Populismo: storia di un termine insensato

Da qualche tempo, l’attuale dibattito politico è infiammato da un’idea che starebbe radicalmente cambiamento le politiche occidentali: il “populismo“. Un termine spesso usato e caduto nel dimenticatoio, riemerso con prepotenza in quel 2016 che ha visto le vittorie della Brexit e di Donald Trump, ed ora, con l’evoluzione politica italiana, più in voga che mai. Ma cosa nasconde questa parola allusiva, usata in modo martellante dalla comunicazione mainstream?

Il “populismo”, questa para-ideologia, è nato nella Russia del tardo XIX da un movimento contadino, semi-socialista e antizarista (i «narodniki», dalla parola «narod», ovvero «popolo»), per poi venire impiegato in una quasi infinità di sfumature nel corso del XX secolo. Tra i leader a cui la storiografia “ufficiale” contesta una componente populista troviamo politici molto diversi tra loro: Mussolini, Perón, Roosevelt, Castro, Chávez, Hitler, e – arrivando ai giorni nostri – Di Maio e Salvini.

Non è compito di questo articolo analizzare le origini storiche e le evoluzioni di questo concetto, ma è opportuno soffermarsi su una caratteristica che lega indissolubilmente tutti questi personaggi: l’uso del termine “populista” nei loro confronti è stato sempre un termine negativo e offensivo, usato unicamente dai loro detrattori. Un marchio infamante che ne tacciasse la natura intrinsecamente “malvagia”, e che ora sta colpendo innumerevoli leader e partiti attualmente in ascesa nel mondo occidentale.

Negli ultimi due anni abbiamo assistito al divampare dell’uso politicizzato ed allarmistico del termine “populismo” soprattutto da parte di una certa parte dell’universo politico: la sinistra mainstream, “tradizionale”, radical chic, ma anche la tecnocrazia europeista, i “popolaristi” europeisti, gli open borders, i centri sociali, e molti altri mondi (e sottomondi) che popolano le antiche stanze del potere. La bellezza della dialettica politica e l’accuratezza della terminologia sono state sepolte, da queste persone, dietro un mare di bilioso odio, che si cela dietro questa kafkiana parola: “populismo”.

Ma cosa rende “populista” un leader o un partito? Cosa possiamo usare per individuare chi è “populista”? Davvero esistente un confine netto tra chi è “populista” e chi non lo è?

Iniziamo col dire che non è mai esistita una vera ed esaustiva definizione del termine. Ilvo Diamanti, giornalista di Repubblica, ed autore del libro “Democrazia ibrida” (Laterza, 2014), si addentra nello studio di questo fenomeno partendo da questa definizione: «[Populismo] è un concetto che non indica ‘un’ solo significato preciso, ma ne frappone molti, fra loro differenti e, talora divergenti. È una definizione in-definita. Suggestiva. Perché non ‘definisce’, ma ‘suggerisce‘» (p. 29).

Il populismo, diremo noi, non ha una vera “esistenza” – è un ampio e magniloquente termine dal significato quasi ‘gattopardiano’, che in realtà, tra la moltitudine di sue “caratteristiche”, rappresenta una costante della politica stessa in tutta la sua multivettorialità. Per avere una serie di punti fermi, seguiremo l’analisi impeccabile di Diamanti, e il suo sommario “elenco” di quelle caratteristiche che sono ritenute (dal “mainstream tradizionale” della politica, ça va sans dire) populiste.

E al primo punto, come c’era da aspettarsi, non può mancare l’euroscetticismo: «“Populismo” […] definisce un’ampia serie di attori accomunati da un discorso xenofobo, antisemita, e al tempo stesso, antiglobalista […] reazioni ai cambiamenti prodotti dalla globalizzazione economica» (p. 32). Già qui, sono evidenti le assolute semplificazioni e banalità di una simile definizione. Qualsiasi ostilità al progetto europeista o alla globalizzazione deve essere tacciata di “populismo”? Assolutamente no. No, perché a recare con sé questo “infame marchio” sono solo gli euroscettici di oggi, che stanno vincendo le elezioni in numerosi paesi europei – e sono così tacciati come arma retorica da parte dei loro avversari.

