Macedonia: no a NATO e UE. Evitate pericolose tensioni con Mosca

Fallisce in Macedonia il referendum sul cambio del nome che avrebbe spinto verso l’integrazione del Paese nell’UE e nella NATO.

Dopo il 1989, i Paesi dell’Europa dell’est sono stati inglobati in accordi vincolanti di sicurezza dalla NATO e dall’UE solo ed esclusivamente per colmare il loro vuoto in una regione sensibile dopo il crollo dell’URSS.

Hanno funto quindi da “maglie” in quella crescente catena di circoscrizione ai danni della Russia – in violazione degli accordi Gorbačëv-Bush a Varsavia nel 1991 – che ha toccato il punto più critico con Euromaidan in Ucraina nel 2014. Il tentativo odierno di annettervi la Macedonia – preceduto da visite a Skopje di figure velenose come Angela Merkel, Jens Stoltenberg e James Mattis – segue il medesimo schema. Nulla di diverso.

È sufficiente una breve lettura della cartina geografica per capirlo. Con Kosovo, Grecia, Albania e Bulgaria ormai loro Stati satellite, la Serbia sarebbe diventata praticamente l’unica enclave filorussa all’interno di un unico blocco euroatlantico fondamentalmente percepito come ostile. Uno scenario che avrebbe creato maggiore instabilità in un territorio “difficile” (come quello balcanico) e una tensione alle stelle con Mosca.

Quest’ultima, a Belgrado, infatti, è vincolata da storici ed inviolabili legami culturali dovuti allo stesso credo religioso, quello cristiano-ortodosso. Una questione di sangue. Nulla le avrebbe impedito, quindi, di agire con più forza rispetto ad altri scenari dove, alla provocazione occidentale, ha preferito il pragmatismo, la freddezza e l’approccio soft power. Il popolo macedone ha evitato questa potenziale catastrofe con l’arma più potente: il voto.