Il principe ed il centauro in Machiavelli

Nel capitolo XVIII del Principe, Machiavelli, ricorrendo alla celebre metafora del centauro, (l’essere mitologico metà cavallo e metà uomo), chiarisce la necessità per i governanti di servirsi, secondo l’opportunità, sia delle leggi, che sono proprie dell’uomo, sia della forza, che di per sé sarebbe pertinente alla bestia ma che non va per questo esclusa dall’agire del principe. Infatti “a uno principe è necessario saper usare bene la bestia e l’uomo”. Il mito che ricorda l’educazione di Achille ad opera del centauro Chirone, secondo il pensatore fiorentino, attraverso l’immagine di questo singolare precettore, “mezzo bestia e mezzo uomo”, insegna appunto al principe “a saper usare l’una e l’altra natura”, poiché “l’una senza l’altra non è durabile”.

Machiavelli prosegue la sua opera incitando il principe quando deve “bene usare la bestia”, a prendere come modelli di comportamento “la golpe e il lione: nessuno dei due è di per sé sufficiente, perché il leone non sa difendersi dalle insidie (i lacci, le trappole), mentre la volpe non è in grado di affrontare avversari più forti di lei (i lupi). Il principe che fonda il suo agire politico sulla sola forza, ignorando l’astuzia, si espone al fallimento. Così come colui che si si affida unicamente sull’inganno senza l’utilizzo della violenza.

È da rilevare che l’antitesi volpe-leone, applicata metaforicamente all’azione politica di un governante, anche se in un contesto diverso, si trova già nelle Vite parallele. Nella biografia del famoso generale spartano Lisandro, Plutarco riporta come lo stesso navarca  dica, deridendo quanti pensassero che i discendenti di Eracle, (alias i Lacedemoni), non dovessero combattere con gli inganni: “dove infatti non arriva la pelle del leone, bisogna cucirvi sopra la pelle della volpe”. Il generale spartano sa quindi come ottenere la vittoria senza spregiare l’inganno come, molti secoli avanti, sosterrà Machiavelli. Se da un lato Plutarco riconosce le virtù poliedriche dello spartano, si discosta da quello che sarà il giudizio di Machiavelli quando elogia Lisandro per non essersi lasciato dominare dagli istinti ferini. Scrive infatti di lui nel cap. 2 alle righe 3-7: “Lisandro fu allevato in povertà […] dimostrò di saper dominare ogni piacere, tranne quello che le belle imprese portano a coloro che sono onorati per averle realizzate con successo”. Lisandro utilizzava per giungere al potere mezzi propri dell’uomo – le leggi- al contrario del suo equivalente latino, Silla: “Dunque Lisandro cercò, come si è detto, di cambiare la costituzione, ma con metodi più dolci di Silla e rispettando maggiormente la legge”.

 La conseguenza immediata che Machiavelli trae dall’invito rivolto al principe a saper essere volpe è che la fede (nel senso latino di fides) non dev’essere vincolante per l’uomo politico. “Non può pertanto, uno signore prudente nè debbe osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere”. Questa deroga ad un principio così importante per l’etica del mondo romano classico viene giustificata dallo scrittore con la constatazione della malvagità umana: “se gli uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma, perchè sono tutti tristi e non la osserverebbono a te, tu etiam non l’hai ad osservare a loro”. Da qui la celebre esortazione al principe ad essere gran simulatore e dissimulatore.

Il primo e più importante obiettivo che il principe deve raggiungere è quello della pace, della prosperità e dell’assenza di conflitto, per fare ciò, ovvero per portare ordine, egli può, e deve, utilizzare sia la forza che la legge e l’inganno. L’uso del lato bestiale della natura umana è reso possibile da due assunti: il primo è che l’uomo è intrinsecabilmente malvagio e quindi tende al male, il secondo è che questo fine è un fine giusto. La violenza di per sé stessa non è giustificata, essa è resa lecita solo quando diviene strumento per produrre del bene. Il fine, dunque, non giustifica i mezzi a prescindere, è invece un fine buono a giustificare mezzi malvagi.

(di Marco Franzoni)