Mafia e immigrazione: la differenza tra ideologia e realtà

La necessità di affrontare un tema delicato come quello del fenomeno migratorio, che sta mettendo in stretta relazione diversi attori a livello internazionale e nazionale, impone, quando si vuole offrire un’informazione chiara, di analizzare e studiare il fenomeno in modo il più possibile sopra le parti.

Dunque, il primo passo da compiere è quello di andare oltre le idee personali, di chiunque. Proprio per questo il nostro interesse dovrebbe essere quello di smetterla di considerare ciò che esce dalla bocca di una persona come se uscisse da quella di un guru.

In questo senso, le opinioni (e sottolineiamo la parola «opinioni») di Roberto Saviano sono fuffa.

In salvaguardia della nostra salute osservativa (quella che ci permette di leggere la realtà, anziché di immaginarla) arrivano però organi ed istituzioni in grado di darci un quadro della situazione il più possibile aderente alla realtà.

L’ultimo, emblematico caso è particolarmente recente e smonta l’ideologia savianica dell’accoglienza tout court, innalzata ad assoluta verità. Tutte le chiacchiere sul ripopolamento del Mezzogiorno con mitologici esseri afromeridionali (senza minimamente guardare alla cause dello spopolamento), sulla santificazione delle ONG, nonché la valanga d’odio nei confronti del Ministro dell’Interno Matteo Salvini, vengono spazzate via dalla semplice e chiara realtà dei fatti, descrittaci dalla DIA, ovvero la Direzione Investigativa Antimafia (istituita nel 1991 anche e soprattutto grazie all’impegno di Giovanni Falcone, suo principale ispiratore e promotore), la quale nel suo ultimo rapporto, che fa riferimento al secondo semestre del 2017, a pag. 205, afferma che uno dei settori dell’illecito delle mafie non italiane è quello che riguarda “i reati concernenti l’immigrazione clandestina e la tratta di persone da avviare alla prostituzione e al lavoro nero (anche attraverso il ‘caporalato’)”.

Dunque, “accanto al narcotraffico ed alla contraffazione su scala mondiale, gestiti da ramificate holding malavitose transnazionali, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, con tutta la sua scia di reati ‘satellite’, per le proporzioni raggiunte, e grazie ad uno scacchiere geo-politico in continua evoluzione, è oggi uno dei principali e più remunerativi business criminali – che troppe volte si coniuga tragicamente con la morte in mare di migranti, anche di tenera età – puntualmente intercettato dalle indagini delle Forze di polizia, che trovano infine conferma in importanti pronunciamenti giudiziari.

In tale contesto, il 10 ottobre 2017, la Corte d’Assise di Milano ha condannato all’ergastolo un cittadino somalo, responsabile di aver trasferito diversi connazionali verso la Libia – attraverso l’Etiopia e il Sudan – e di averli segregati all’interno di campi di raccolta illegali, sino a quando le famiglie dei migranti, utilizzando il sistema della hawala*, non avessero saldato il debito di 7.000 dollari. In molti casi venivano praticate violenze e torture per sollecitare i pagamenti, determinando anche il decesso delle vittime. L’imputato somalo è stato, altresì, ritenuto responsabile di aver trasferito i migranti dai campi illegali di detenzione verso le coste libiche, per il successivo imbarco sui natanti diretti in Italia.”

Insomma, il fenomeno migratorio, finché incontra confini totalmente aperti, porta con sé interessi e fonti di lucro troppo ghiotti per le mafie e così, mentre Saviano continua a sputare sentenze dettate dalla propria ideologia, facendo sorgere seri dubbi sulla sua buona fede, la DIA ci racconta una realtà meno idilliaca e buonista, ovvero una realtà reale, che va analizzata ed affrontata per ciò che è.

Chiudere gli occhi e annebbiarli con una morale da salotto non risolve il problema. Inneggiare al confine aperto o al confine chiuso, anziché al confine sostenibile, è miope. La scelta è fra i cantastorie come Saviano o le Istituzioni democratiche di questo Paese che combattono veramente la mafia; la scelta è fra opinioni o realtà.

(di Alessandro Carocci)

[*] “Sistema parabancario di matrice araba che prevede un informale trasferimento di valori per compensazione, basato sulle prestazioni e sull’onore di una vasta rete di mediatori localizzati principalmente nel Maghreb ed in Medio-Oriente, ma diffusi in tutto il mondo, Italia compresa. Attraverso tale sistema è anche possibile trasferire all’estero il denaro proveniente dalla consumazione di reati e consentire quindi ai depositanti di reinvestirli in altri affari illeciti o di farli confluire nei depositi di cui dispongono. Tale modalità, peraltro, è stata riscontrata dalla Guardia di finanza di Milano che, nel corso di una attività investigativa svolta tra il 2016 e il 2017, ha individuato una rete di mediatori hawala attiva in Italia, costituita principalmente da cittadini marocchini, egiziani e siriani. Questi provvedevano alla raccolta del denaro contante, principalmente di provenienza illecita, derivante dal traffico di stupefacenti, poi trasferito nei Paesi d’origine degli stessi mediatori ma, anche, in Libia, Ungheria ed Emirati Arabi Uniti, per un importo totale stimato in circa 10 milioni di euro. Sul punto, si segnala un’ulteriore operazione denominata “Hawala.net”, conclusa, a Bari e a Catania, il 10 maggio 2017 dalla Polizia di Stato, con l’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 5 soggetti, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere, favoreggiamento dell’immigrazione e della permanenza in clandestinità sul territorio dello stato, falso, corruzione, nonché indebito uso di canali finanziari non censiti. Le indagini hanno consentito di ricostruire la struttura organizzativa e le dinamiche criminali di un pericoloso sodalizio, composto da somali e da un etiope, che ha favorito l’immigrazione illegale di diverse centinaia di somali, procurando loro falsa documentazione. In particolare, gli indagati hanno movimentato on line ingenti somme di denaro – corrisposte dai singoli migranti quale “corrispettivo” per l’organizzazione e la gestione del viaggio intrapreso per raggiungere diverse località del Nord Europa – attraverso canali finanziari non legittimati ad operare in Italia, secondo il sistema della cosiddetta “hawala informatica”. Tra l’altro, è stato eseguito il sequestro preventivo, mediante oscuramento dei domini, di 4 “piattaforme” informatiche utilizzate da alcuni indagati per le segnalate movimentazioni di denaro, nonché, a Catania e a Bari, il sequestro preventivo di 2 internet point ritenuti le basi logistiche dell’organizzazione criminale. Nel corso delle investigazioni, la DIGOS di Bari ha approfondito alcuni contatti, intercorsi tramite social network, tra diversi indagati ed altri utenti concernenti posizioni filo-jihadiste ascrivibili al gruppo terroristico somalo “Al-Shabaab” (p.p. n.8197/15 RGNR DDA BA e OCC. n. 8563/16 RGGIP).”