La guerra ai tumori non è solo una questione di volontà

Una polemica, della quale si sarebbe potuto fare a meno, ha tenuto banco negli ultimi giorni. Nadia Toffa, della trasmissione “Le Iene”, sta continuando la sua battaglia contro il cancro e ha deciso di raccontare in un libro la sua esperienza: la discordia, fomentatasi su internet, è nata dalla sua definizione di “dono” della malattia.

Volendo descrivere la “possibilità” di riconoscere non solo il valore della vita e dei rapporti umani, Toffa ha parlato su Facebook di questa sua esperienza che le avrebbe dato la “chance” di usare tutta la sua volontà e voglia di vivere per fronteggiare il cancro. “Non sospendiamo la vita per colpa del cancro, non diamogliela vinta” si legge nel suo post, “Sorridere sempre perché noi siamo più forti. Trasformare il cancro in un dono è possibile”.

Una visione e una filosofia personali che hanno scatenato reazioni al fulmicotone: in molti hanno obiettato affermando che il cancro non può essere definito un dono, si tratta di una grave sciagura, etc. Ne ha parlato anche Massimo Gramellini sul Corriere della Sera, il quale ha evidenziato l’impossibilità di trovare una “ricetta collettiva” per affrontare un tumore.

Gramellini ha anche parlato del fatto che non tutto è frutto della volontà personale, concentrandosi anche su un dato sociologico: “Tante persone hanno cercato con accanimento l’amore o il lavoro dei propri sogni e poi hanno dovuto accontentarsi di compromessi mediocri, subordinando la volontà alla sopravvivenza. Affermare che ‘volere è potere’, finisce per assegnare loro, senza volerlo, un marchio immeritato di falliti. E tanti pazienti affrontano da anni il dolore con immenso coraggio. Andrebbero considerati degli imbecilli solo perché il male continua a sovrastarli?”.

La nota comune, in tutti questi discorsi, risulta essere sempre quella sentimentale, della volontà, restando dunque su un piano idealistico e non materiale, come se per vincere una guerra bastassero unicamente ardimento, coraggio e sprezzo del pericolo; purtroppo no, serve molto di più.

Tecnologia, efficienza e organizzazione sono le prime “armi” che devono essere messe a disposizione di chi si trova a fare i conti col cancro e, proprio a tal proposito, la realtà dei fatti ci dona un panorama assai diverso da quello dell’idealismo della “volontà” primo strumento per non abbandonare la vita. Il nostro popolo può contare su armi vincenti nella guerra ai tumori?

Nel marzo di quest’anno fu commissionata un’inchiesta dalla Funzione pubblica Cgil, condotta poi dal C.r.e.a., sui tempi di attesa e costi della sanità a livello regionale, pubblicata dal succitato quotidiano milanese. L’indagine è stata estremamente corposa: svolta dal 2014 al 2017, su un campione di 26 milioni di italiani e in regioni diverse fra loro, ossia in Lombardia, Veneto, Lazio e Campania. I tempi d’attesa, nella sanità pubblica, sono peggiorati: in 3 anni sono, in media, aumentati fra 20 e 27 giorni.

Tutto va a favore del privato, dove le attese sono inferiori, anche valutando le strutture convenzionate col sistema sanitario nazionale. Nel rapporto, in riferimento alle prestazioni, si legge: “Tempi d’attesa molto alti e in incremento negli anni [relativamente alla sanità pubblica], laddove per quelle a pagamento i tempi di accesso sono al contrario molto ridotti”. Alludendo ai costi, c’è qualcosa di interessante: “Risultano molto ravvicinati fra pubblico e privato” e circa la velocità… sembra una condizione garantita dal sistema sanitario nazionale solo per le prestazioni urgenti, mentre è a ‘pagamento’ nei casi restanti”.

La Repubblica, l’anno scorso, pubblicò i risultati di un’altra indagine sulla sanità, realizzata da Cittadinanzattiva (una onlus nata nel 1978): “Per quanto riguarda i tempi di attesa per le prestazioni diagnostiche e specialistiche, in caso di sospetto diagnostico, i nostri dati mostrano che al Nord l’80% delle persone in condizione di urgenza accede entro le 72 ore stabilite. Percentuali peggiori sono rilevabili al Centro (72%) e al Sud (77%)”.

La differenza di trattamento si evidenzia anche per la rapidità dell’intervento chirurgico e le terapie necessarie: “Al Nord il 100% dei cittadini accede entro 60 giorni, al Centro l’88% e al Sud il 77%. Nota piuttosto dolente appare essere l’accesso alla radioterapia e alla chemioterapia che, soprattutto al Centro e al Sud, non viene garantita entro 30 giorni nel 100% delle strutture ma solo rispettivamente nel’84% e nel 86%”.

La nazione è dunque spaccata e la sanità non marcia al passo, ma non è tutto: dove la spesa sanitaria per abitante è più bassa, specialmente nel Mezzogiorno, vi è anche una spesa privata per le cure più bassa e l’indice di rinuncia alle cure straborda. Si tratta di un mesto monumento all’ingiustizia sociale.

Da ogni angolo d’Italia si levano grida di protesta contro le lungaggini delle liste d’attesa e i ritardi: in Sardegna, ad esempio, vi fu un picchetto di protesta lo scorso maggio e ad agosto, all’assessore alla sanità Luigi Arru, fu presentato un rapporto: 40-50 giorni di attesa per gli esami istologici, 30-60 giorni per l’intervento contro il tumore al seno (lo riportò l’Ansa). Un dato in controtendenza fu pubblicato da La Gazzetta del Mezzogiorno: Lecce, in Puglia, è al primo posto per lo screening mammografico ed è fra le prime d’Italia.

Se il sistema sanitario nazionale non risponde in tempo, a che serve focalizzarsi unicamente sull’aspetto sentimentale o personale? Facendo attenzione alla realtà di tanti di italiani, si comprende appieno quanto lentezze, disservizi e disparità di trattamento siano nemici giurati di chiunque lotti contro il cancro: forse anziché impuntarci su che aggettivo dare ai tumori, dovremmo esigere che la sanità pubblica sia il punto apicale d’eccellenza, per il bene collettivo di tutta la nazione.

(di Pietro Vinci)