quasi anonimato presso l’opinione pubblica e la mancanza di sostegno da parte di importanti vertici, non sono in grado di vincere.

Il primo di coloro che invece sono considerati tra i “big” è il Segretario uscente Maurizio Martina. Un nome che, verosimilmente, inseriamo tra i “favoriti” unicamente in quanto figura pubblica e conosciuta: stando ai pochi sondaggi d’opinione e di gradimento, Martina non scalda affatto i cuori del pubblico. Dopo una gestione assolutamente incolore del partito, non dotato di carisma o di leitmotiv che ne guidino l’operato, gode di ben poco consenso anche tra gli elettori dem. Può contare però sul sostegno di diversi esponenti del partito: Delrio, Orfini, Serrachiani, Richetti. Tutti, forse, propensi a sostenerlo più per il suo essere “ago della bilancia” tra le due correnti e anime del PD più che per le sue proposte o doti personali.

A guidare quella sembra l’ala “sinistra” (detto con una certa dose di semplificazione) è il governatore del Lazio Zingaretti. Uno dei pochi a salvarsi dal naufragio del 4 marzo (più per le divisioni del centrodestra che per meriti, a dirla tutta), si è fin dall’inizio proposto come leader di un nuovo corso. Ha ricevuto sostegni principalmente da esponenti della “sinistra” del Partito (Franceschini, Fassino), ma anche da uomini vicini a Renzi, tra cui Gentiloni. Benché non spicchi certamente in quanto a carisma o a forza della campagna elettorale, è fin troppo chiaro il suo desiderio di porsi come una “alternativa” al percorso renziano.

Infine, l’ultimo dei favoriti è l’ex Ministro dell’Interno Marco Minniti. Presentatosi all’opinione pubblica italiana come un uomo d’ordine che ha fermato gli sbarchi, l’ex ministro rappresenta l’ala “destra” e più renziana. Conta sull’appoggio di numerosi elementi vicini all’ex primo ministro (Calenda, Boschi, Rosato, Padoan, Fiano, De Luca) ma, finora, non è ancora giunto l’endorsement ufficiale da parte dell’ex sindaco di Firenze. Un candidato, Minniti, più difficile da inquadrare: c’è chi lo vede come un’emanazione di Renzi ed un prosieguo delle sue politiche, chi come un rappresentante di una “destra” innaturalmente presente nel PD. In ogni caso, è il candidato più “in linea” col percorso intrapreso da Renzi e da Gentiloni.

Salvo sorprese, dunque, la griglia di partenza delle primarie vede una contrapposizione Zingaretti-Minniti (dati in testa con circa un 35-40% cada una, con Zingaretti in lieve vantaggio) con Martina improbabile terzo incomodo (sarebbe attorno al 10%), e una sfilza di candidati minori a fare da contorno.

Gli esiti (che potrebbero giungere al secondo turno, nel caso nessuno raggiungesse la maggioranza assoluta) dipenderanno da numerosi fattori: stato di salute del partito, schieramenti di fazione, e, soprattutto, affluenza. Se è più o meno scontato che i militanti parteciperanno al voto, è tutta da vedere la partecipazione di altri cittadini (ricordiamo che le primarie del PD sono sempre state aperte a tutti gli elettori): nel 2009 furono 3 milioni gli elettori, 2,8 nel 2013, 1,8 nel 2017. Dall’aria che tira, nel 2019 c’è da aspettarsi un’affluenza ancora minore.

Se lo schieramento dei candidati all’interno del partito è piuttosto chiaro, diverso è l’atteggiamento dell’opinione pubblica. Mentre Zingaretti appare più vicino a quella “sinistra” tradizionale, “di minoranza”, scissasi a più riprese dal partito madre, Minniti è molto apprezzato tra gli elettori di altri schieramenti politici, dal centro alla destra. Come detto, tra le tante incognite, anche l’affluenza di votanti dalle più eterogenee provenienze politiche è una delle variabili da prendere in considerazione.

PERSONAGGI, NON IDEE

Queste primarie sembrano tutto il contrario di quello che vorrebbero essere: non un punto di svolta, ma un episodio che probabilmente prorogherà lo stato di cose (confusionario e in declino) di un partito che sembra sempre di più fuori dai tempi che corrono. Il nodo centrale è stato evidenziato da uno storico leader del centrosinistra quale Romano Prodi: «Vedo che si sanno i nomi delle primarie PD ma non i loro programmi. E questo per me è un problema gravissimo. Bisogna dire quello che uno vuole, che Paese e che partito si ha in testa. Mi attendo che finalmente si cominci a presentare le differenze che non sono di personalità ma di contenuto».

