Lo sdegno europeista di fronte all’Italia giallo-verde

«L’Unione Europea corre un pericolo mortale e il governo in Italia vuole indebolire o distruggere l’Europa», Günther Oettinger, commissario europeo al bilancio, 4 settembre. Nient’affatto caro Herr Oettinger, se l’Europa è indebolita, screditata, semi-paralizzata (ma attenzione: sempre a pieno regime dalle parti di Francoforte, leggi BCE), la colpa ricade solo su se stessa, e sulla Germania, il suo Paese, che la egemonizza col bastone di ferro finanziario. E non da oggi, e nemmeno da quando è entrato in vigore l’euro, ma dai tempi del sistema monetario europeo (SME).

Tempi in cui cominciò a concretizzarsi il disegno tedesco di fare carne di porco dell’export italiano spianando la strada al proprio, ancorando economie differenti con regimi fiscali diversi e realtà industriali concorrenti, ad un valuta uguale per tutti, con un tasso d’interesse unico e un istituto centrale tarato sulla teutonica Bundesbank, il tutto modellato sul marco, che era molto più forte della lira.

Un’operazione perseguita nell’esclusivo interesse nazionale di Berlino, che i nostri governanti di destra e sinistra e i nostri santificati banchieri centrali hanno avallato e propagandato con entusiasmo, in quell’orgia di ipocrisia zuppa di autoflagellazione che fu l’europeismo alla Prodi, Ciampi, Amato, Monti, Berlusconi (sissignori, anche lui) e liberali di ogni razza e specie. Della serie: l’unione monetaria ci fa bene come una medicina amara, perché ci fa rigare dritto grazie alle salutari sculacciate dalla severissima maestrina Germania, custode del credo liberista pro domo sua (obiettivo principale: “stabilità di prezzi per la crescita”, Trattato di Funzionamento dell’Euro, articolo 119).

In realtà, fu una immane spoliazione del nostro patrimonio industriale, pubblico e privato, e una sudditanza delle finanze statali a vincoli pazzeschi (il Fiscal Compact, suicidio puro) a maggior gloria e trionfo dell’imperialismo continentale germanico. La mazzata della crisi mondiale del 2008 ha fatto il resto, mettendo a nudo la mostruosità del progetto eurocratico. Stiamo pagando, noi europei e in particolare noi europei del Sud, il tradimento della nostra classe dirigente di allora e di oggi. E lo stiamo pagando caro, in termini di impoverimento materiale ma anzitutto di libertà nell’autodeterminarci, di essere sovrani.

Perché, piaccia o no (e a chi scrive, che ha come orizzonte ideale piccole patrie e democrazia locale, piace poco), gli Stati nazionali costituiscono ancor oggi il riferimento riconosciuto dai popoli per decidere sulle proprie sorti. La globalizzazione non è riuscita del tutto a sradicare le appartenenze, pur erodendo le identità a colpi di omologazione culturale e tecno-consumismo di massa. Così come aver sottratto ai governi europei il potere decisivo della leva finanziaria non li ha svuotati completamente (come si vede penosamente nella corsa a girarsi dall’altra parte sui neo-schiavi immigrati, vigente tutt’oggi quel Trattato di Dublino III che è un monumento alla disunità – e allo scaricabarile su Italia e Grecia).

Il sovranismo nazionale rappresenta, in soldoni, la necessaria fase di rottura di un equilibrio, quello difeso da Oettinger, che è in realtà un premeditato e spudorato squilibrio che avvantaggia pochi, Germania in testa, sulle spalle e alla faccia di molti, Italia in primis. Distruggere l’Unione Europea è chiaramente uno spauracchio per far polemica: Roma, da sola, non ha la forza di distruggere alcunché. Né, per riuscirvi, sarebbe sufficiente, sempre ammesso e non concesso che abbia seguito e dia frutti, un asse con l’alleanza di Visegrad capeggiata dall’Ungheria (che per altro si fila solo la Lega, mentre il Movimento 5 Stelle inorridisce, non si sa se poiché pensa solo al fronte migratorio, dove Orban ci è oggettivamente nemico, o per mancanza di realpolitik e visione a medio-lungo periodo, in cui invece Budapest e soci potrebbero esserci utili).

Questa Europa di criminali politici assisi su troni della tecnocrazia usurocrazia – chiamiamo le cose col loro nome – va semmai, se vogliamo restare coi piedi per terra, decostruita, smontata e ricostruita, pezzo a pezzo. E questo sarebbe lo scenario migliore. Perché in quello peggiore, come sostiene ad esempio un economista intelligente – cioè non liberista – come Emiliano Brancaccio, sarà la stessa Antieuropa di Bruxelles a implodere da sola (senza per questo trovare un’alternativa credibile e fattibile nel ritorno alle valute nazionali).

Oggi, un vero europeista è contro questa Europa. Ma non sogna di abbatterla per tornare al passato, ché sarebbe anti-storico, stupido e impossibile. E nemmeno conveniente. Il grande ostacolo geopolitico ad una nuova Europa si chiama infatti NATO, arma di sottomissione americana. È la mancanza di un’indipendenza militare, coi soldati Usa sul nostro territorio come occupanti, a fare la differenza finale.

Le Scilla e Cariddi di un’Europa libera, fatta di popoli liberi e fratelli, si chiamano Germania e Stati Uniti. Con la odiosa Francia e la cinica Gran Bretagna a rimorchio della prima e dei secondi. E noi a fare da Italietta, il solito manzoniano vaso di coccio. Ecco, se Oettinger fa tanto l’impaurito e lo sdegnato, significa che siamo un po’ meno Italietta di prima. E di questo, al governo giallo-verde, va dato atto.

(di Alessio Mannino)