E la Francia si scoprì contro Macron

dopo averlo eletto. E con un signor consenso al ballottaggio, doppiando com’è noto la rivale Marine Le Pen (allora Front National, oggi Rassemblement National) di un buon 66% a 33%.

Era nota la linea del neocandidato così come del suo “nuovo partito” EnMarche!: europeismo, globalismo, e tutto sommato anche immigrazionismo. L’ultima voce è stata stemperata da un’azione di realpolitik del presidente francese eletto, probabilmente motivata da un livello di esasperazione della gente comune tale da “obbligare” i governanti a stringere la cinghia in qualche modo (tra l’altro anche a nostro danno, come abbiamo visto a Bardonecchia e in altre situazioni).

Ma nel complesso, il programma di Emmanuelle era la prosecuzione sistemica di quanto visto con il governo di Francois Hollande e del Partito Socialista, la stessa formazione passata dal 28% dei consensi del 2012 al poco più del 6% del 2017: con lo stesso volume di voti che finisce – che strano! – proprio dritto dritto verso EnMarche!.

Ne scrivemmo anche all’epoca, ne scrissi anche all’epoca, sottolineando proprio quest’aspetto. Ora lo odiano, consenso ai minimi storici: appena il 24%.  Ma allora perché, buon Dio, i francesi votarono in massa un candidato che altro non rappresentava se non la prosecuzione delle politiche disastrose del governo che lo aveva preceduto (nel quale tra l’altro era stato anche ministro dell’Economia)?

Semplice: perché i francesi sono cittadini. Persone normali. Lavoratori che pensano al quotidiano e quindi facilmente influenzabili, come chiunque non faccia della politica la sua prima ragione di vita.

Con Macron ci sono cascati. Circuiti, certamente, da una campagna mediatica a senso unico contro il solito “pericolo fascista” della Le Pen. Auguriamoci che non ci caschino nuovamente in futuro. Sperando che i “gilet gialli” siano l’inizio di una consapevolezza europea contro un sistema che in trent’anni ha sbagliato tutto.

(di Stelio Fergola)