Giulio Sapelli a Trento: una lezione di etica economica

Nella giornata di lunedì 1°ottobre 2018, al Teatro Sociale di Trento, si è tenuta una stimolante conferenza a più voci, organizzata dalla Fondazione Caritro (Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto), dal titolo “Italia: si può veramente parlare di ripresa? Quali strumenti per il futuro”. Altrettanto interessante è stata la combinazione dei tre ospiti, intervistati e moderati dalla giornalista RAI Maria Concetta Mattei: Roberto Nicastro, advisor in Italia per Cerberus (fondo di investimento statunitense); Massimo Tononi, giovane presidente della Cassa Depositi e Prestiti; ed infine Giulio Sapelli, importante e conosciuto economista italiano.

Ovverosia, rispettivamente: il punto di vista di un uomo interno al mondo dei mercati finanziari; la prospettiva del capo di un’istituzione di investimento pubblico, quale è la CDP, posseduta per l’83% dal Ministero di Economia e Finanze (ex Tesoro); la Weltanschauung di un uomo vissuto, esperto di economia e profondo accusatore del sistema ordoliberista. Come si evincerà dai paragrafi successivi, la vera protagonista del dibattito – considerata la caratura del personaggio che la portava ed il protagonismo che si è meritato di acquisire dal pubblico presente in sala -, è stata proprio quest’ultima, che ha attirato su di sé le maggiori attenzioni.

A seguito di un’introduzione sulla storia delle Casse di Risparmio dal parte del presidente della Fondazione trentina, Michele Iori, sono subito state lanciate delle considerazioni sul fulcro focale dell’incontro: si può parlare di una possibilità di ripresa da parte dell’Italia nel contesto attuale? La Banca Centrale Europea ed il Fondo Monetario Internazionale – attori ingombranti e forti sulla scena internazionale – la negano, non soltanto per l’Italia, ma anche in generale per l’Eurozona, in quanto le loro stime si volgono al ribasso e sono confermate dagli atteggiamenti e giudizi delle agenzie di rating, ivi compresa Moody’s, che ha rinviato il suo giudizio (per l’appunto) sull’Italia.

Nicastro ha voluto sottolineare come gli investitori stranieri in Italia non siano preoccupati per il quantum del deficit (2,4% rispetto al PIL, prevede la manovra varata dall’attuale governo), ma per la comunicazione ondivaga dello stesso e per la focalizzazione che esso ha. Il presupposto fondamentale che si può individuare in questo ragionamento è che uno Stato sovrano – nell’opinione dell’advisor – sia sempre spinto o costretto ad indebitarsi a livello pubblico presso istituzioni od investitori privati, senza poter trattare il debito pubblico come una mera partita di giro: non a caso, i mercati sono stati descritti dallo stesso [questa è l’opinione di chi scrive, N.d.A.] in maniera astratta, quasi si trattasse di entità ontologicamente autonome ed “ab-solute”, piuttosto che attori umani che cercano profitti individuali.

Su questo punto, infatti, è intervenuto Sapelli, allargando nettamente lo spettro della considerazione: con l’esempio della BCE che fa una politica fondata sull’offerta e sulla “deflazione secolare” (a Munchau spetta la paternità di questa terminologia), egli ha fatto notare come negli ultimi venti o trent’anni vi sia stata una chiara regressione delle scienze economiche.

L’esempio più lampante è la considerazione demoniaca che si ha (e che si introietta a forza nella popolazione con una martellante propaganda) del debito pubblico: la Gran Bretagna ne fece a iosa dopo le guerre dell’epoca napoleonica, ma questo di certo non le impedì di diventare il più grande impero marittimo della storia, anzi ne fu una delle scaturigini. In questo senso, attualizzando il discorso nel contesto contemporaneo, «l’economia deve essere orientata all’occupazione delle persone ed al loro benessere»: occorre riprendere la ragione, «ridare un senso alle cose» – senza più perdersi nell’imbecillità del linguaggio finanziario e senza rinchiudersi nella parodia dell’incubo di un contabile, per dirla con Keynes.

