La guerra italiana in Oriente del ’15-’18

Alla vigilia della Grande Guerra, l’Europa era una grande polveriera pronta ad esplodere. Le tensioni fra Stati erano all’ordine del giorno, e non si riduceva solo a una mera questione coloniale o territoriale, anzi, era un problema di natura politico-economica.

Fu così che, mentre si avvicinava il primo conflitto mondiale, gli Stati europei combatterono per numerosi territori, principalmente extra-europei. Ma non mancarono guerre sul suolo del Vecchio Continente: nei Balcani scoppiarono 2 conflitti disastrosi, denominati dalla storiografia “guerre balcaniche”, le quali ridisegnarono la cartina geografica della penisola danubiana. Si ebbe l’espulsione degli Ottomani dall’Albania (che divenne uno Stato indipendente) mentre gli altri Paesi, come la Serbia, la Grecia e il Montenegro ottennero dei guadagni territoriali.

La Bulgaria, invece, uscita sconfitta dalla seconda guerra balcanica, coltivò un sentimento sciovinista nei confronti dei suoi vicini. L’Italia, la quale era bramosa di ottenere un avamposto dall’altra parte dell’Adriatico, assieme all’Austria Ungheria, che invece voleva evitare che la Serbia avesse uno sbocco sul mare, sostennero la creazione di uno Stato albanese indipendente slegato dal controllo della Lega balcanica.

Nel 1913, dopo un travagliato accordo, venne fondato il Regno di Albania, sotto la guida del Re Guglielmo di Wied. La nuova entità statale si configurava come una monarchia parlamentare ereditaria. Fu nominato Primo Ministro il generale Essad Pascià, l’eroe della battaglia di Scutari contro il Montenegro. Egli nutriva sentimenti filo-serbi e filo-italiani, e questo lo rese inviso al governo asburgico e agli stessi nazionalisti albanesi.

                             Essad Pascià

Infatti, durante il biennio 1913-1914, l’Albania fu oggetto delle pressioni politiche delle nazioni confinanti e della lotta tra i nazionalisti e le forze politiche interne, le quali Pascià sfruttò, tentando un colpo di Stato a Elbasan, e avviando la guerra civile. Il sud dell’Albania, principalmente la zona dell’Epiro, si proclamò indipendente, ricevendo il consenso del governo greco, il quale era interessato all’occupazione del nord dell’Epiro; la parte settentrionale dell’Albania, con l’aiuto serbo, proclamò una nuova Repubblica, composta dai membri della popolazione cattolica.

Nelle regioni centrali, dopo la sconfitta e la fuga di Pascià in Italia, scoppiarono una serie di rivolte, che vennero represse con forte difficoltà dal governo centrale; Guglielmo di Wied fu costretto ad asserragliarsi a Durazzo assieme alle proprie truppe. Era un vero inferno: i territori albanesi divennero preda di bande e milizie fuori controllo e la situazione non sembrava migliorare.

L’Italia, conscia del pericolo che potevano rappresentare i governi dell’Austria-Ungheria e della Grecia se avessero approfittato del contesto albanese, decise di intervenire, occupando dapprima l’isola di Saseno, e poi, sbarcando a Valona.

Pascià, ritornato alla guida delle sue forze, occupò Durazzo e le regioni limitrofe, senza riuscire a ristabilire l’ordine nel Paese. Fu così che il suo nuovo governo stipulò un’alleanza militare ed economica con la Serbia, in modo da poter schiacciare le ribellioni in corso. Il tempo di riprendersi il Paese finì: l’Austria Ungheria attaccò la Serbia, in seguito al rifiuto, da parte serba, dell’ultimatum asburgico causato dall’uccisione da parte di Gavrilo Princip dell’Arciduca Ferdinando a Sarajevo. Era scoppiata la Prima Guerra Mondiale.

L’esercito serbo offrì un’ardua resistenza e l’offensiva austro-ungarica si arrestò, costringendo le armate asburgiche a ritirarsi. Profittando della stabilizzazione del fronte, la Serbia inviò un contingente in Albania, con l’obiettivo di neutralizzare le capacità offensive delle milizie cattoliche, avverse al potere centrale.