“Un futuro per i giovani”, “Ripartiamo dal lavoro”, “Ripartiamo dalle periferie”, “Il sogno europeo”, “No al governo della paura/incompetenza”. Sono solo alcuni degli slogan (dai quali derivano, di conseguenza le prese di posizione) usati più o meno da tutti i candidati: modi di dire proverbiali, monocolore, triti e ritriti e fondamentalmente indistinguibili e non identificabili con nessuno. Tutto nel solco di una “sinistra il più possibile classica” che è ormai defunta.

Con che criterio un elettore dovrebbe scegliere tra un Minniti e uno Zingaretti, quando entrambi si fanno forza con dei blandissimi “no ai populismi, sì a lavoro, giovani, Europa, ecc”? Quali sono i punti di forza delle campagne elettorali e dei programmi di Zingaretti, Minniti e Martina? Domande semplici, ma sulle quali la direzione del PD non sembra in grado di interrogarsi né di rispondere.

Per un elettore che non sia un militante dem è difficile ravvisare differenze vere nei candidati. Ciò che rimane, dentro l’involucro di una serie di formule generiche e stereotipate e di un’opposizione debolissima e imbambolata, è la personalità dei singoli. Personaggi più che leader,. Perché i candidati si presentano come figure bidimensionali presso l’opinione pubblica. Dallo Zingaretti “della sinistra ‘più a sinistra’ che ancora vince qualcosa”, a Minniti “uomo dell’ordine renziano che ha fatto un buon lavoro”, i principali candidati si riassumono tutti in davvero pochi tratti generici sulla loro biografia e il loro posizionamento tra le correnti, e quasi per nulla circa programmi, idee per il paese e differenze valoriali.

Se le differenze tra di essi sono molto meno marcate di quanto sembrino, una cosa che li accomuna tutti è la grave mancanza di carisma o anche di quello stile “da uomo forte ed energico” che, con tutti i limiti del caso, fu di Matteo Renzi. Sembra quasi che la sinistra abbia paura di avere una leadership forte, coesa e (perché no?) con una sua “autorità”, e che preferisca concepire alla guida uomini molli, vaghi e “grigi” che possano accontentare un partito da sempre dilaniato internamente. Se una volta il Pci acclamava uomini imponenti come Togliatti e Berlinguer, gli ultimi leader della sinistra (ed anche i fuorusciti “più a sinistra”) ricalcano la figura del grigio e anonimo funzionario d’apparato.

ECLISSI DI UN PARTITO

Dal banco delle opposizioni, il PD proclama la volontà di rivalsa sull'”asse populista” attraverso programmi ed idee – di contro alla “propaganda” del governo. Peccato che siano proprio programmi ed idee a mancare. Non si ravvisa nulla di incisivo, nulla che “dia identità” ad una forza politica che ne sta (ri)cercando una.

I due partiti che governano, in qualsiasi modo la si pensi, si sono affermati presso il grande pubblico con idee e guide forti. Da una parte la flat tax, il federalismo, la lotta all’invasività dello Stato e della burocrazia, dall’altra reddito e pensione di cittadinanza e misure antipovertà. Grandi idee e visioni del mondo politico ed economico che hanno infiammato gli animi, suscitato aspettative e portato ad un sostegno di massa, tutto il contrario di quanto emerge da un anno a questa parte in casa dem.
Nell’era della ridefinizione dei rapporti leader-popolo, la necessità di una forte figura di riferimento è un viatico ormai fondamentale per affermarsi. La Lega ha Salvini, i 5 Stelle hanno figure (diverse sì, ma forti tutte) come Di Maio, Grillo e Di Battista. Il PD, con la fine della (breve) fiamma per la figura di Renzi, si è trovato orfano di una guida forte, e sembra deciso a proseguire su questa strada.

Sopravvivere e vincere, nel 2018 e in futuro, con un Partito autoreferenziale, senza idee, diviso internamente, senza una forte guida né una personalità, contro due attori dinamici che macinano consensi ogni giorno, è una missione impossibile. Sembra che al PD sia rimasta solo la strategia del “tanto peggio tanto meglio” (“lasciamoli governare, loro falliranno e gli italiani torneranno a votarci”) – per la verità l’unica visione di lungo periodo fin qui adottata dal Nazareno. Una strategia che tuttavia mostra solo la loro velleità ed impotenza di fronte ad un presente nel quale paiono sempre più fuori. E per la quale possiamo semplicemente dire: “Tanti auguri”.

(di Leonardo Olivetti)