Il generalissimo Suvorov, eroe russo mai sconfitto

Pochi sono stati nella storia i comandanti che hanno potuto vantare l’alto titolo di “generalissimo”. Questo grado infatti, nato nell’Impero Romano Bizantino, indicava quei generali che avevano il comando su tutti gli altri parigrado, in poche parole, sull’intero esercito. Nel corso dei secoli i militari che hanno posseduto un tale potere sono poco meno di una trentina, dall’asburgico Wallenstein, al francese Joffre, da Francisco Franco ad Augusto Pinochet e Stalin. Fra i pochi nomi elencati in questa lista spicca quello del generale russo Aleksandr Vasi’levič Suvorov, che detiene un altro primato raro nella storia militare: quello dell’invincibilità.

Suvorov, nato a Mosca nel 1729, è considerato infatti uno dei più grandi generali russi di sempre, venerato all’intero dell’esercito russo,  ancora oggi nelle caserme della Federazione Russa si studiano le sue strategie e  tattiche militari. Il generale moscovita è riconosciuto vincitore di più di sessanta (60) battaglie, tutte quelle combattute lungo la sua carriera. Ultimo generalissimo di Mosca prima di Stalin, fece una brillante carriera all’interno delle armate degli zar combattendo contro Prussiani, Polacchi e Turchi. Distintosi già nella guerra dei sette anni, che vide contrapposte la Prussia di Federico II, Inghilterra e Portogallo contro Francia, Austria, Svezia, Russia e Spagna, ottenne sul campo la promozione a colonnello nel 1762. Conquistò quindi Cracovia nel 1768 combattendo contro i Polacchi,  grazie a questa vittoria non solo ottenne il titolo di generale ma permise la prima spartizione della Polonia fra Austria, Prussia e Russia. Anche nella guerra contro l’impero Ottomano fra 1773 e 1774 Suvorov seppe distinguersi vincendo grandi battaglie; nel 1775 fu sempre lui a catturare il ribelle Pugacev, tradito dai suoi cosacchi. A soli 46, imbattuto, era già una leggenda vivente. Sempre contro i Turchi ottenne riconoscimento internazionale guidando le forze Austro-Russe nella guerra che si combatté fra 1787 e 1792. Ferito ben due volte in battaglia, la sua protettrice, la Zarina Caterina II fece in modo che gli Asburgo lo onorassero col titolo di Conte del Sacro Romano Impero.

La presa della fortezza turca di Ismail da parte delle forze comandate dal generale Suvorov.

 

Accumulati titoli ed onori, la carriera e l’influenza di Suvorov erano già alle stelle, tutto ciò nonostante un caratteraccio eccessivamente schietto e burbero per gli standard cortigiani di quell’epoca. La ruota della fortuna era però pronta a girare: Aleksandr cadde presto in miseria con la morte della sua protettrice Caterina. Il nuovo Zar di tutte le Russie, Paolo I, non vedeva infatti di buon occhio il noto generale, e non appena salito al trono fece in modo di estromettere Suvorov dall’esercito.

Il dissidio fra l’imperatore russo e l’invitto generale non era solo personale, ma anche dottrinale. Paolo I era infatti un noto accanito ammiratore  del re sergente di Prussia, Federico II, e del suo esercito; l’ammirazione sfociò però nell’eccesso quando lo Zar decise di riformare l’aspetto delle divise dell’esercito russo basandosi su quello prussiano, inserendo anche le tipiche acconciature con code intrecciate e boccoli.

Cambiamenti poco graditi al vecchio generale, è famosa infatti la sua battuta: “La cipria per parrucche non è polvere da sparo, i boccoli non sono cannoni e le code non sono baionette!.

Una battuta da deportazione in Siberia, ma vista la fama e notorietà di Suvorov il tutto si trasformò nell’esilio nel suo paese natale, Velikij Novgorod, dove il generale si diede al lavoro del contadino. Presto però non solo la Russia, ma l’Europa avrebbero avuto nuovamente bisogno di lui. Fondata la II Coalizione per sconfiggere la Francia rivoluzionaria che stava dilagando in Europa, gli alleati dello Zar, (Austria, Gran Bretagna, Portogallo, Impero Ottomano e Regno di Napoli), chiesero espressamente che Paolo I reintegrasse il vecchio generale e lo vollero alla guida delle forze che dovevano riconquistare l’Italia dalle mani dei francesi.

Così, richiamato con il titolo di generale, Suvorov si mise al comando delle forze russe e della coalizione. Giunto in Veneto, si mosse subito alla riconquista della Lombardia, ed in dieci giorni, passando per Brescia e ripetutamente sconfiggendo le forze francesi, attraversò l’Adda e il 29 aprile prese Milano.

L’ingresso di Suvorov a Milano.

 

Sensibile e rispettoso dei suoi soldati, viveva come loro, mangiava il loro stesso cibo, dormiva su pagliericci e soffriva insieme a loro. Questo atteggiamento, in un epoca come quella settecentesca, era una vera e propria rivoluzione. D’altra parte Suvorov era solito spingere i suoi soldati oltre il limite: le marce forzate erano infatti la norma per le sue truppe, e numerosi erano anche i sacrifici che richiedeva. Una delle accuse tipicamente mosse dagli altri generali, invidiosi o avversari che fossero, era quello che spingeva i suoi uomini oltre ogni limite, mettendone spesso in pericolo la vita per ottenere la vittoria, anche a caro prezzo. Burbero e poco socievole, velocità, spirito di sacrificio, risolutezza ed indifferenza per le perdite erano l’alchimia per la vittoria del generalissimo dello Zar. Non a caso il suo motto era “La testa non aspetta la coda, [attacca] improvvisamente, come un fulmine dal cielo”.

Suvorov durante la famosa traversata delle Alpi.

 

Cacciati i francesi dalla Lombardia Suvorov liberò anche il Piemonte, e quando si stava preparando per dare l’affondo in Francia, giochi politici interni alla coalizione lo estromisero dal comando, con il nuovo ordine di entrare in Svizzera per liberarla dia francesi e sostenere le malridotte forze austriache. Qui Suvorov superò ogni aspettativa. In un ambiente ostile, quello alpino dei cantoni svizzeri, con pochissimi rifornimenti, truppe francesi arroccate in punti strategici e gli alleati poco vogliosi di seguire le sue folli marce fra i monti, riuscì a portare in salvo il suo esercito valicando montagne innevate e gelidi ghiacciai. La campagna fu nel complesso un fallimento, ma la ritirata strategica di Suvorov è considerata ancora oggi un miracolo fra gli studiosi dell’arte bellica.

La campagna d’Italia di Suvorov.

 

Richiamato a San Pietroburgo con il titolo di “Generalissimo” nel 1800, l’avversione della corte e dello Zar lo portarono infine alla morte. Ferito e malato, lontano dall’affetto dell’imperatore russo per cui tante volte si era messo in pericolo di vita, morì solo a pochi giorni dal suo rientro in patria, vittorioso ma ignorato da tutti. Venne sepolto nel monastero Aleksandr Nevskij, entrando così nella leggenda delle forze armate russe.

Le sue maniere semplici e vicine ai soldati, l’odio per i raccomandati ed i rampolli viziati della nobiltà, la fama di invitto, lo spirito di sacrificio, (fu ferito gravemente almeno sei volte), proiettano Aleksandr Vasi’levič Suvorov nell’Olimpo dei più grandi generali della storia.

(di Marco Franzoni)