Tulsi Gabbard: “Gli Usa proteggono al Qaeda in Siria”

Il 13 settembre, la parlamentare delle Hawaii Tulsi Gabbard ha preso parola alla Camera per accusare l’amministrazione, il presidente Trump e il vicepresidente Mike Pence in particolare, di “proteggere al-Qaeda e altre forze jihadiste in Siria”, e di “minacciare la Russia, la Siria e l’Iran di essere attaccate militarmente se osano contrastare questi terroristi”.

“Questo”, continua la Gabbard, “è un tradimento verso il popolo americano, specialmente verso le vittime di al-Qaeda dell’11 settembre e le loro famiglie, e i miei fratelli e sorelle in uniforme che sono stati uccisi o feriti in guerra. Per il presidente, il quale è il comandante in capo, agire da protettore di al-Qaeda e altri jihadisti è un atto che dovrebbe essere condannato da tutti i membri del Congresso”.
Ho parolato con Gabbard questa settimana riguardo la sua opposizione alla politica di Trump in Siria.

JAMES CARDEN: A giugno lei e il parlamentare Repubblicano Walter Jones avete presentato la Risoluzione HR922, “No More Presidential War Resolution”, la quale intende rendere le guerre presidenziali non dichiarate dal Congresso passibili sotto l’Articolo I, sezione 8, comma 11; cioè che possano contemplare l’impeachment del presidente per “gravi reati” e proibire al presidente di fornire materiale bellico, truppe, intelligence e supporto finanziario senza l’autorizzazione del Congresso. Dal suo punto di vista, chi trae beneficio e chi è svantaggiato da un attacco in Siria guidato dagli Stati Uniti?

TULSI GABBARD: Nel breve periodo, il Presidente Trump ne trarrebbe un grosso beneficio. Il Presidente ama essere elogiato, e nonostante i suoi attacchi verso i media, cerca in tutti i modi il loro appoggio. Trump si ricorda molto bene che l’unica volta che è stato elogiato quasi universalmente dai media, dai Repubblicani e dai Democratici è stato quando ha dato il via ad operazioni militari. Brian Williams, Fareed Zakaria e altri quasi facevano fatica a contenere l’entusiasmo. Fareed Kazaria della CNN ha detto testualmente “Donald Trump finalmente è diventato il Presidente degli Stati Uniti”, nel momento esatto in cui ha iniziato a lanciare le bombe. Brian Williams di MSNBC ha elogiato il lancio dei missili americani, dicendo di essere “ammaliato dalla bellezza delle nostre armi”. David Ignatius del Washington Post ha detto che, decidendo di agire, Trump aveva “rifondato la credibilità del potere americano”.

In questo momento, la popolarità di Trump è in calo, e ha bisogno di qualcosa che la risollevi. Lui e il suo team stanno facendo dei calcoli politici e cercano qualunque scusa od opportunità per lanciare un attacco militari, così che Trump possa di nuovo essere glorificato per avere lanciato delle bombe.
Altri soggetti che ci guadagnano maggiormente sono al-Qaeda e tutte le organizzazioni terroristiche che ancora vogliono tenere viva la guerra contro Assad. Sono sull’orlo della sconfitta. Un attacco statunitense che indebolisca significativamente l’esercito siriano sarebbe un regalo per questi gruppi terroristici, i quali vogliono rovesciare il governo e dare vita a una teocrazia sunnita estremista a Damasco. Arabia Saudita, Turchia e Qatar sarebbero i primi beneficiari.

Chi soffrirebbe di più? Il popolo siriano, che vuole solo essere lasciato in pace e ricostruire la propria nazione. Quando ho visitato la Siria, la gente condivideva con me la loro disperazione: “Non vi chiediamo soldi per aiutarci. Vi preghiamo soltanto di smetterla di supportare i terroristi che vogliono distruggere il nostro paese. Lasciateci in pace”.
Un attacco americano aumenterebbe la possibilità di perdite tra le truppe americane, feriti, sofferenze, e miliardi di dollari pubblici sprecati che potrebbero invece essere usati per migliorare le vite degli americani.

JC: Uno dei problemi del conflitto siriano è il linguaggio che viene usato per descriverlo. I media e i policymakers tendono ad usare un linguaggio deliberatamente vago o opaco, quando raccontano ciò che accade lì da ormai sette anni. Per questo oggi sentiamo che la provincia di Idlib è una “roccaforte ribelle” che “sta resistendo” contro un imminente attacco (probabilmente chimico”) da parte di Assad. Ma descrivere coloro che controllano Idlib come “ribelli” non dice assolutamente nulla: si tratta di bande di ribelli pacifici e moderati? Cosa crede che possa succedere ai cristiani, ai drusi, agli alawiti, e anche ai non praticanti se tali “ribelli” fossero in grado, con l’aiuto di USA e Turchia, di rovesciare Assad ed espandere il loro controllo sulla Siria?

