Napoli: serve un piano per sradicare l’illegalità

La questione meridionale, e più precisamente della città di Napoli, è tra le più spinose da affrontare sia per portata storica che per difficoltà. Mai come ora Napoli ha come sindaco uno dei massimi esponenti della napoletanità peggiore, quella tutta “sole, pizza e mandolino”, quella dell’illegalità tollerata e dei radical chic di Posillipo e Vomero, degli arroganti e “semicolti” docenti universitari, dei figli di papà dei centri sociali e dell’elusione del problema migratorio, quella delle occupazioni abusive “giustificate” e dei disoccupati organizzati – o meglio incancreniti.

Certo, l’iniziativa di cedere parte del potere istituzionale al popolo è in sé una cosa buona, utile a costituire una democrazia se non organica quantomeno partecipata e compiuta. Il problema però è che i “comitati popolari” di De Magistris non sono nient’altro che un bacino di appoggio fatto di centri sociali, collettivi vari e “sette” marxiste-leniniste. E c’è anche un giro di denari dietro queste “clientele rivoluzionarie”: costi per consumo di corrente elettrica, evasione dell’affitto, patti “taciti” per posti di lavoro e appalti che vengono concessi per la gestione di eventi musicali e “culturali” ecc.
Tutto in nome della politica sulla “funzione sociale della proprietà”, cosa che, ovviamente, come ogni timorato “politically correct” che si rispetti vale solo per l’area della sinistra “radicale”, mai per quella della destra.

In realtà Napoli versa in uno stato pietoso, e circoscriviamo il ragionamento solo alla questione criminalità organizzata, includendo tutta l’area provinciale e la provincia di Caserta.
È incredibile come nell’era delle lobby e delle “mafie economiche”, in Campania e più in generale nel meridione abbiamo ancora le “mafie territoriali”, le quali oramai, e da tempo, non hanno più nulla nemmeno di vagamente “romantico”. Un dato che sottolinea che il “popolo sano” è attaccato non solo “dall’alto” (speculazione economica) ma anche dal “basso” (plebaglia indistinta) e in un preciso rapporto di corrispondenza tra queste due parti.

La questione di fondo è che si pensa di risolvere il problema camorra eludendo il passaggio repressivo e “solo” attraverso le pur giuste e dovute politiche sociali e culturali, le quali però sono una soluzione a medio-lungo termine. In realtà Napoli e Caserta hanno bisogno di un intervento in grande stile, qualcosa che resti negli annali del meridione d’Italia – tipo la lotta al brigantaggio, senza entrarne nel merito. Qualcosa che ricordi la durezza del prefetto Mori, la solerzia investigativa di Falcone e Borsellino, e che faccia meravigliare i famigerati sindaci sceriffo del Nord-Est.

È inutile perdersi nel solito piagnisteo “politicamente corretto” sul “cuore di Napoli”, una concezione deformata del cuore, perché quando la sua energia non viene ben gestita essa diviene foriera di pericolo, ipocrisia e senso di colpa. Certo che ci sono tante persone per bene, con cuore e tutto, ci mancherebbe, ma ciò non deve essere una scusa per sviare il problema criminalità e con esso tutto l’andazzo lassista sul quale si pone molta parte della cittadinanza, anche quella pulita.

Inutile rinvangare questioni vecchie, come quella “meridionale” o dell’Unità d’Italia. Certo la storia può e deve essere sempre sottoposta a revisione, il Sud deve contare molto di più nel quadro di una politica nazionale; ma questo cosa c’entra col “parcheggiare sui marciapiedi”, chiedere il pizzo pure ai venditori di granite, o col gettare i motorini nel cassonetto dei rifiuti?

E ciò rimanda anche al fattore antropologico che è innegabilmente presente, e che nessuna teoria “antropologica socio-culturale” potrà mai modificare. C’è una parte della popolazione che è un residuo di tanti miscugli differenti dalla tipicità italiana, e che per spirito, atteggiamento e fattezze estetiche è difficilmente inseribile nella categoria “civile”. Di questo fattore bisogna prenderne atto proprio nella gestione di questi elementi, verso i quali il semplice approccio circa le condizioni economico-sociali può ben poco. Altrimenti non si spiega come a parità di condizioni c’è chi rimane una persona dignitosa e magari si afferma pure nella vita, e chi invece sceglie la strada dell’avvelenamento della comunità e dell’affiliazione camorristica.

In tutto ci sono un centinaio di migliaia di elementi che vivono di Camorra, racket, prostituzione, spaccio e traffico di droga, omicidi, furti, scippi, rapine, parcheggi abusivi ecc.: una tigre di carta avrebbe detto qualcuno! Mai come ora, con le cosiddette “politiche sulla sicurezza” cavallo di battaglia del Ministro degli Interni, sarebbe il caso di intraprendere un piano “straordinario”, che sfrutti al massimo le leggi attuali ma che non eviti nel caso di chiederne altre, anche non in accordo con la legislazione “liberale”.

