La crisi dell’ordine mondiale liberale

Il mondo liberale non è né intrinsecamente universale, né il destino inevitabile delle società di tutte il mondo. Proprio come gli ideali di democrazia che esso incarna, l’ordine mondiale liberale -per noi, un sistema filo-occidentale basato sul commercio e la finanza emerso dopo la Seconda Guerra Mondiale, il quale prevede la democrazia come unica forma di governo per tutte le società- è una costruzione politica che si è evoluta in un determinato posto e in un determinato tempo.

Tale contestualizzazione non è posta allo scopo di discutere i meriti dell’ordine liberale, né al fine di negare i suoi problemi e le sue sfide. Come ha detto bene Winston Churchill nel 1947, “nessuno pretende che la democrazia sia perfetta. In realtà, è stato detto che la democrazia sia il peggior sistema di governo ad eccezione di tutte le forme che sono già state provate”.

Ma perfino la democrazia stessa si è evoluta da una particolare branca della filosofia occidentale, e la sua applicazione è stata tutt’altro che equa nel tempo e nello spazio. Tuttavia, anche se il modello occidentale liberale ha guidato il trend della globalizzazione, dello sviluppo politico e della crescita economica per quasi tutto il secolo passato -e in particolar modo dalla fine della Guerra Fredda- non significa che lo farà per sempre. Un breve sguardo alla storia permette di capire la frequenza e la scala dei cambiamenti che hanno sconvolto ciclicamente l’ordine mondiale, quindi non c’è da aspettarsi che da adesso la storia di muova in linea retta.

DISCORDANZE SULLA GLOBALIZZAZIONE

Nell’ottobre 2017, ho scritto un articolo che mostrava i diversi punti di vista sulla globalizzazione, viaggiando dall’Asia all’Europa un anno dopo l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti. Riassumendo, il pezzo mostrava i diversi punti di vista in Asia e in Europa su Trump, la globalizzazione e il trend della storia futura. L’Europa percepiva Trump come un personaggio anacronistico che si sarebbe schiantato contro l’inevitabile progresso dell’ordine mondiale liberale, della globalizzazione, dell’integrazione universale delle norme economiche e politiche. In Asia invece aleggiava l’incertezza, ma nessuno era sorpreso del fatto che i concetti di nazione e nazionalismo fossero ancora vivi, e che i conflitti fossero la norma.

Da allora sono stato più volte in giro in Asia e in Europa. A prescindere da quale fosse l’argomento della discussione, la questione dell’ordine mondiale liberale e delle sue sfide era sempre centrale. Senza alcun dubbio, le parole e le azioni di Trump hanno infiammato queste discussioni, ma, guardando più indietro nel tempo, la questione sul nostro futuro -la struttura delle relazioni internazionali, dei flussi e delle regole commerciali, l’abilità di prevedere gli interessi e i comportamenti degli altri per ottenere decisioni efficienti- era già universale.

I punti di vista, tuttavia, non divergevano tanto a causa delle differenze tra oriente e occidente, quanto a causa delle differenze tra -in mancanza di un termine migliore- classi. Le grandi aree metropolitane del mondo, specialmente le maggiori capitali, così come le città costiere e commerciali, condividono simili credenze e preoccupazioni: ci sono molte più cose in comune tra gli abitanti di Londra, New York e Shangai, che tra gli abitanti di queste città e i loro stessi compatrioti dei quartieri periferici e delle città limitrofe. A riprova di ciò, si guardi ai risultati elettorali della Brexit e delle elezioni americane del 2016: le metropoli hanno difeso l’ordine liberale internazionale, mentre “il resto” ha messo al primo posto gli interessi locali e nazionali.

QUANDO GLI IDEALI SI SCONTRANO CON LA REALTA’

Se dovessi elencare alcune delle principali sfide all’ordine mondiale liberale, non inizierei con i singoli leader o le loro tendenze autocratiche. Senza dubbio gli individui hanno un peso, in quanto hanno il potere di modellare la politica e le percezioni del pubblico. Ma, più spesso che no, essi sono il riflesso di un preesistente trend sotterraneo, che loro fanno emergere e amplificare. Piuttosto, inizierei esplorando la granitica convinzione che l’ordine mondiale liberale sia universale e inevitabile.

Nella sua forma più estrema, l’ordine mondiale liberale, sia esso rappresentato dai leader dell’UE a Bruxelles, dalla WTO o persino dalle Nazioni Unite, prevede la sottomissione dell’interesse nazionale e regionale a un ordine globale basato su regole che, si presuppone, siano universalmente applicabili. Esso cerca, lodevolmente, di mettere i conflitti nella spazzatura della storia, ma lo fa ignorando alcune verità evidenti: che il luogo ha importanza, che le opportunità non sono ugualmente distribuite dalla natura in tutto il globo, e che -nel bene e nel male- le società, la morale e le regole si evolvono a ritmi diversi.

La fede quasi religiosa in un principio universale di organizzazione mondiale non è un fenomeno nuovo, specialmente nella società occidentale. L’abbiamo già visto prima, dalla diffusione del cristianesimo al “fardello dell’uomo bianco” del cosiddetto “imperialismo benigno”; dall’Illuminismo e la sua speranza che la scienza potesse eliminare la religione, fino all’idea che la civiltà avanzasse sempre verso la perfezione, e che la democrazia fosse il desiderio di tutta l’umanità.

