E se Conte fosse l’uomo giusto?

«A chi ci accusa di sovranismo e populismo rispondo: sovranità e popolo sono nell’articolo 1 della Costituzione italiana». Il professor Conte ha la capacità di parlare poche volte ma di lasciare il segno. Questa frase rivolta al consesso internazionale ma soprattutto al dibattito politico italiano riesce a porre un freno alle esuberanze dei poteri forti che oggi vedono come il fumo negli occhi la sovranità nazionale italiana.

In questo particolare momento storico dell’Italia Conte potrebbe essere l’uomo giusto al posto giusto. Innanzitutto la sua “debolezza” costituisce un elemento di equilibrio tra i Dioscuri della coalizione. Il governo attuale è un governo di solidarietà nazionale e nello stesso tempo di “compromesso storico” tra due Italie (Nord e Sud), tra due programmi (il reddito di cittadinanza e gli sgravi fiscali), tra due soggetti forti emergenti (Salvini e Di Maio). Conte con una presenza più discreta riesce a collegare i due tronconi della maggioranza, svolge oggi forse quel ruolo di ponderazione che dovrebbe essere svolto dal Quirinale.

Nello stesso tempo Conte esercita spesso informalmente il ruolo di un Super-Ministro degli Esteri, di un rappresentante dell’Italia nel mondo. È accaduto al vertice europeo sull’immigrazione quando ha saputo mettere a posto Macron, è accaduto negli incontri con Trump durante i quali ha svolto brillantemente il suo ruolo. Salvini è una figura di rottura ed è giusto che svolga un ruolo di caterpillar nei confronti delle storture dei superpoteri internazionali, altrettanto opportuno è che mentre Salvini “spacca” (e Savona opera dietro le quinte) una figura più diplomatica, ma non arrendevole esprima il punto di vista italiano fuori dai confini.

Questa pluralità di figure – che spesso operano in sordina – rappresenta forse uno schieramento strategico per evitare l’impallinamento da parte di poteri non eletti e fortemente ostili. Qualcosa di simile a quanto accade nell’amministrazione Trump in America. D’altra parte l’Italia è una superpotenza culturale e turistica: è dunque una nazione che vive anche di immagine. Pertanto, la capacità di essere rappresentata da una figura che esprima il decoro e anche il volto di una nazione brillante non può essere sottovalutata.

Conte riesce ad esprimere nel mondo il brand di un’Italia ben diversa dal cumulo di rovine che stranieri ostili e detrattori nostrani vorrebbero accreditare. Nello stesso tempo il presidente del consiglio riesce a stabilire un feeling con l’Italia profonda, quell’Italia che è stanca di essere umiliata dai sermoni intimidatori all’insegna dell’esterofilia e del multiculturalismo. Quando dal portafoglio ha tirato fuori l’immagine di Padre Pio da Pietrelcina Conte è riuscito a sintonizzarsi anche con quell’Italia cattolico-popolare che con le sue virtù (lontane mille miglia dal cattoprogressismo ideologico) ha creato il miracolo economico italiano.

Mentre molti si affaticano a interpretare la scatola nera del populismo, Conte a suo modo recupera un elemento del “nazional-popolare” italiano. Quale sarà il futuro del professor Conte? È un tecnico che non suscita l’ostilità diffusa dei tecnici che lo hanno preceduto. La sua funzione politica fondamentale per ora è quella di fare da trait-d ’union tra i due bracci del “compromesso storico” vigente.

E tuttavia riteniamo che se nei prossimi mesi le tensioni con il Quirinale e i poteri non eletti dovesse farsi più acute il professore di diritto potrebbe riservare, a sorpresa, qualche colpo significativo, con lo stile che lo ha contraddistinto in questi primi tre mesi: garbo, ma anche una certa grinta (memorabile il suo “Renzi mi ha chiamato collega, ma perché è professore Renzi?” quando spense le velleità del predecessore di Rignano sull’Arno) e la capacità di dire poche frasi ma non banali.

(di Alfonso Piscitelli)