Svezia in fiamme

Lammirazione per la Svezia è stata, in Italia, come una sorta di stella polare: una presunta prova del fatto che la precisione, l’accuratezza e la dedizione di una intera nazione al benessere comune fossero un obiettivo concreto e raggiungibile.

Nell’immaginario collettivo è rimasta ai primi livelli, ma forse si trattava di soltanto un sogno o semplicemente di una visione distorta: come osservare un paesaggio da una finestra coi vetri irregolari e sporchi. Eliminata la patina del tempo e della presunzione su come le cose fossero secondo la nostra idea, la realtà ancora una volta riesce a darci uno schiaffo. Cosa sta portando la nazione scandinava in un turbine di disordine, pericolo e ingiustizia? Uno dei problemi di questa epoca, ossia l’immigrazione.

In Svezia è attiva, sin dal 1974, un’agenzia governativa che opera sotto l’egida del Ministero della giustizia: si tratta del Consiglio per la prevenzione della criminalità (sigla svedese: Brå). Tramite le parole di Johanna Skinnari, project manager per l’agenzia, riusciamo ad ottenere maggiori dati sull’attuale realtà svedese. In un’intervista rilasciata per il giornale svedese Aftonbladet, si apprende che in una ricerca che ha interessato donne che vivono in determinate zone delle città svedesi, risulta che si sentono estremamente più in pericolo rispetto a chi vive altrove.

Si tratta dei quartieri dominati da immigrati, in special modo islamici. Sono le tristemente celebri “no-go areas”, ossia aree dove non bisogna andare: nonostante la polizia abbia cercato di “smentire” l’esistenza di aree simili nelle periferie svedesi, ricorrendo a stratagemmi sofistici dicendo che non esiste un formale divieto per recarsi in certe zone cittadine, i fatti di questi ultimi tempi ci descrivono una realtà assai diversa. Qui, racconta Johanna Skinnari, le donne hanno ammesso a denti stretti che il regime patriarcale islamista si fa sentire come una cappa oppressiva sulle donne, che vivono nella paura.

Nel rapporto realizzato dal Brå, oltre la metà delle 600 donne intervistate non si sente al sicuro: si va dal timore di molestie sessuali, sino al furto di veicoli o persino al lancio di pietre. Sono anche raccolti i casi nei quali i vestiti o le abitudini delle donne possano essere oggetto di commenti e persino delazioni ai capi famiglia. Associare la Svezia alla violenza “d’onore”, che è purtroppo parte del rapporto, sembra impossibile ma è triste e vero.

Si tratta solamente di paura? La televisione pubblica svedese (SVT), ha condotto un’inchiesta: più della metà dei carcerati, incriminati per stupro anche tentato, sono stranieri. Su dieci, quattro sono in Svezia da meno di un anno; il 40% proviene dall’Africa o dal Medio Oriente, con percentuali maggioritarie di afghani. Uniamo questi dati ad altri: nel 2015 furono in 163mila a chiedere asilo sul territorio svedese e nel 2017 si è scesi a 30mila. Le misure d’ingresso furono rese più severe.

Il crimine intanto dilaga: i casi di omicidi con arma da fuoco continuano ad aumentare, facendo schizzare alle stelle tutte le statistiche. Il mese scorso il governo, riporta la Reuters, ha persino organizzato un incontro d’emergenza per stabilire il da farsi contro le sparatorie fra gang nelle città svedesi. Questi gruppi criminali, che controllano il traffico di droga assieme alla prostituzione, sono composti da immigrati e come se non bastasse – giacchè la violenza genera altra violenza – si tratta spesso di ragazzi poco più che maggiorenni in contrasto anche per futili motivi. Una disgustosa copia su carta carbone delle mostruose e idiotiche sparatorie nelle periferie americane, sulle note di qualche rapper.

I dati possono confermare un aumento che, da queste parti, ha lo stesso effetto di un urlo in una cattedrale: anni di livelli minimi ora interrotti da picchi improvvisi. Siamo dinanzi a una marea di violenza, che continua a crescere e ingrossarsi propagandosi dai quartieri dove l’immigrazione senza freno e senza senso si è accumulata: nell’ottobre del 2017 l’ingresso di una stazione di polizia fu devastata da una bomba a Helsingborg, quest’anno a gennaio un uomo di 63 anni è stato ucciso da una granata a Stoccolma, un ragazzo olandese è morto a causa di un proiettile vagante a Uppsala per un regolamento di conti nei paraggi.

L’elenco, pubblicato dal britannico The Spectator, va avanti come il bilancio di una trincea. Sapete quanto costa una granata, al mercato nero, in Svezia? 100 dollari, grosso modo. Per quasi 900 dollari si possono acquistare 5 fucili automatici, con munizioni, e persino 64 granate. Tutti “doni” provenienti dall’ex Iugoslavia e in queste gang i membri sono tutti, nella stragrande maggioranza, immigrati di prima o seconda generazione.

Durante questo mese, a Gothenburg, Malmo e sempre a Helsingborg, dei ragazzi hanno distrutto delle auto, persino nel parcheggio di un ospedale. Erano vestiti di nero e si aggiravano fra le macchine parcheggiate: c’è chi è riuscito a riprendere tutto, dalle finestre dei palazzi circostanti. Non per niente il governo britannico, in una nota informativa ufficiale per i suoi cittadini in viaggio in Svezia, ha dato precise istruzioni di stare in guardia informandoli del pericolo di scontri fra gruppi criminali, sparatorie e esplosioni.

Analizzando qualche altro dato direttamente dalle zone off-limits delle periferie svedesi, si giunge al settore scolastico. La radio svedese, citando un rapporto dell’Agenzia nazionale per l’istruzione, dice che più della metà degli studenti in zone popolate soprattutto da immigrati a Stoccolma (il quartiere di Rinkeby) non è davvero “qualificato” per poter accedere alla scuola superiore.

Un fallimento ne genera uno maggiore, sino alla catastrofe totale: povertà, impossibilità dunque di potersi realmente integrare in un contesto pericoloso, periferico e saturo, condito da ampie dosi di rabbia, rapporti patriarcali e impotenza lassista dello stato che ha permesso a migliaia e migliaia di accalcarsi senza alcun senso, porta a uno sfacelo sociale generale che è provato anche da questi dati scolastici. Che futuro mai potranno avere questi bambini?

Risulta evidente che non possiamo censurare la realtà nel nome di ciò che, solo presuntamente, è “politicamente corretto”: i problemi vanno inquadrati e affrontati, altrimenti saranno loro a prevalere anche sui falsi “buoni sentimenti” dei predicatori dell’immigrazione sconfinata.

(di Pietro Vinci)