Il fronte rimase stabile per un annetto fino a quando, nel 1915, la Serbia fu costretta a ripiegare sotto l’assalto congiunto dell’Austria- Ungheria, della Germania e della Bulgaria, quest’ultima entrata da poco nel conflitto. L’esercito serbo in rotta si rifugiò in Albania e l’Italia inviò in suo supporto un contingente forte di 5.000 uomini, il quale si ingrosserà fino ad arrivare alla cifra di 50.000 uomini nel gennaio del 1916. L’intervento italiano si configura non solo come il tentativo di salvare le armate serbe in fuga e lo stesso fronte balcanico, ma anche come la possibilità di rinforzare il cosiddetto “blocco di Otranto” e fermare le pretese asburgiche su Valona.

                 Sconfitta dei serbi in Albania

Con il rafforzamento del blocco navale dell’Adriatico, l’Austria avrebbe avuto maggiori difficoltà a rifornirsi e a inviare unità in altri fronti; la Marina Militare Italiana, poi, mostrò grande fermezza anche di fronte a Cadorna, il quale vedeva la Campagna di Albania come un inutile spreco di risorse, tanto che, successivamente, ritirò alcune divisioni per consolidare il fronte alpino. La strategia italiana in Albania, però, si rivelò vincente, poiché tenne occupati gli Austriaci e continuò a bloccare l’afflusso navale di risorse all’Impero Asburgico.

A fronte di ciò, nemmeno dopo la sconfitta di Caporetto, nel 1917, lo Stato Maggiore Italiano decise di ridistribuire i reparti su altri fronti, anzi, furono decise e condotte altre offensive, le quali si resero particolarmente dure e difficoltose. Il controllo dell’Albania, e, nello specifico, di Durazzo e Valona, si rese una questione strategica fondamentale per la vittoria sul fronte orientale e su quello italiano.

A seguito della ritirata serba, gli Italiani, dopo lunghe discussioni con gli alleati, iniziarono le operazioni di evacuazione dell’esercito serbo a Durazzo, riuscendo a portare la gran parte di quei soldati a Valona e alcuni a Brindisi, compreso il Re Pietro I. Questo ripiegamento strategico permise agli Imperi Centrali di occupare Durazzo, che era tenuta da circa 5000 uomini del generale Ferrero: dopo vari scontri e piccoli contrattacchi locali, l’Italia fu costretta ad abbandonare la città, assieme al governo di Pascià. Verrà poi ricostituito dapprima in Italia, poi in Grecia, il governo albanese in esilio, che diverrà a tutti gli effetti un fantoccio italo-serbo.

Fu a questo punto che la guerra si trasformò in un conflitto di posizione: gli Italiani costituirono delle linee difensive intorno a Valona, e gli Asburgici evitarono nuovi attacchi per conquistare la città; nel frattempo, però, cercarono di costituire un nuovo apparato statale in grado di controllare i territori occupati. Fu così che, presi i dovuti accordi con la Bulgaria, decisero di istituire un loro protettorato nell’Albania del nord, retto dalle milizie cattoliche e dalle bande locali, tramite la creazione di un corpo militare albanese.

Gli Italiani, invece, iniziarono a far pressioni sulla Grecia per ottenere sia un governo filo-alleato, sia la possibilità di far giungere l’ armata alleata anglo-russo-francese che si stava radunando a Salonicco, con l’obiettivo di combattere e vincere la guerra nei Balcani. L’Italia, assieme alle pressioni politiche, occupò varie località dislocate nel sud dell’Albania e dell’Epiro, sotto controllo greco, nell’intento di accelerare la soluzione al tentennamento ellenico.

A questo punto, le truppe francesi si mossero verso Coriza, città dell’Albania meridionale occupata dai bulgari, conquistandola. Fu lì che le truppe italiane e l’avanguardia dell’armata alleata si incontrarono e stabilirono un collegamento. La situazione però precipitò: i francesi cominciarono una vasta opera di repressione nei confronti delle milizie irregolari nazionaliste albanesi, poiché esse iniziavano a costituire una spina nel fianco degli Alleati. La “Grandeur” decise allora di cogliere l’occasione e istituì la “Repubblica di Coriza”, de facto instaurando un proprio protettorato. Il governo italiano non approvò la mossa francese, e reagì istituendo ad Argirocastro il “Protettorato italiano dell’Albania”.

