L’accordo Putin-Erdogan che smaschera la Turchia e sancisce la vittoria siriana

In un articolo in arabo del giornalista siriano Ahmad Rifaat Yosef pubblicato sulla pagina Facebook ufficiale dell’Esercito Siriano viene descritto e presentato l’accordo fra Putin ed Erdogan in modo approfondito e da un punto di vista degno di nota. Infatti ad essere delineata è anche la prospettiva geopolitica. Esso si articola in tre punti principali:

1) La creazione di una fascia demilitarizzata attorno a Idlib di circa 15 km prima di metà ottobre;
2) La rimozione di armi pesanti ad opera di Turchia e Russia nella fascia e nei suoi pressi entro il 10 novembre;
3) La presa in carico di queste zone ad opera dell’Esercito Siriano entro fine anno. Ovviamente questo punto non può realizzarsi se non dopo i primi due, che sono strettamente necessari alla sua messa in atto. Inoltre, chi dovesse rifiutare questo processo sarà considerato nemico.

Viene sottolineato come l’accordo non sia frutto di un solo incontro ma anzi il risultato di diverse riunioni e vertici dove si sono confrontati Turchia, Russia e Siria. Dunque, quest’ultima è sempre stata partecipe del processo decisionale. Infatti la zona che verrà demilitarizzata era proprio la prima tappa della liberazione pianificata dall’Esercito Siriano. Con la demilitarizzazione delle zone della periferia di Latakia, Kattkie Sarakeb, Jesser Ak Shaghuor (dove sorgono 5 villaggi cristiani), Maaret Ak Neuman e Khan Shekhun sarà possibile la riapertura dell’autostrada Latakia-Aleppo-Damasco, fondamentale arteria del Paese.

Ai terroristi senza passaporto siriano, poi, sarà dato ordine di andarsene dalla Siria, mentre per quelli dotati di passaporto ci sarà la possibilità di amnistia. Quest’ultima soluzione ha suscitato il timore nelle popolazioni che sono vissute sotto il controllo dei ribelli, a causa degli orrori che hanno sopportato sotto il loro governo, in quanto aprirebbe a un loro ritorno in quei territori, ma il governo siriano assicura che anche costoro preferiranno espatriare piuttosto che rimanere in Siria.

Inoltre, di notevole interesse è notare come l’accordo abbia messo in seria difficoltà Erdogan, il quale si è trovato di fronte a due opzioni: dato che i suoi piani di destabilizzare la Siria sono falliti ha dovuto scegliere fra una soluzione militare e una politica. Nonostante abbia optato per la seconda, in entrambi i casi non ne sarebbe uscito pulito, poiché sono stati messi in luce i suoi legami con i terroristi. Da una parte ha dimostrato di essere il garante di questi ultimi, dall’altra ha dovuto riconoscere al-Nusra (con la quale collaborava) come un’organizzazione terroristica.

Inaspettato, l’improvviso voltafaccia ha indispettito profondamente le diverse sigle attorno alle quali gravitano i terroristi, tanto che i capi religiosi di questi ultimi hanno lanciato diverse fatwa contro lo stesso Erdogan, di fatto inneggiando alla Jihad in Turchia. Le spine che Recep ha gettato sulla Siria ora se le ritroverà in casa, e se non risolverà questo problema la Turchia rischierà di cadere nel caos che essa stessa aveva progettato e incentivato per la Siria.

Quest’ultima, di contro, ne esce rafforzata, avendo ora le spalle coperte e non rischiando di essere accoltellata alle spalle, potendo quindi pensare di mettere in cantiere un progetto per allontanare gli Stati Uniti e i francesi dal Nord del Paese. In più, con l’accordo, vengono scongiurate manovre militari occidentali mosse dai (falsi) attacchi chimici montati e propagandati dai caschi bianchi e dai terroristi.

Questa soluzione politica ha avuto de facto più risultati di una manovra militare, tanto che nell’articolo di Ahmad emblematica risulta la conclusione: “Possiamo assicurare a tutti che la Siria ha vinto e che i progetti dei nostri nemici sono falliti e che i regimi di tutti coloro che sono entrati in campo contro la Siria pagheranno a caro prezzo con il proprio collasso”.

(di Alessandro Carocci)