La rivalità cooperativa delle relazioni Cina-USA

Durante una visita a Pechino questo ottobre, mi è stato spesso chiesto se le recenti critiche del vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence verso la Cina avessero segnato l’inizio di una nuova guerra fredda. Ho risposto che gli Stati Uniti e la Cina sono entrati in una fase nuova delle loro relazioni, ma che la metafora della guerra fredda era errata.

Durante la guerra fredda, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si puntavano decine di migliaia di testate nucleari l’una contro l’altra, e non avevano praticamente nessun legame commerciale né culturale. Per contrasto, la Cina ha una forza nucleare molto limitata, i commerci sino-americani valgono mezzo triliardo di dollari l’anno, e più di 350.000 studenti e 3 milioni di turisti cinesi raggiungono gli Stati Uniti ogni anno. Una descrizione migliore per questa relazione bilaterale potrebbe essere “rivalità cooperativa”.

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, le relazioni sino-americane sono passate attraverso tre fasi, ognuna durata all’incirca due decenni. Le ostilità sono durate per tutti i vent’anni successivi alla Guerra di Corea, seguite da una limitata cooperazione contro l’URSS durante la fase che ha seguito la celebre visita di Richard Nixon nel 1972.

La fine della guerra fredda ha dato il via a una terza fase di legami economici, che ha visto gli Stati Uniti aiutare la Cina nell’integrazione economica globale, incluso il suo ingresso nella World Trade Organization nel 2001. Tuttavia, nella prima decade post-guerra fredda, l’amministrazione del presidente Bill Clinton ha allo stesso tempo rinforzato l’alleanza USA-Giappone e migliorato le relazioni con l’India. Ora, dal 2017, la National Security Strategy si concentra principalmente sulla Russia e sulla Cina, indicati come gli avversari più pericolosi per l’America.

Anche se molti analisti cinesi incolpano Donald Trump per l’inizio di questa quarta fase, la colpa è anche del presidente cinese Xi Jinping: ha rigettato la politica di Deng Xiaoping, che prevedeva di mantenere un profilo internazionale basso; ha posto fine ai limiti dei termini presidenziali; e proclamando il suo nazionalistico “Sogno Cinese”, Xi avrebbe potuto benissimo indossare un cappellino rosso con la scritta “Make China Great Again”. L’atteggiamento odierno degli Stati Uniti risale a ben prima delle elezioni del 2016. La retorica di Trump e le tariffe che ha imposto sono solo benzina gettata su un fuoco già acceso.

L’ordine internazionale liberale ha aiutato la Cina nella sua crescita economica e nella riduzione della povertà. Ma la Cina ha anche minato il terreno del commercio a proprio vantaggio finanziando imprese possedute dallo stato, praticando lo spionaggio industriale e chiedendo alle aziende straniere di trasferire la loro proprietà intellettuale a “partner” cinesi. Anche se molti economisti dicono che Trump sbaglia a concentrarsi sul deficit del commercio bilaterale, altrettanti sono d’accordo con lui quando attacca i tentativi della Cina di sfidare il vantaggio tecnologico degli Stati Uniti.

Oltretutto, la crescente forza militare cinese costituisce un problema di sicurezza. Anche se questa quarta fase non è una guerra fredda, a causa dell’alto livello di interdipendenza, è molto simile a una tipica guerra commerciale; come, ad esempio, le recenti dispute degli USA con il Canada per l’accesso al mercato dei latticini.

Alcuni analisti credono che questa quarta fase sia l’inizio di un conflitto in cui un’egemonia di lunga data andrà in guerra con un avversario emergente. Nella sua spiegazione della guerra del Peloponneso, Tucidide spiegò che fu causata dalla paura di Sparta verso una Atene sempre più emergente.

Secondo questi esperti, l’emergere della Cina creerà una paura simile negli Stati Uniti, e ricordano l’inizio della Prima Guerra Mondiale, quando una Germania sempre più agguerrita mise all’angolo l’egemone Inghilterra. Le cause della Prima Guerra Mondiale, tuttavia, sono molto più complesse, e includevano anche il crescente potere della Russia, che creava timore in Germania; il crescente nazionalismo nei Balcani e in altri paesi; e i rischi presi deliberatamente dall’Impero asburgico per evitare il proprio declino.

Cosa ancora più importante, la Germania aveva superato la produzione industriale inglese già nel 1900, mentre il PIL cinese è attualmente pari a tre quinti di quello americano. Gli USA ha molto più tempo, per fronteggiare la Cina, rispetto a quello che aveva l’Inghilterra per fronteggiare la Germania. La Cina è limitata da un naturale equilibro di poteri in Asia, un equilibrio in cui né il Giappone (la terza economia mondiale) né l’India (che sta per superare la popolazione cinese) intendono sottomettersi alla Cina.

Soccombere alla paura descritta da Tucidide sarebbe una inutile profezia che si autoavvera per gli Stati Uniti. Fortunatamente, i sondaggi dimostrano che il pubblico americano non teme istericamente la Cina quanto durante la guerra fredda temeva l’Unione Sovietica.

Né la Cina né gli Stati Uniti costituiscono una minaccia per gli altri come lo costituivano la Germania di Hitler o l’URSS di Stalin. La Cina non invaderà gli Stati Uniti, e non è in grado di espellere gli Stati Uniti dal Pacifico occidentale, dove la maggior parte dei paesi è favorevole alla loro presenza. Il Giappone copre quasi tre quarti del budget necessario per mantenere 50.000 truppe statunitensi sul territorio.

La mia recente visita a Tokio mi ha confermato che l’alleanza con gli Stati Uniti è forte. Se l’amministrazione Trump la manterrà, ci saranno poche speranze, per la Cina, di espellere gli Stati Uniti dal Pacifico occidentale, tanto meno di dominare il mondo.

C’è un’altra dimensione, tuttavia, che dimostra come questa quarta fase sia più una “rivalità cooperativa” che una guerra fredda. La Cina e gli Stati Uniti devono affrontare sfide transnazionali che sarebbero impossibile risolvere senza la cooperazione l’una dell’altra. Il cambiamento climatico e l’aumento del livello dei mari obbediscono alle leggi della fisica, non a quelle della politica. Mentre i confini diventano sempre più porosi, e tutto riesce a transitare (droghe, malattie, terrorismo), le economie maggiori dovranno cooperare per fare fronte a queste minacce.

Alcuni aspetti di questa relazione si trasformeranno in un gioco a somma positiva. La sicurezza nazionale americana richiederà la cooperazione con la Cina, non solo contro la Cina. La questione chiave è la seguente: gli Stati Uniti sono in grado di ragionare in termini di “rivalità cooperativa”? Siamo in grado di camminare e masticare chewing gum allo stesso tempo? In un’era di nazionalismo populista, è più facile per i politici agitare lo spettro di una nuova guerra fredda.

(di Joseph Nye, Project Syndicate – Traduzione di Federico Bezzi)