Nessuno si sognerebbe di usare un tale termine nei confronti della Thatcher, probabilmente il Primo Ministro più anti-europeo mai avuto nel Regno Unito, oppure di De Gaulle, altrettanto euroscettico, che per anni bloccò qualsiasi avanzamento del processo di integrazione durante la “crisi della sedia vuota”.

Sono solo i vari Salvini, Le Pen, Wilders, a venire sbeffeggiati per il loro euroscetticismo e bollati come “populisti”, non certo tutti i leader più o meno ostili all’idea di una “Unione Europea” – perché tra questi ci sono dei “mostri sacri” idolatrati senza remore dalle élite. E questo fatto non rivela nient’altro che la mancanza di argomentazioni e di capacità di dare risposte da parte dell’europeismo, ridotto ormai, di fronte a qualsiasi messa in discussione dello status quo (che persino loro ammettono non essere soddisfacente), a urlare scandalizzato al “populismo”. Qualsiasi critica al sistema UE è “populismo” in questo secolo.

Un’altra caratteristica che avrebbero i leader “populisti” è «aver investito molto sulla comunicazione diretta coi cittadini, con il ‘loro’ popolo, riducendo al minimo […] il peso e il ruolo del partito e delle istituzioni» (Ibid, p. 35). Questa è una tendenza che, com’è ovvio, include una vastissima gamma di leader. Se la comunicazione diretta è sfruttata in modo molto ampio dai “populisti” canonici come Salvini, il Movimento 5 Stelle e Trump con i suoi tweet, bisogna però far notare che a farne un uso altrettanto forte – e quasi grottesco – sono, come sempre, anche politici “tradizionali“: per esempio l’ex (?) segretario del Partito Democratico Matteo Renzi.

I tentativi di bypassare le istanze del suo partito e instaurare una comunicazione diretta e personale con il singolo sono numerosi: dall’app “Matteo Renzi news”, alla rubrica “Matteo risponde”, fino ad un assurdo protagonismo televisivo, una volta decaduto dalla segreteria, che ha fatto saltare un possibile accordo PD-M5S – e ha mandato in escandescenza i vertici del suo stesso partito. Il problema della comunicazione leader-elettore non può sicuramente tradursi nella dicotomia “comunicazione tradizionale vs populismo”, ed una forma di accettazione dei nuovi media non può assolutamente scadere nella banale accusa di essere “populisti”.

E allora, ci chiediamo: perché lo stile (rozzo finché si vuole) di comunicazione digitale di Trump è così stigmatizzato mentre stili analoghi (e non bisognerebbe citare il solo Renzi, ma potremmo prendere anche in considerazione Macron e i suoi recenti stati in italiano su Facebook) da parte di leader di altri schieramenti non subiscono la medesima condanna?

Ancora, è definita “populista” «la deriva personale che caratterizza i partiti», dove il leader «ne fonde e riassume l’identità, al punto che il partito non riesce e non può sopravvivere senza di lui» (Ibid). La tendenza alla personalizzazione della politica è vecchissima, e ridurla, nel XXI secolo, al semplice “populismo” è un’ennesima banalizzazione. Che sia un fattore positivo o negativo, certo è che la personalizzazione è intrinseca ad una politica democratica e pluralista – ma in realtà possibile anche in regimi non democratici – fatta di persone che costruiscono un proprio storytelling presso il pubblico di elettori.