Quando l’ideale dell’ordine mondiale liberale viene reputato unico e indiscutibile, le azioni dei suoi sostenitori spesso ottengono l’effetto contrario, in quanto non riescono a vedere la realtà. Le sfide alla solidarietà europea non hanno aiutato i leader della UE a vedere meglio le complesse e diverse condizioni del continente, ma piuttosto li hanno convinti a spingere sempre di più per l’integrazione; tali azioni hanno contribuito a delegittimare -anche se non intenzionalmente- le preoccupazioni di quanti in Europa vedono la propria esperienza con l’UE in maniera diversa.

Questa è la seconda questione, perché il vero “successo” della globalizzazione, lo sviluppo tecnologico e l’internazionalizzazione del commercio, è stato ottenuto ad un alto costo. La credenza nell’infinita opportunità è diventata un elemento centrale del mito occidentale, ma lo “svuotamento” della classe media riflette i limiti sociali del modello attuale. Il nocciolo della questione è la percezione di una rottura dell’idea relativamente nuova (almeno in termini storici) secondo la quale gli individui possono sempre migliorare la propria condizione economica e sociale rispetto a quella dei loro genitori.

Sir Halford Mackinder, uno dei fondatori della disciplina della geopolitica, ha parlato proprio di questo rischio, quando l’Europa cercava di ricostruire la propria società a seguito dei disastri della Prima Guerra Mondiale. Nel suo libro del 1919 “Gli ideali democratici e la realtà”, Mackinder avvertì che “finché si permetterà alle grandi metropoli di assorbire buona parte dei migliori giovani cervelli dalle comunità locali” si contribuirà a creare una divisione di classe, in quanto gli abitanti dei paesi più piccoli perderanno la possibilità di avanzare, e i giovani saranno costretti ad emigrare nelle grandi città.

Queste nuove metropoli, tuttavia, non risulteranno in una nuova fucina di idee, ma nell’appiattimento delle stesse, in quanto le nuove élite frequenteranno le stesse scuole, faranno gli stessi lavori e appoggeranno le stesse idee politiche. L’autore avverte inoltre che se la divisione tra metropoli e città minori proseguirà, “sarà inevitabile che le stesse classi di altri paesi si alleeranno, e ne conseguirà ciò che è stata descritta come la scissione orizzontale della società internazionale”. In termini più semplici, la divisione odierna tra globalismo estremo e nazionalismo emergente.

Un’ultima sfida all’ordine mondiale liberale proviene in particolare dalla Cina. Nel 1900, l’americano Alfred Thayer Mahan fu testimone della competizione imperiale sulla Cina, ma predisse che avrebbe potuto emergere un paese unito ed economicamente avanzato. Se ciò fosse accaduto, scriveva, sarebbe stato meglio assicurarsi che la Cina possedesse valori occidentali. “Se per noi una Cina aperta al commercio può essere un vantaggio, esiste però il pericolo di una Cina arricchita e rinforzata dai beni materiali che possiamo offrile senza, però, che accetti le forze mentali e morali che hanno generato e in larga misura governato la nostra azione sociale e politica”.

Anche se il linguaggio riflette il suo tempo -così come l’asserzione che l’occidente sia politicamente e socialmente superiore all’oriente- il concetto è molto simile a quello odierno secondo il quale la Cina dovrebbe giocare seguendo le regole commerciali dell’occidente. L’integrazione globale ha aperto le porte alla Cina, all’India, al sud-est asiatico, al medio oriente, e perfino all’Africa e all’America latina, per ottenere rapidi avanzamenti nell’attività economica, nello sviluppo tecnologico e nella mobilità sociale. E a causa di ciò, questi paesi ora si chiedono perché il sistema mondiale sia basato su un sistema non scritto di valori occidentali, e perché dovrebbero aderirvi per competere nell’ordine mondiale.

UN MODELLO NON TROPPO UNIVERSALE

La filosofia occidentale non è universale. L’idea di una crescita lineare e di un costante avanzamento verso qualche ideale può essere comune in occidente, ma i filosofi asiatici, per esempio, sono portati a credere che il mondo si muova secondo fasi cicliche, e non verso una conclusione determinata. Quando il potere economico, l’influenza politica e militare, e il “potere morbido” della cultura iniziano ad incrinarsi in tutto il mondo, invece di viaggiare in un’unica direzione, è il segno che i concetti alla base del sistema stanno per essere ripensati.

Oggi, la maggior parte delle persone guarderebbe con sospetto chiunque osi affermare che esista un chiaro ordine razziale nel mondo, per cui Europa e America debbano guidare e educare il resto del pianeta. Se affermassimo nuovamente l’esistenza del “fardello dell’uomo bianco”, o che solo una determinata religione (sia essa cristianesimo, islam o buddhismo) debba essere imposta in tutto del mondo, verremmo derisi. Eppure, tutt’oggi, ci si sorprende che nazioni che non hanno partecipato alla formazione iniziale dell’ordine mondiale occidentale stiano emergendo e sfidando il sistema.

Anche se gli ideali dell’ordine liberale mondiale possono sembrare nobili, è importante riconoscere che il mondo non è unito, e che nel corso della storia sono emersi diversi ordini mondiali. Le religioni sostengono di possedere verità universali, ma nell’ordine politico non c’è un modo universalmente corretto di guidare il mondo.

Non c’è alcuna marcia inarrestabile verso il progresso o la democrazia liberale, così come la storia ha dimostrato che il marxismo non era il destino ultimo dell’umanità. Riconoscere tutto ciò è la chiave per capire il mondo e, di conseguenza, capire come gli sforzi per ottenere gli obiettivi dell’ordine mondiale liberale possano invece portare divisioni e caos.

(Rodger Baker, Stratfor Analyst – Traduzione di Federico Bezzi)