Formula 1: sempre più marketing e meno gara

F1 vuol dire anche immagine: lo ha dimostrato Hamilton. Ma ridurlo solo a quello, vuol dire snaturare quella che è la base stessa della categoria, rischiando di farla implodere. Una vecchia pubblicità diceva: “Il buco con la menta intorno”.

Potremmo riprendere questo slogan per la Formula1: le monoposto con il marketing intorno. Perché non sono più le monoposto il cardine centrale, ma lo stesso marketing che ci gira intorno a diventare portante, quasi fondamentale, per la categoria. Chase Carey, patron di Liberty Media, ha dichiarato come la sua griglia dei sogni avrebbe “un pilota cinese, un vietnamita, un americano e una donna”. Non importa più il valore del pilota, la competizione o il primato: importa attirare un consumatore finale.

La Formula 1 è stata da sempre un circus nato naturalmente non come ente benefico, ma che doveva essere vetrina competitiva per costruttori (prima) e piloti (dopo). Un insieme di regole a cui tutti i partecipanti dovevano sottostare (da cui l’appellativo Formula), per dimostrare la supremazia dell’insieme uomo/macchina, con qualche sbilanciamento in base agli anni. Ove si ergeva il pilota, ove la vettura, ove la simbiosi perfetta creava l’apice del tutto, annichilendo la concorrenza: ricordiamoci l’era Schumacher o Vettel in Red Bull, per esempio. Ma ora i tempi sembrano cambiati.

Il giocattolo F1 è passato negli ultimi 15 anni in 3 sole mani: dal magnate tedesco Leo Kirch al fondo di investimenti CVC che lo controllava nel suo Formula One Group tramite Bernie Ecclestone.
Infine, un paio d’anni fa, la cessione a Liberty Media: quella che sembrava essere di fatto l’opzione più naturale, e cioè una cordata dei vari costruttori, è saltata. L’idea preponderante infatti è stata l’ottimizzazione delle risorse, con la volontà di far crescere un prodotto adeguandolo ai tempi. Ed è dietro “adeguandolo ai tempi” che si nascondono gli altarini: la necessità di ampliare il business, farlo crescere per attirare nuovi investitori come sponsor e massimizzare i profitti.

La creatura curata per quarant’anni da Bernie Ecclestone, a sua immagine e somiglianza, sta passando da modello relativamente elitario a prodotto di massa, nello specifico verso un pubblico giovanissimo. Sul finire dell’estate, non a caso, sono stati presentati alcune bozze di quella che potrebbe essere la monoposto del futuro: semplici, quasi da cartone animato, volutamente “cool”, che se ne fregano di tutto ma puntano a piacere, semplicemente. Aggiungiamo a questo scenario, l’età dei piloti in drastica discesa: siamo passati dai guidatori anche cinquantenni degli albori, a nuovi personaggi poco più che maggiorenni.

Il tutto per sacrificare sull’altare del marketing qualunque altra declinazione che non apporti denaro: del resto, sono i ragazzi quelli con il budget più alto, per assurdo. Scevri da molte limitazioni dovute alla gestione del portafoglio in maniera quantomeno oculata, attingono da una pletoria famigliare spesso più disponibile ad accontentare voglie più che necessità.

Da qui, la virata improvvisa di Liberty Media: i teenagers, meglio ancora se pescando un po’ a destra e un po’ a sinistra in quello che manca. Paesi emergenti, pubblico femminile, dietro una ipocrisia di facciata (come quella della rimozione delle Ombrelline) si celano ancora una volta, i semplici soldi.
E così, passa tutto in secondo piano.

La questione di fondo, quella vera come lo sarebbe il gusto nelle caramelle, rimane però un’altra: riprendere quella lotta nelle gare che nel corso degli ultimi anni è venuta troppo spesso a mancare, prepotentemente soppiantata dalla tecnologia e dal monopolio delle prestazioni di una sola scuderia. La gestione elettronica delle potenze, i cambi robotizzati, le partenze assistite e l’aereodinamica portata al limite infine, hanno messo quasi in secondo piano il fattore pilota.

A fare da macigno sulle spalle di chi si trova al volante, rimane in questi anni solamente il carico della pressione: la stessa che è sembrata così gravosa da portare per Vettel, quattro volte campione del mondo uscito ridimensionato dalla stagione 2018.

(di Davide Bologna)