In seguito, è stato interpellato Tononi, il quale – a dieci anni dal clamoroso fallimento della storica Lehman Brothers negli USA – ha assicurato, attraverso una serie di dati tecnici, sulla solidità del sistema finanziario attuale e sulla sofisticatezza della sua struttura di controllo. Proprio quello che mancò nel 2007-2008 con la concessione esacerbata dei “mutui subprime”, alle origini della crisi poi esplosa e diffusasi globalmente – per inciso, gli stessi che le succitate agenzie di rating (presunte imparziali, ma in realtà facenti parte del gioco d’investimento dei colossi bancari) valutarono tripla A. Successivamente, egli ha parlato degli accordi appena raggiunti da Trump con Canada e Messico – accordi bilaterali che “de facto” annullano le clausole di libero mercato del NAFTA -, definendoli come principio di fine del multilateralismo.

Un’idea di per sé piuttosto opinabile, che infatti Sapelli non ha aspettato a disattendere e confutare: il libero mercato (che accordi come NAFTA, CETA e TTIP rappresentano appieno), omologante distruttore delle peculiarità degli Stati e delle loro sovranità, è invece esso stesso il primo ad essere unilaterale, nel senso che si configura come piena estrinsecazione dell’ideologia neoliberista, una «regressione aritmetico-algoritmica» della morale umana e dell’azione umana in economia, dove ora il più grande e forte deve per forza sopprimere il più debole, “perché è così che va il mondo” (una frase inflazionata di arrendevolezza sconfortante).

In questo contesto, l’economista torinese ha parlato, non celando una qual certa amarezza, della cattiva governance («non c’è legge che la regoli») che ha condotto a strozzare una particolarità tutta italiana quali erano (ed ancora sono, per fortuna, anche se con minor peso e spazio d’azione) le banche legate al territorio ed alle comunità che lo abitano (Casse di Risparmio, Banche di Credito Cooperativo, Banche Popolari) – le stesse che, come detto da Nicastro, Spagna e Germania hanno scientemente protetto -: l’emblema di un piccolo che è stato e che può (e deve) ancora essere valido, efficiente e produttivo (ricordando che, tra le altre cose, in Italia il 99% delle imprese è di dimensioni micro e piccole).

Un “piccolo” che, comunque, non preclude un “grande” realmente funzionale alla popolazione del Bel Paese: l’accusa, da parte di Tononi, di mancanza di grandi imprese in Italia è stata puntualmente smontata da Sapelli, il quale ha infatti dato una breve lezione di storia e storiografia, mostrando come le grandi imprese nella penisola ci fossero (si guardi all’IRI), semplicemente esse furono smantellate e svendute perché statali durante le privatizzazioni selvagge degli anni Novanta, sull’onda lunga dell’applicazione dei dogmi di quel modello neoliberista – assurdo, illogico, ma soprattutto a-morale – rilanciato da Thatcher e Reagan in Regno Unito e negli Stati Uniti.

Lo step successivo della conferenza è virato verso tematiche di stringente attualità: è stato analizzato il caso francese del reddito di garanzia, delle porte girevoli fra pubblico e privato e della differenza sociologica con l’Italia in merito alla curva demografica; è stato spiegato il ruolo di pubblico interesse della Cassa Depositi e Prestiti; si è parlato delle Fondazioni e della discrasia della loro diffusione nella penisola; si è accennato a relazioni internazionali (Cina-USA, Germania-Turchia); infine, si è disquisito della sanità pubblica italiana, che Nicastro, dati alla mano, ha definito tra le migliori al mondo, per qualità di servizio erogato e professionalità di chi vi lavora (a dispetto di una narrazione mainstream che altro non fa che ricercare solo casi di malfunzionamento e problemi: del resto, «good news are not news», nel gergo giornalistico citato dalla Mattei).

Tra peculiarità e tecnicismi, di nuovo possono essere enucleati alcuni concetti preganti e meritevoli, naturalmente spiegati da Sapelli: il primo, che il profitto può generarsi soltanto partendo da un investimento, specie se a lungo termine, e questo vale tanto per le imprese quanto soprattutto per uno Stato, che non può non scommettere sui propri cittadini, poiché altrimenti perderebbe la propria funzione (che non è quella di un buon padre di famiglia); il secondo, che l’economia deve ritornare ad essere a servizio dell’uomo, il quale si è inconsapevolmente reso schiavo di una sua stessa creazione.