               Soldati italiani a Valona, Albania

Ciò era perfettamente in linea con le leggi e i trattati internazionali: con la firma del Patto di Londra si riconosceva l‘influenza italiana sulla zona albanese e, di conseguenza, con la creazione di un protettorato francese a Coriza, non solo si veniva meno ai patti, ma si invadeva un’area di competenza di un alleato. Nonostante la diatriba politica e il riconoscimento da parte francese delle ragioni italiane, venne deciso di mantenere lo stato corrente della situazione geopolitica locale in quanto ciò aveva portato vantaggi politico-militari agli Alleati, come l’arruolamento di Albanesi e lo spodestamento della Grecia dal teatro politico albanese.

Il 1917 passò indisturbato, senza grandi attacchi terrestri e senza un sostanziale cambiamento territoriale: la Grecia intervenne al fianco degli Alleati nella guerra contro gli Imperi Centrali e Durazzo fu oggetto di bombardamenti. Il trauma di Caporetto riecheggiò sul fronte orientale, ma la resistenza sul Piave e l’irremovibilità politica della Marina Italiana fecero sì che non crollasse il fronte, tanto da portare, nell’anno 1918, alla pianificazione di due grosse offensive da parte alleata. Esse avevano l’obiettivo di scacciare definitivamente l’Impero asburgico (che versava in una crisi culturale e politica) dall’Albania tramite l’occupazione di diverse posizioni sulle montagne, in modo da poter controllare un’area più vasta.

Il primo attacco, lanciato nel maggio, ebbe un discreto successo, dato che le truppe italo-francesi riuscirono a conquistare la maggior parte delle posizioni pianificate e a respingere gli austro-ungarici; la seconda offensiva, invece, fu più difficoltosa, anche se non fu completamente fallimentare: l’obiettivo era la cattura di Valona. La forte resistenza offerta dagli Imperi Centrali fu determinante per l’esito dell’offensiva, in quanto, dopo che gli Alleati ebbero conquistato le zone prefissate, il successivo contrattacco Austro-Ungarico riuscì a far ritirare le esauste truppe italiane di molti chilometri, riconquistando buona parte della regione del Seman, coronando l’offensiva con la presa di Berat.

Fu a questo punto che l’Armata alleata in Oriente organizzò l’ultima grande offensiva sul fronte orientale: il generale francese d’Esperey tentò di aggirare le forze austriache attaccando l’esercito bulgaro ad ovest, arroccato sui territori macedoni, contemporaneamente alla tenuta del fronte da parte degli inglesi e dei greci a est.

L’esito fu il collasso totale della Bulgaria e quindi dello stesso fronte, dato che gli austriaci, ritrovatisi il fianco scoperto, furono costretti ad abbandonare le città della costa albanese, bersagliate dalla Marina Italiana e Inglese. Entro novembre le forze italiane erano giunte nel nord del “Paese delle due aquile”, incalzando le truppe nemiche in rotta. Con la firma dell’armistizio, poi, cessarono tutte le ostilità. La tranquillità, però, non era tornata a governare l’Albania, bensì la fine delle ostilità e il successivo congresso a Versailles, provocarono, per il nostro paese, la cosiddetta “Vittoria mutilata”.

  “La Domenica del Corriere” nel 1918: in onore  della fine della Prima guerra mondiale

In effetti, nonostante le brame imperialistiche italiane, serbe, francesi e greche, l’Albania desiderava ardentemente l’indipendenza totale, tentando anche con numerosi negoziati di ottenere l’agognata autodeterminazione; il problema, però, si pose quando vi furono dei contrasti tra i sogni nazionalisti albanesi e le mire alleate, poiché esse sfociarono in una piccola guerriglia sul suolo albanese: le tensioni politiche (anticipanti il biennio rosso), sopratutto italiane, portarono allo sgombero totale di tutte le forze straniere presenti sul suolo della nuova nazione balcanica, permettendole di formare un governo proprio.

La situazione in Albania rimase sempre caotica, governata da governi imbelli e permeata da rivolte e secessioni. Questo pose le basi per l’edificazione di un nuovo apparato statale (sempre debole) prima e, più avanti negli anni, all’occupazione italiana dell’Albania del 1939.

(di Federico Gozzi)