La parabola dell’isola: come funziona la moneta moderna

Non può esistere un Paese senza debito, perché il debito è oggi la modalità con cui si emette moneta“, ha cinguettato il 2 novembre 2018 Vito Lops: in poche ma esemplificative parole, il giornalista del Sole24Ore ha evidenziato una banalità macroeconomica che, tuttavia, oggi rappresenta il più grande e radicato equivoco sul funzionamento della moneta e del debito pubblico in uno Stato sovrano.

Un fraintendimento, peraltro, scientemente inculcato attraverso una propaganda martellante sulla popolazione, un condizionamento ideologico per lo più sfruttante le armi di quella che Keynes chiamerebbe “imbecillità del linguaggio finanziario“, divenuta oggi tanto condizionante sulla vita delle persone da averle fatte entrare nella spirale della “parodia dell’incubo di un contabile” (sempre per utilizzare i pungenti insegnamenti dell’economista britannico).

Ordunque, proprio per risolvere questo clamorosa uni-direzionalità della narrazione in senso ed ottica neoliberisti, occorre mostrare la fattuale semplicità dei meccanismi monetari che si cela dietro alle complesse, arzigogolate ed affastellate argomentazioni dei famigerati “tecnici“.

Del resto, persino Henry Ford ebbe ad ammettere l’orwelliano inganno del debito (ove, per l’appunto, “L’ignoranza è forza!”), già oltre mezzo secolo fa: “Meno male che la popolazione non capisce il funzionamento del nostro sistema bancario e monetario, perché se lo capisse, credo che prima di domani scoppierebbe una rivoluzione“.

La parabola degli uomini su un’isola

Gli aggregati umani, nel corso della storia, si sono formati in ogni posto possibile, laddove sono state individuate le condizioni necessarie per la sopravvivenza di coloro che le andavano cercando, nomadi o sedentari che fossero.

Questa storia, che sta per essere raccontata, si situa in un tempo ideale, teoretico, su un’ipotetica isola – un luogo al quale, specialmente nei racconti, si attribuiscono tutte le caratteristiche imprescindibili per l’umana esistenza -, con lo scopo di dialogare in merito ad un insegnamento, che si spera e si auspica prezioso.

All’inizio dell’esistenza dei primi esseri umani su un’isola, costoro si ritrovano gli uni contro gli altri singolarmente, in quando guardinghi ed incapaci di fidarsi, anche soltanto un minimo, gli uni degli altri. Tuttavia, dal momento che l’ambiente, le intemperie e gli animali selvatici sono spietati ed inesorabili, gli uomini comprendono che da soli non ce l’avrebbero mai fatta: occorreva organizzarsi, cooperare, cercare accordi e compromessi al fine di stabilire un’armonia, imprescindibile dapprima per la sopravvivenza, e poi per l’esistenza.

Decidono di spartirsi i ruoli, sulla base delle loro individuali capacità: alcuni sono adibiti alla caccia di animali, altri alla raccolta di frutta e verdura, altri alla pesca in mare o nei fiumi; a questi si sommano coloro che devono procurarsi la legna, coloro che costruiscono le capanne sotto le quali ripararsi, coloro che affilano le armi per difendersi, e via discorrendo. L’esperienza progressiva aumenta le abilità dei singoli, che in tal modo vengono a formare una vera e propria comunità, la cui forza e la cui coesione danno loro sicurezza.

Grazie a questa tranquillità esistenziale, il numero della comunità aumenta, perché uomini e donne vengono a formare delle coppie, ed il loro amore genera la prole. Nascono così nuove esigenze, nuove necessità, le quali sono colmate dal miglioramento degli strumenti utilizzati e degli oggetti costruiti: le capanne diventano case, nascono mezzi di trasporto, agricoltura ed allevamento si sostituiscono a caccia e pesca, insomma nasce una vera e propria economia interna dell’isola, dove ciascheduno occupa la propria posizione a beneficio della collettività.

Naturalmente, questi uomini hanno iniziato a scambiarsi beni e servizi, ma la complessificazione del sistema produttivo isolano impedisce loro di proseguire con il baratto, il quale si rivela sempre più inadeguato a risolvere le diatribe sul valore da attribuire a ciò che si vende e si compra.

Occorre qualcosa che possa mettere d’accordo tutti e regolare lo scambio di tutto quanto sia commerciabile: del resto, istituzioni di tal fatta sono già nate, sia per regolare la vita e le scelte della comunità, sia per stabilire le norme di comportamento e rispetto nei confronti degli altri, sia per punire i trasgressori.