TG: Credo che la maggior parte degli americani trovi assolutamente folle che il Presidente, il Vicepresidente, l’ambasciatore ONU, il Segretario di Stato e i media mainstream descrivano le stesse entità terroristiche che hanno causato l’11 Settembre come “ribelli”.
Dal momento che sappiamo che al-Qaeda è il gruppo più potente presente ad Idlib, possiamo solo concludere che essi non considerino più al-Qaeda come nemico o come organizzazione terroristica.
Il Generale Joseph Dunford, e così anche l’ONU, hanno confermato che Idlib è controllata da 20.000-30.000 appartenenti ad al-Qaeda o altri gruppi terroristici. Brett McGurk, inviato speciale dell’amministrazione per contrastare l’ISIS, ha detto che Idlib è “la più grande roccaforte di al-Qaeda dai tempi dell’11 Settembre”.

Quindi non ci sono molti dubbi a riguardo: gli Stati Uniti stanno agendo da protettore verso al-Qaeda e altre organizzazioni terroristiche in Siria. La vera domanda è perchè.
Stiamo paventando un cambio di regime in Siria fin dal 2011. Per ottenere ciò è stato fondamentale il supporto diretto e indiretto, da parte nostra, dell’Arabia Saudita, della Turchia e del Qatar, verso organizzazioni terroristiche come al-Qaeda, le quali agiscono effettivamente come forze di terra nella guerra diretta al regime-change, permettendo loro di crescere.

Ora, il Presidente Trump e il suo gabinetto di falchi temono che, se al-Qaeda verrà sconfitta ad Idlib, allora la nostra guerra per ottenere il regime-change in Siria sarà conclusa.
Non c’è alcun dubbio che, se gli Stati Uniti e i suoi alleati rovesceranno Assad, le forze di terra più potenti (al-Qaeda e altri gruppi terroristici) prenderanno il potere, e tutte le minoranze religiose e chiunque non sia d’accordo con l’ideologia teocratica di al-Qaeda verrà preso di mira. Quando ho visitato la Siria, mi sono incontrata con i leader cristiani di Aleppo, i quali mi hanno portato in alcune delle loro chiese storiche che sono state prese di mira o ridotte al suolo dai bombardamenti dei gruppi come al-Qaeda e l’ISIS, i quali aderiscono all’ideologia wahabita salafita, propagandata dall’Arabia Saudita in tutto il mondo, la quale ritiene che si debba uccidere o schiavizzare chiunque non aderisca alla loro ideologia estremista.

Appena la scorsa settimana, Trump e il Vicepresidente Pence hanno fatto solenni discorsi sugli attacchi dell’11 Settembre, rendendo onore alle vittime degli attacchi al-Qaeda nella nostra nazione. Eppure continuano a proteggere al-Qaeda e altre organizzazioni terroristiche in Siria, e minacciano “dure conseguenze” contro Russia, Siria e Iran se osano attaccare questi terroristi – potenzialmente mettendo il nostro paese sulla rotta di una terza guerra mondiale. La protezione di al-Qaeda da parte dell’amministrazione Trump è un tradimento verso il popolo americano, e specialmente verso le vittime dell’11 Settembre. E’ un tradimento per il popolo americano che si è visto togliere triliardi di dollari dal proprio portafoglio, in teoria per sconfiggere i terroristi che hanno causato l’11 Settembre, in pratica per ritrovarsi al-Qaeda più forte di prima. Ogni americano -Democratico, Repubblicano, indipendente- dovrebbe condannare questo tradimento da parte del nostro comandante in capo. Il regime-change in Siria e il supporto ad al-Qaeda e altri terroristi deve finire ora.

JC: Spesso i neocon e i liberal interventisti (ormai non si capisce più la differenza) ricordano le conseguenze avvenute in Iraq. Il che è una cosa strana, da parte loro. A detta sua, in questi anni al Congresso, quella lezione è stata imparata dai politici e dai media?

TG: No. Guardando gli sforzi controproducenti della nostra nazione per ottenere i regime-change, è chiaro che i leader di entrambi gli schieramente non hanno imparato la dolorosa lezione di decenni di guerre volte a ottenere dei cambi di regime, come in Iraq, Libia e ora Siria. I risultati li hanno pagati i cittadini americani, in vite umane e miliardi di dollari, e i popoli di quei paesi, dove un gran numero di vite sono state perse, sono nate crisi umanitarie, milioni di rifugiati costretti a lasciare le loro case, e il loro stile di vita distrutto. Di recente ho cercato di bloccare un emendamento che essenzialmente autorizzava il Segretario di Stato e quello della Difesa ad avviare una guerra contro l’Iran. Solo 60 membri del Congresso hanno supportato la mia causa.

Anche se molti membri del Congresso e dell’amministrazione Trump urlano contro l’Iran e vogliono che le truppe restino in Siria a tempo indefinito per contrastare l’influenza iraniana, si rifiutano di riconoscere che la guerra americana in Siria ha notevolmente aumentato la presenza e l’influenza iraniana nella regione. In altre parole, il governo di Assad è diventato più dipendente dall’Iran e la Russia a causa dei nostri sforzi per rovesciare il suo governo. La cosa non fa i nostri interessi nazionali, né quelli di Israele.

