L’Italia torna protagonista nel Mediterraneo: successo della Conferenza sulla Libia

«Palermo sarà ricordata come pietra miliare per tracciare una via che porti i libici verso il futuro». La dichiarazione di Ghassan Salamè, rappresentante speciale dell’Onu in Libia, può essere presa come la chiave volta per comprendere appieno gli obiettivi raggiunti dal summit internazionale organizzato a Palermo dal nostro governo. L’intento dichiarato, e taciuto da molti giornali, era infatti non tanto risolvere, quanto piuttosto dare il via ad un percorso condiviso dalle parti in lotta per risolvere la sanguinosa guerra civile che si protrae in Libia da quando, nel 2011, Francia e Stati Uniti, sulla scia della famosa “primavera araba”, hanno bombardato e spinto nel baratro un paese tenuto insieme solo dalla personalità del premier Muammar Gheddafi. Sette anni di guerra civile fra tribù, esponenti politici, integralisti islamici, membri dell’Isis, forze sostenute dalla Francia e altre dalla Russia, combattenti del deserto e la popolazione della costa urbanizzata. Sette anni di scontri che non si potevano sicuramente risolvere in due giorni di incontri fra così tanti delegati rappresentanti numerosi paesi del Mediterraneo e non.

Il summit, fortemente appoggiato da molti esponenti libici e dei paesi del mare Mediterraneo, direttamente coinvolti quindi dalla lunga crisi libica, si è svolto nella migliore delle maniere nonostante le numerose gufate della stampa e di molti esponenti politici italiani. La città di Palermo, scelta per la sua storica funzione di porta fra il Mediterraneo orientale e occidentale, fra Africa ed Europa, è stata per due giorni il centro del Mare Nostrum. Qui si sono presentati gli attori principali coinvolti nel conflitto direttamente e indirettamente. c’era il presidente egiziano Al Sisi, quello tunisino Essebsi, il premier greco Tsipras, il capo del governo di Tripoli Fayez Al Sarraj e il suo rivale, il generale della Cirenaica e comandante dell’Esercito nazionale libico Haftar. Questo si è presentato contro le previsioni della stampa italiana, che già denunciava il flop. Seduti al tavolo con loro c’erano anche Medvedev per rappresentare la Russia e il vicepremier Turco, entrambi direttamente ed indirettamente coinvolti nello scontro per il controllo dello “Scatolone di Sabbia”. Haftar, come già stabilito con l’Italia, avrebbe partecipato ad un tavolo informale fra i delegati italiani e Sarraj, per poi tornare in patria dove sta combattendo ancora una guerra, soprattutto nella difesa delle frontiere dalle infiltrazioni di agenti terroristici che provengono da altri paesi.

Il premier Conte accoglie il generale Haftar a Palermo.

La delegazione turca, esclusa dal tavolo informale – su esplicita richiesta di Haftar, i turchi sono infatti i suoi maggiori oppositori – lascia arrabbiata la conferenza prima della sua conclusione. Il documento rilasciato dal governo turco non attacca però l’Italia, che anzi ringrazia per l’ospitalità. Il presidente Conte, dobbiamo dirlo, ha sorpreso tutti. Avevamo già visto al G7 in Canada come si senta a suo agio nei grandi incontri internazionali, ma qui, per la prima volta da decenni ormai, ha conquistato di nuovo per l’Italia un ruolo da protagonista. Il cambiamento con il #governodelcambiamento c’è, e anche in politica estera si vede. Il nostro paese ha infatti smesso di presentarsi come nazione assertiva, che sostiene passivamente i suoi alleati senza dire la sua e sottomettendosi sempre agli invadenti interessi franco-tedeschi ed statunitensi. L’Italia ora fa da protagonista, è un paese propositivo che cerca di proiettare un nuovo ordine verso l’esterno, nel tentativo di sistemare i danni portati dalle scellerate politiche atlantiche della presidenza Obama e Sarkozy.

«Amici libici, voi avete avuto la testimonianza dell’attenzione e della dedizione di tutti i presenti per il dossier libico e per il vostro Paese. Vi prego, non ci deludete», ha detto il premier Conte alla fine dei lavori, dopo aver ricordato ancora una volta che l’Italia non ha in Libia doppi fini, se non quelli di riportare pace e stabilità. La lungimiranza politica non si ferma qui, di fronte alla defezioni turca il premier reagisce con equilibrio, ha poi infatti aggiunto: “dobbiamo guardare francamente la realtà dello scenario internazionale, e far convergere a Palermo 30 paesi significa esporre questo incontro a qualche fibrillazione e alle particolari sensibilità tra alcuni paesi. Dobbiamo anche accettarle“. Questo è il primo passo per la pacificazione della Libia. Benché la conferenza di Palermo arrivi troppo tardi, (ci dovevano pensare ancora anni fa i carissimi Letta, Renzi e Gentiloni), il merito va tutto al governo legastellato, a loro va il successo dell’incontro. Successo che fa rosicare i radicalchic e l’opposizione nostrana, (ovvero la nuova balena bianca PD-Forza Italia), Ernesto Magorno, senatore PD, dichiara “[…] ne esce a pezzi l’Italia che, grazie al #governodelcambiamento, non è più credibile”. Peccato che gli esponenti di trenta paesi si siano recati a Palermo, su iniziativa tutta Italiana, alla ricerca della pace in una regione dilaniata dalla guerra da anni ormai. Peccato che il summit #ForLibyawithLibya sia stato il primo vero passo per la pacificazione della regione e che dalla Grecia alla Russia, dalla Tunisia all’Egitto, passando ovviamente per la Libia, le luci de mondo erano rivolte verso la piccola Italietta.

(di Marco Franzoni)