Ecco quindi che viene creata la moneta: essa non rappresenta un bene, non rappresenta una ricchezza, ma un semplicissimo intermediario, un efficace strumento di scambio di beni e servizi, il cui valore si dà unicamente grazie al riconoscimento politico che le persone dell’isola le danno.

Dapprima, sono stati utilizzati materiali difficili da reperire, quali oro ed argento, che si trovavano sottoterra; in seguito, si è preferita loro la carta, una carta sulla quale scrivere un numero corrispondente al valore di quel foglietto, valido negli scambi commerciali sull’isola.

L’istituzione centrale, sulla base delle norme di quella comunità isolana, si dice di diritto pubblico, ovverosia avente a che fare con la collettività ed in sinergia totale con la stessa: essa è la sola a poter creare dal nulla la moneta, nella quantità sufficiente affinché tutti possano averne a propria disposizione sia per vivere dignitosamente, sia per essere occupati (ed occupare) a livello lavorativo.

Ovviamente, beni e servizi aumentano in qualità e quantità, e così anche la moneta circolante. Essa inizia ad essere troppa, perciò l’istituzione centrale inventa qualcosa che chiama titoli di Stato, con i quali può drenare l’eccesso di valuta emesso ma al contempo garantire il risparmio di coloro che li comprano.

Attraverso questo astuto ed efficiente stratagemma, la comunità continua la propria esistenza in armonia e prosperità, in una società dove tutti quanti stanno bene, a prescindere da quanti siano i più ricchi: non esistono poveri, o se esistono viene loro garantita la dignità dell’esistenza attraverso i servizi che l’ordinamento centrale fornisce, assicurando al contempo lavoro alle persone qualificate per lo stesso e desiderose di compierlo al meglio.

Ciò nonostante, non tutti sono perfettamente felici sull’isola: alcuni uomini, già ricchi grazie alle loro attività, desidererebbero essere ancora più ricchi, ancora più potenti, ancora più influenti. Per farlo, visto che la guerra non sarebbe efficace, elaborano un piano minuzioso: avendo moltissima moneta, creata dall’istituzione centrale ed accumulata nel tempo, essi si rivolgono a quest’ultima e le propongono di non fare più quel lavoraccio, poiché ad esso possono provvedere loro, o meglio possono usufruire delle loro ricchezze affinché tale istituzione non sia più costretta a creare valuta dal nulla, con la scusa che essa aumenterebbe troppo i prezzi per i cittadini.

L’istituzione centrale, nonostante gli scetticismi iniziali, approva il piano, convintasi che i rischi esposti da quei pochi uomini fossero reali. Gli uomini di tale èlite, però, vogliono guadagnare, e non prestano gratuitamente la loro moneta, ma pattuiscono una percentuale su quanto prestato, ovverosia gli interessi: essi hanno in mano, fondamentalmente, l’economia dell’isola.

Infatti, le persone stanno continuando a produrre beni e servizi, ma si ritrovano sempre meno valuta in circolazione, la quale sta finendo a quel ristretto gotha che la controlla.

Dato che la moneta scarseggia sempre più, non soltanto diminuisce la quantità dei beni e dei servizi scambiati, ma anche la loro qualità, poiché le persone sono sia meno incentivate a migliorare la loro attività, qualora potessero, sia letteralmente obbligate a non migliorarla.

Coloro che gestiscono l’agricoltura, sono costretti a chiedere a qualcuno di non venire più nei campi; coloro che gestiscono l’allevamento fanno lo stesso, e così quelli per la pesca, quelli per la difesa dagli animali selvatici, quelli per i mezzi di trasporto, quelli per curare le persone, quelli per istruirle, e così via.

Moltissime persone perdono il benessere che avevano, e per sopravvivere non hanno neanche più un ordinamento centrale che le tuteli, così iniziano a rubare, a delinquere: l’armonia, che vi era sempre stata, si è rotta. L’equilibrio è compromesso, ma non definitivamente.

Infatti, gli uomini comprendono, si consapevolizzano che stanno divenendo sempre più poveri non perché manchino loro le energie, le competenze od i materiali, ma quello strumento di scambio di beni e servizi che permetterebbe loro di applicare tutto ciò di cui si è appena detto. Ma… Se quella moneta è senza valore e viene creata dal nulla, come mai non la si usa più per la collettività?