La conferenza, durata circa un’ora e mezza, ha toccato moltissimi argomenti, ha tirato in ballo altrettanti dati, ma soprattutto ha avuto il merito di mostrare al pubblico un dibattito di notevole caratura: una piacevole logomachia, nella quale l’attenzione è stata senza ombra di dubbio catalizzata dal professor Sapelli, un fiume in piena ma sempre con compostezza ed eleganza. Nell’opinione di chi scrive, un paio di umili considerazioni ed appunti meriterebbero di essere fatti proprio su alcune idee pronunciate dall’economista piemontese:

1) Egli ha citato il recente documento inviato da Paolo Savona all’Unione Europea, “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”, come un emblema di quel che dovrebbe essere un’ipotetica unione continentale. Tuttavia, il condizionale è d’obbligo: quanto emerso dai trattati di Maastricht, nell’impraticabilità di alcune sue clausole, è assolutamente distante dall’idea di solidarietà e fratellanza fra popoli che essi pretendono di portare innanzi. Basti vedere l’anti-democratica conformazione multi-livello dell’UE, la paradossale indipendenza della BCE dai bisogni di finanziamento degli Stati e l’arroganza più volte dimostrata dai membri della Commissione verso gli Stati ed i loro popoli sovrani (molteplici sono le dichiarazioni di tale stampo fatte da Juncker, Moscovici, Katainen, ecc…); per non parlare del criminale trattamento riservato alla Grecia, spolpata da spietate banche di investimento tedesche e francesi, o del fatto che il modello predatorio di questo sistema a cambi fissi e moneta unica abbia impoverito le popolazioni, stimolato la deflazione salariale, arricchito solo i ricchi ed ulteriormente finanziarizzato l’economia, con conseguente sottrazione di risorse all’economia reale.

Può esser comprensibile l’attaccamento ad un’idea di per sé nobile, quale la coesione tra Stati di uno stesso continente, ma nel momento in cui la sua concretizzazione abbia generato soltanto divisioni e dissidi – senza considerare il sistema ideologico neoliberista così strenuamente difeso e portato innanzi [riduzione dei deficit e dei debiti degli Stati, austerità, indipendenza della Banca Centrale, libero mercato senza limitazioni di sorta, e via discorrendo] – allora il presupposto fondamentale per porsi in una prospettiva “più forte e più equa” è prescindere del tutto da essa, distruggerne le basi ed eventualmente ridiscuterle secondo reali condizioni democratiche. Le parole sono importanti: avversare l’attuale assetto dell’UE non significa odiare l’Europa, al contrario significa constatarne un problema reale e pressante e volerlo risolvere, per il bene dei suoi popoli.

2) Sapelli ha parlato inoltre della necessità di una società non-capitalista, nella quale il salto di qualità dovrebbe essere compiuto da un insieme di strategiche aziende no-profit che gestiscano beni di dominio pubblico (ad esempio, sulla questione Autostrade, si è detto contrario alla nazionalizzazione). Una posizione dalle ottime intenzioni, ma invero un po’ fumosa od idealista, che probabilmente necessiterebbe di maggiore “Realpolitik”: la transizione non sarebbe né breve né indolore, perciò lo strumento fondamentale per compiere un itinerario verso una maggiore giustizia dovrebbe essere rappresentato dallo Stato. Ovverosia i cittadini, politicamente organizzati e sovrani. Non si tratta infatti qui di statalismo duro e puro, ma di collaborazione fra pubblico e privato per un “modello terzo” che l’Italia pure è già riuscita perfettamente a rappresentare negli anni Settanta ed Ottanta, durante il suo miracolo economico, riconosciuto ed apprezzato da tutto il mondo.

In ogni caso, a prescindere dalle posizioni su determinati punti di discussione, il nocciolo duro del pensiero sapelliano è quanto mai condivisibile – ed è stato gradito dal pubblico tridentino presente alla conferenza di cui questo articolo si è occupato -: al giorno d’oggi, il neoliberismo imperante in ambito economico ha generato danni inenarrabili alle popolazioni europee. È fermamente indispensabile consapevolizzarsene, prima di tutto, per combatterlo al meglio. L’augurio è quello che in futuro vi sia un «ascensore sociale» effettivo, in cui torni a contare l’uomo: la «crisi perenne del capitalismo» – oggi giunto alla sua forma più avanzata, nella storia – dovrebbe finalmente spingere a prendere in considerazione strumenti squisitamente socialisti, ad applicare «il legame indissolubile fra carità e giustizia» ed a «lottare per un ideale politico di giustizia e rettitudine». Del resto, come detto a conclusione del tutto dal professore (in debito intellettuale con Peguy): «la speranza è una virtù bambina».

(di Lorenzo Franzoni)