Sarebbe invece occasione di mettere in risalto un altro fattore: se è certamente vero che gli attuali leader “populisti” hanno a proprio modo ‘definito’ il proprio partito, l’idea che esso sia diventato una macchina al servizio del capo per collegarlo direttamente agli elettori è sicuramente sbagliata. L’attuale Lega, per esempio, ha subito un cambio di leadership che non era affatto scontato, mentre i 5 Stelle (i “populisti” par excellence) non sono sicuramente un movimento accentrato su una leadership forte e personale, né tantomeno duratura. Anche guardando a livello europeo, è difficile asserire che partiti come il Front National o Podemos (per includere anche un cosiddetto “populismo di sinistra”) dipendano dall’identità del leader e da esso ne traggano sopravvivenza.

Sarebbe più corretto asserire, come avviene anche tra i “non-populisti”, che spesso certe leadership connotano in modo personale lo stile e le idee da veicolare agli elettori, modificando la comunicazione senza però prosciugare l’identità partitica. L’unico esempio di vera e perfetta coincidenza tra partito e persona/leader, dove il primo esiste solo come espressione del secondo, è Forza Italia: un partito ormai in fase di irreversibile declino, che però, stranamente, non ha mai subito troppi processi mediatici per “populismo”.

Un altro fattore rilevato da Diamanti, è la “presidenzializzazione” del populismo: la tendenza a ricercare continuamente un’investitura popolare per ottenere sempre maggiori poteri. Secondo gli “anti-populisti” si tratterebbe di un’azione deleteria per la democrazia rappresentativa e la sua stabilità, ed un esempio di questo genere lo possiamo vedere nelle trattative per la formazione di un governo in Italia: i 5 Stelle che fanno votare il contratto di governo ai propri iscritti sulla piattaforma Rousseau, mentre la Lega tramite un voto nei gazebo.

Qualunque opinione si possa avere su una simile mossa, bisogna però constatare che non è un unicum dei “populisti”: pure la SPD, nei 6 mesi di trattativa con la CDU, è ricorsa al voto degli iscritti per ratificare l’ennesima Große Koalition. E non si tratta dell’unico esempio in tal senso, visto che pratiche simili, soprattutto nei paesi del Nord Europa o nella Svizzera dei referendum, sono molto comuni. Non sarebbe così strano che, ponendo questo confronto ad un esponente delle vecchie élite europeiste, ci si possa sentire rispondere che la mossa di Lega e 5 Stelle è “pura scena, finzione ed inganno elettorale”, mentre gli altri esempi sono sintomo di “maturità politica e di democrazia diretta”.

Infine, due delle supposte caratteristiche che avrebbe il “populismo” nelle descrizioni mediatiche sono due concetti difficilmente esprimibili a livello analitico – tant’è che nemmeno vengono trattati nel saggio di Diamanti: il “parlare alla pancia” e il “dare risposte semplicistiche”. Spesso queste asserzioni ritornano continuamente, benché nessuno abbia ancora tentato analizzare in cosa esse comportino e quali siano i parametri di riferimento. Proprio il fatto che siano poste in modo generico ma formulate in modo così incisivo ed icastico le rende molto popolari e facilmente riutilizzabili dal giornalismo. Ma ora ci chiediamo: ha una base una simile formulazione?

Prendendo nello specifico la situazione italiana, da molte voci si è gridato contro la campagna elettorale di Lega e 5 Stelle accusandoli di “parlare alla pancia” della popolazione. Ebbene: questa “pancia” della popolazione è solo negli occhi di chi guarda. La Lega ha impostato una campagna elettorale concentrandosi sul problema dell’immigrazione, della sicurezza, della sovranità politica ed economica, del lavoro e della riduzione delle tasse. Tutte questioni “reali” e concrete, opinabili o no, ma questioni che le persone vivono tutti i giorni.