E così hanno capito: coloro che hanno preso le redini dell’istituzione centrale con l’inganno, stanno facendo strozzinaggio. Basterebbe ritornare al baratto, perché tutti i loro sforzi rimangano vani: quell’èlite di profittatori rimarrebbe con dei semplici pezzi di carta in mano. Così, essendo che la moneta è molto comoda, gli isolani prendono l’unanime decisione di cacciare gli avidi di potere dai posti di comando, dei quali riprendono il controllo totale.

L’istituzione centrale ritorna ad utilizzare le sue armi (emissione gratuita e titoli) per la collettività tutta: l’occupazione riprende, la pace sociale ritorna, e con esse la felicità e la prosperità che avevano sempre caratterizzato quel luogo.

 La moneta fiat e la sovranità

La parabola di cui sopra, dopo aver enucleato i passaggi di progressivo coordinamento di una comunità (dalla hobbesiana “guerra di tutti contro tutti” all’aristotelico nucleo famigliare come fulcro della società, alla intrinseca politicizzazione della vita pubblica nelle città-Stato greche, alla spartizione dei poteri di Montesquieu), intende sottolineare un aspetto assolutamente fondamentale: l’importanza della moneta, che l’ingegnere Fabio Conditi – presidente dell’associazione Moneta Positivadefinisce come il quarto potere supplementare, oltre a quelli esecutivo, legislativo e giudiziario.

Un tempo esistevano le monete in oro ed argento, metalli preziosi difficilmente reperibili e per ciò stesso aventi un valore intrinseco [ovviamente, di umana attribuzione, N.d.A.], sui quali cercavano un guadagno i falsari; nel XX secolo è arrivato il “gold standard”, un sistema di cambi fissi che legava la capacità di spesa pubblica di una nazione alle riserve auree detenute dalla sua Banca Centrale.

Con Bretton Woods nel 1944, è stato pattuito il “gold exchange standard”, per il quale i dollari statunitensi erano l’unica valuta convertibile in oro, ed essi potevano sostituirsi all’oro stesso nella pancia delle Banche Centrali di altri Stati; infine, nel 1971 il presidente USA Richard Nixon sganciò il dollaro dal valore dell’oro, dando principio all’era della moneta fiat.

Questo passaggio è assolutamente fondamentale: mentre i primi tre sono sistemi a moneta-merce, l’ultimo – che è lo stesso elaborato dagli uomini dell’isola – è un sistema di moneta a corso forzoso, ovverosia priva di valore intrinseco, slegata da qualunque riserva materiale e creata dal nulla, valida unicamente per il riconoscimento politico ad essa attribuito.

Un principio cartalista, che denota cosa sia la sovranità di uno Stato: esso, infatti, riscuote le tasse in una determinata valuta, che lui stesso sceglie, ed i cittadini considerano valida quella valuta proprio perché serve loro per pagare le imposte, e la utilizzano quindi anche per scambiarsi beni e servizi.

Gli avidi dell’isola, con lo scopo di creare un sistema usurocratico a loro esclusivo vantaggio, hanno sottratto all’istituzione centrale la facoltà di emettere moneta, sfruttando le loro immense ricchezze per chiedere alla stessa interessi, sottraendo così liquidità al sistema dell’economia reale dell’isola, i cui abitanti si sono ritrovati progressivamente senza lavoro e senza prospettive: poiché l’ordinamento centrale non avrebbe più potuto spendere per loro, non avrebbe più potuto emettere valuta nella quantità sufficiente a garantire la piena occupazione ed a risolvere le falle del mercato attraverso investimenti pubblici.

Gli isolani insomma, a causa dell’astuzia dell’èlite, avevano veduta sottratta la loro sovranità, ed erano stati debilitati nella loro vita, il loro strumento di emancipazione (il lavoro) era venuto meno, con tutti i disagi sociali che ne erano conseguiti.

La soluzione a tale crisi [o cambiamento deliberato e pianificato del sistema economico, per usare le parole dell’economista Valerio Malvezzi, N.d.A.] è stata semplice, quasi banale, ma estremamente efficace: si sono ripresi il controllo dell’istituto che permetteva loro di avere lo strumento della moneta, indispensabile nell’economia. La storia della loro servitù (non – ancora – della loro liberazione) sembra fin troppo nota…

I lettori avranno colto, nella parabola, l’evidente allusione all’Italia ed alla sua adesione all’Euro: dalla firma del trattato di Maastricht nel 1992 e dall’entrata in corso della moneta unica nel 2002, il Bel Paese ha perduto circa un quarto della propria produzione industriale (la Candy ai cinesi, la Magneti Marelli ai giapponesi, i telai Ducati in Vietnam e la Pernigotti ai turchi sono soltanto i casi più recenti).

