Francia campione del Mondo: la festa si trasforma in guerriglia

Per un Kylian Mbappè che brilla e porta i Bleus di Didier Deschamps al trionfo ai Mondiali, ci sono innumerevoli Aboubacar Fofana che incendiano il clima delle Banlieue. Nantes, dal 3 luglio, è un autentico campo di battaglia. Auto bruciate e aggressioni ai danni degli autoctoni non si contano. Per un Paul Pogba che diventa protagonista della notte di Mosca, vi sono decine di facinorosi maghrebini e subsahariani che lanciano oggetti contro le vetrine dei negozi nei pressi degli Champs-Élysées a Parigi e bruciano bidoni della spazzatura aggredendo la Gendarmerie a Lione. Il loro modo di festeggiare.

Le caratteristiche manifestate dalle rivolte nelle periferie di Tolosa, Rennes, Lille, Valenciennes e Marsiglia, avvenute nel 2005, ora sono riemerse in tutta la loro violenza. Alla stregua delle solite problematiche di carattere fisiologico. Le difficoltà che musulmani e neri, in Francia, incontrano nel riconoscersi negli appelli all’unità repubblicana vanno ben al di là dei processi di radicalizzazione islamista. Ci indicano, al contrario, un fenomeno ben più complesso: una sostanziale estraneità alla cittadinanza. Vi è il totale rifiuto ad assimilare tradizioni, usanze e stili di vita del Paese ospitante.

Decenni di commiserazione terzomondista, sensi di colpa da decolonizzazione e stress post-traumatici per il crimine compiuto ad Auschwitz, anziché un’integrazione che vede solo Repubblica nei suoi recenti articoli pro-meticciato e multiculturalismo hanno creato una vera e propria ghettizzazione. E se per avere una Nazionale nell’elite del calcio mondiale significa tollerarne le problematiche – foreign fighters, lupi solitari, oltre 245 morti da Charlie Hebdo – il gioco non vale assolutamente la candela.

(di Davide Pellegrino)