Chi accusa infatti la Lega (o anche il M5S) di “parlare alla pancia” lo fa perché la sua “pancia” ha altre esigenze. L’elettorato medio della sinistra radical chic, residente nei lussuosi centri cittadini (dove infatti il PD ha vinto, e +Europa ha toccato il 10%), le cui problematiche sono i rapporti finanziari, contratti milionari e qualsiasi apertura alla globalizzazione dei mercati che lo avvantaggi, sicuramente non ci si ritrova nei programmi di queste due formazioni. Il “lavoro”, l'”arrivare a fine mese”, la “sicurezza”, per questo personaggio, non sono problemi reali, sono tutt’al più problemi “del popolino”, di cui non ha alcun interesse e non ne percepisce la necessità, e per questo li scredita chiamandoli “problemi di pancia”.

È certamente più stimolante, per il membro dell’élite, un programma incentrato su questioni che più stuzzicano i suoi interessi da borghese ricco e senza affanni, come la maternità surrogata (una pratica inumana e costosa che solletica gli appetiti di pochi ricchi che possono permettersela) oppure l’integrazione multiculturale (che, come è noto, non avviene nei centri chic delle metropoli, ma nelle periferie, e quindi questa supposta integrazione è solo un “problema lontano” a cui altri dovranno lavorare).

Nel contratto di governo Lega-5 Stelle si sono lette molte proposte, che possono essere o meno apprezzate, alcune sono più precise altre più generiche: ma al centro del dibattito si sono messi i temi, i problemi reali. L’Italia, il paese europeo con più poveri al dicembre 2017 (chi dovremmo ringraziare per questo?), con una delle pressioni fiscali più alte d’Europa, con oltre 600.000 clandestini che scorrazzano liberamente sul territorio e un debito pubblico altissimo, deve trattare prioritariamente queste questioni, concrete e tremendamente reali per milioni di persone.

E le “soluzioni semplicistiche”? Anche questo mantra viene ripetuto con tediosa saccenza. Ma anche qui, se ci addentriamo al cuore dei problemi, la realtà appare ben diversa. Le proposte contenute nel contratto di governo sono molte, e senz’altro atipiche nel panorama nostrano: flat tax, centri di raccoglimento ed espulsioni più rapide, reddito di cittadinanza, snellimento della burocrazia, federalismo, ecc. Misure che sono “sbagliate” e “semplicistiche” solo per quelle élite che hanno contibuito a far crescere il debito (cresciuto di 300 miliardi nell’ultimo quinquennio di governo PD) e mandare verso il baratro l’Italia – ma che, al di là di cosa ognuno possa pensarne, solo state elaborate, ragionate e strutturate. Con Salvini e Di Maio non ci prepariamo ad un salto nel buio di un programma senza proposte, di parole senza contenuto e promesse senza basi. Sappiamo a cosa andiamo incontro, anche se gli esiti li vedremo in futuro.

È quasi “divertente” ascoltare certi soggetti inveire contro il governo legastellato per “ciarlataneria”, “semplicismo” e “improvvisazione”. Giusto per riavvolgere il nastro della precedenza legislatura, ci dobbiamo ricordare che sono state proferite frasi del calibro di: «Gli immigrati ci pagheranno le pensioni» (Tito Boeri, presidente dell’INPS), «I migranti sono l’avanguardia del nostro stile di vita» (Laura Boldrini). E anche che abbiamo avuto un Ministro dell’Istruzione capace di scrivere “più migliore”!

Venendo alle considerazioni finali, è doveroso fare una constatazione: il “populismo” così come concepito da media e politologi non esiste se non come spettro negativo che vaga indefinitamente, e si adatta di volta in volta a scenari sempre diversi. Non ha una definizione, le sue “caratteristiche” sono in realtà tendenze sempiterne della politica (sia quelle negative che quelle positive), la sua presenza sulla scena (anzi, nell’uso mediatico di tale termine) c’è sempre stata.

Jean Leca, un politologo francese, una volta scrisse: «Quando [le élite] sono d’accordo con le opinioni del popolo, esse sono popolari. Quando non sono d’accordo esse sono populiste». Nulla potrebbe meglio riassumere infiniti fiumi d’inchiostro di dibattito circa il fenomeno del “populismo”.

(di Leonardo Olivetti)