L’Italia ha visto i propri investimenti pubblici calare visibilmente, facendo per 27 anni quasi ininterrotti avanzo primario (cioè, ha tassato più di quanto ha speso) per ripagare gli interessi su un debito – non emesso in valuta sovrana, giacchè l’Euro equivale ad una valuta estera: il caso dell’Argentina è esemplificativo per spiegare tale meccanismo – che non è fatto per essere ripagato, condannando a povertà, difficoltà e disoccupazione crescenti i propri cittadini (che, nel frattempo, hanno perduto molti loro risparmi, nonostante il patrimonio immobiliare rimanga alto).

L’istituto (privato) che emette la valuta nell’eurozona, la Banca Centrale Europea, crea la moneta (priva di valore, se non politicamente riconosciuto) dal nulla, senza neppure doverla stampare, poiché trattasi di zeri su un foglio di calcolo Excel all’interno di un computer, attivabili con un click: visto che, per statuto, le Banche Centrali possono [devono, N.d.A.] operare in passivo di bilancio, essa potrebbe azzerare lo spread (differenziale di rendimento fra BTP italiani e Bund tedeschi) in un lampo, e garantire completamente il debito di tutti gli Stati, controllando i tassi.

Tuttavia, essa non lo fa, poiché – come recentemente ribadito dal suo presidente, Mario Draghi – il suo mandato è unicamente la stabilità dei prezzi al fine di controllare l’inflazione [ossia, non agisce come una qualunque Banca Centrale, N.d.A.]: poco importa se questa mancanza di liquidità non sia giustificabile, perché causante problematiche socio-economiche inenarrabili nei tessuti interni degli Stati (si veda la Grecia). L’Euro non è perciò una mera moneta: è uno strumento di dominio.

La Commissione Europea, nel frattempo, continua ad ammonire l’Italia, chiedendo che venga ridotto il deficit per ridurre il debito pubblico. Tuttavia, oltre ad essersi già rivelata una ricetta fallimentare, essa ha causato danni umani impressionanti: semplicemente, non deve essere perseguita.

A maggior ragione perché il debito pubblico non è un peso sulle spalle delle future generazioni, bensì al contrario – secondo l’equazione dei bilanci settoriali – è risparmio privato, è la sommatoria dei disavanzi di uno Stato, che in tal modo spende per i propri cittadini più di quanto li tassi.

La parabola degli uomini su un’isola lo spiega: la creazione della moneta – non ricchezza, ma strumento – è un procedimento che influisce sulla distribuzione della ricchezza nella società, ed affidarlo ad un’istituzione indipendente, lontana e slegata dal controllo politico e democratico dei cittadini e dei loro rappresentanti, è semplicemente una follia.

Il film-documentarioPIIGS” utilizza, in questo senso, una metafora calzante, secondo la quale l’Unione Europea – con la sua politica mercantilista (tipicamente tedesca), con la sua mancanza di democraticità nelle istituzioni e con le azioni di stampo monetarista e neoliberista perseguite dalla BCE – è come un’arena in cui ci sono 100 cani ed in cui vengono gettati 95 ossi: senz’altro la competizione sarà stimolata, ma comunque 5 cani saranno costretti alla morte, od a patire la fame, e gli ossi saranno sempre meno, e con essi i cani, sopraffatti (ed uccisi) dalla legge del più forte.

La stessa legge che gli uomini dell’isola avevano eliminato attraverso una collaborazione reale, favorita da un istituto pubblico che faceva i loro interessi; la stessa legge che viene abbattuta dalla Costituzione italiana del ’48, di ispirazione squisitamente socialista e keynesiana, la quale intende invece garantire qualcosa di ben più nobile, cioè la “democrazia economica” (brillante definizione del giornalista Carlo Formenti).

Il benessere della popolazione, di tutta la popolazione, è l’obiettivo; la sovranità dell’Italia ed una moneta per i cittadini, sono gli strumenti; la consapevolezza politica, è il tassello imprescindibile: occorre prenderne coscienza. Del resto, la parabola degli uomini su un’isola lo insegna: la politica e la cooperazione sono vera forza, la moneta rimane mera carta.

(di Lorenzo Franzoni)