Oltretutto, prima che rovesciassimo Saddam Hussein, la presenza e l’influenza iraniana era prossima allo zero. Ora l’Iran è la potenza dominante in Iraq. Il problema è che i nostri leader o non ci vedono lontano, o stanno lavorando attivamente contro gli interessi degli Stati Uniti e dei nostri alleati. L’innegabile verità è che il rovesciamento di Saddam, di Gheddafi e i nostri sforzi per rovesciare Assad hanno aumentato la presenza e l’influenza della Russia e dell’Iran, così come quella di al-Qaeda e altri gruppi jihadisti, in tutti e tre i paesi.

In poche parole, abbiamo speso trilioni di dollari dei contribuenti e migliaia di vite americane per aiutare coloro che consideriamo i nostri nemici. Chi ha bisogno di nemici, con dei leader così?

JC: Il Presidente Trump ha, con l’elezione di John Bolton e Mike Pompeo, assemblato quello che si potrebbe definire un consiglio di guerra. Tuttavia, con la notevole eccezione di lei, di Ro Khanna, di Walter Jones e di Rand Paul, alcune voci si sono alzate contro lo spettro di un’altra disastrosa guerra in Medio Oriente. Perché, secondo lei, questo silenzio?

TG: Credo ci siano diverse ragioni. Alcuni sono mossi da buona fede – vedono le foto dei bambini sofferenti e vogliono fare qualcosa per loro. Ma troppo spesso hanno la vista corta, vogliono il cambio di regime e i bombardamenti senza comprendere che le loro azioni aumenteranno le sofferenze delle persone che vogliono aiutare.

Ad altri, semplicemente, non interessa il fatto che le loro azioni causino sofferenze inutili. Altri ancora temono che parlare contro il regime-change possa avere un impatto sulla loro carriera politica. Non vogliono che i media li dipingano come “pro-dittatori”: se sei contro la guerra in Iraq, sei un ammiratore di Saddam. Se sei contro la guerra in Libia, sei un ammiratore di Ghedafi. Se chiedi che non si lancino attacchi militari contro uno stato sovrano senza l’approvazione del Congresso, ti trovi persone come Howard Dean che ti dicono: “Sei una disgrazia, non dovresti stare al Congresso!”. I nostri politici, sia Repubblicani che Democratici, si accaniscono verso chiunque sia contro la guerra.
Alcuni restano in silenzio perché non hanno la forza di fronteggiare le lobby delle industrie.

Tutti i politici vogliono vedere sé stessi come grandi umanitari. Ma, tristemente, molti non si rendono conto che la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Queste persone agiscono in base alle emozioni, senza considerare le conseguenze delle loro azioni. Se vedono bambini sofferenti, e gli viene detto dai media che Mr. X è il responsabile, allora sentono la responsabilità morale di fare fuori Mr. X. Ma lo fanno senza pensare alle conseguenze, e alla possibilità che le loro azioni possano causare sofferenze molto più grandi.

Guardiamo solo la situazione in Libia. Per “salvare” il popolo libico, abbiamo distrutto completamente il loro paese. E’ uno stato fallito. Sono sotto il dominio di terroristi e mercanti di schiavi, dove donne e bambini vengono venduti sulla piazza pubblica. E’ un inferno in Terra. E nonostante ciò, non abbiamo sentito una singola scusa verso i libici da parte dei leader europei o americani responsabili del regime-change. A questi leader non interessa il deserto che si lasciano alle spalle, sono troppo impegnati a promuovere la prossima guerra. I proclami fatti dal Presidente Trump, dall’ambasciatrice Nikki Haley, dal Segretario Mike Pompeo e da John Bolton sul cercare di prevenire una catastrofe umanitaria a Idlib, sono vani. Sembra che si siano totalmente dimenticati dei nostri attacchi a Mosul e Raqqa, i quali sono risultati in migliaia di vittime civili.

Il presunto umanitarismo dell’amministrazione Trump è solo il pretesto per proteggere al-Qaeda e altre organizzazioni che abbiamo arruolato nella nostra guerra per rovesciare il governo siriano. Quello che vogliono dire è: non vogliamo ucciderli perché lavorano per noi. I loro interessi sono i nostri, e viceversa.

Se l’amministrazione Trump e i leader del Congresso hanno davvero a cuore i civili, devono smetterla di supportare l’Arabia Saudita e condannare la loro guerra genocida in Yemen, che ha già ucciso migliaia di civili sotto le bombe, causato sofferenza a milioni per la carestia e il colera, e creato la peggiore crisi umanitaria del mondo. Se davvero gli interessasse la sofferenza umana, non dovrebbero compiere azioni che potrebbero aumentare la probabilità di un conflitto diretto con l’Iran e la Russia – che potrebbe condurci a una terza guerra mondiale e causare sofferenze oltre ogni immaginazione. Se davvero gli interessasse la sofferenza dei siriani, allora dovrebbero rendersi conto che intervenire per proteggere i terroristi prolungherà solo la guerra e causerà ulteriori sofferenze al popolo siriano.

(Da The Nation – Traduzione di Federico Bezzi)