Un piano di intervento speciale e straordinario, che consenta di prelevare capillarmente questi elementi casa per casa, quartiere per quartiere e metterli in condizione di “non nuocere”. Un piano che miri alla costruzione di “nuove strutture” diverse dalle inutili e anche disumane carceri, dove in una cornice di dignità della persona, si effettuino piani di lavoro coatto, e di rieducazione mediante anche lo studio – con i minori ad esempio.

Colpire, ovviamente, anche le collusioni di affari, politica e pubblica amministrazione. I collusi dovranno essere considerati anch’essi come affiliati alla camorra, pure se non ne sono organici. Bisognerà creare quel naturale e fisiologico clima di “terrore” verso chi collabora, si vende o è semplicemente indulgente con i nemici dello Stato. Bisogna colpire tutti, anche coloro che fattivamente non sono affiliati ma che in un clima di compiacenze sono al fianco della criminalità organizzata.

Per i boss punizioni esemplari e conclamate, senza sconti e senza troppi fronzoli. Seguire poi i soldi come insegnava il buon Borsellino, giungendo ai massimi vertici di chi tira le fila del gioco.
Un piano straordinario, dunque, che tolga la patria potestà a tutti gli affiliati della Camorra, che porti al sequestro preventivo dei beni degli indagati e che consegni la gestione di essi direttamente allo Stato, bypassando quelle associazioni “storiche” dell’antimafia che hanno fatto di essa una professione e una lobby.

Un intervento strutturato che “metta a contribuzione coatta” ogni singolo delinquente per il riassesto idro-geologico del territorio campano, e pensiamo ai clan di Casal di Principe che hanno inquinato e distrutto “irrimediabilmente” una delle terre più belle del mondo, provocando danni alla natura ed al creato.

A questo punto sorgerebbe spontanea una domanda, se per un omicidio o una strage si prevede l’ergastolo, a coloro i quali hanno arrecato danno permanente alla natura, e cioè alla continuazione stessa della vita sulla terra cosa dovremmo fare? Non si sposti nemmeno il nemico principale dalla criminalità organizzata ai cosiddetti “migranti irregolari”. Certo, in alcuni quartieri di Napoli e prima ancora sul Litorale Domizio esiste questo problema, ma non facciamo finta che sia esso quello per eccellenza.

Infine non si sottovalutino neanche le concessioni verso certe multinazionali televisive che continuano imperterrite le riprese di Gomorra, che, con la scusa del “diritto di cronaca” e del profitto, ha provocato coi meccanismi emulativi un aumento esponenziale in qualità e quantità dei fenomeni criminali.

A riguardo non si sottovaluti il fenomeno “stese” e “baby gang”, prendendo seri provvedimenti che spostino l’età minima di arresto al di sotto dei 14 anni, e pensando a strutture di recupero “effettivo” dei minori in causa, ma sempre sulla base della privazione della libertà personale.

Si identifichino anche coloro che prestano il fianco alle suddette operazioni mediatiche, come in una delle più importanti facoltà universitarie del centro di Napoli, dove si invitano, coi soldi pubblici, gli sceneggiatori di una nota trasmissione televisiva dedicata ai Boss di Camorra al femminile.
Gente invitata a parlare del cosiddetto “fatto sociale” su un qualcosa che è nemico per antonomasia della società e della socialità stessa. Un prodotto “americano” in fin dei conti – ricordiamolo agli eredi del’68 – i cui protagonisti sono individui che in un paese che si rispetti dovrebbero quanto meno esclusi dalla vita civile.

Inquadrando tutto il problema in un contesto politico populista/sovranista teniamo bene in mente le riflessioni di Jean Claude Michéa circa la santa alleanza tra la sinistra e la plebaglia indistinta, il “people”, in un quadro più complessivo, però, di sostegno di essa alle oligarchie contro le nazioni e i popoli coscienti di sé. Gli elementi che dall’alto della loro divisa accademica pontificano a colpi di “pensiero unico” e per quattro libri scritti sulla base delle solite pappardelle “ideologiche” – libri che mai e nessuno mai leggerà al di fuori dei poveri sottoposti studenti – non sono altro che il lato sinistro e progressista degli speculatori locali.

Così come contro i pescecani corrotti e collusi con la Camorra – che siedono nelle ASL, nelle PA, e nei consigli delle amministrazioni locali –, la battaglia dovrà essere condotta anche contro di loro.
Il lavoro da fare è tanto, e anche qui bisogna essere bravi nello sfruttare le possibilità aperte dal governo e potenziarle al massimo, iniziando, per esempio, a far circolare proposte e idee in questo senso, che aumentino la consapevolezza del problema da affrontare.

Il decreto sicurezza può essere un inizio, ma da qui in poi, e in tutta la durata della legislatura – e più complessivamente nel ciclo di espressione del movimento “sovranista” – bisognerà avviare quantomeno un percorso che possa portare un giorno alla risoluzione definitiva della questione criminalità organizzata in Campania. Si cominci ora.

(di Roberto Siconolfi)