Shaqiri, Xhaka e l’apologia del Kosovo, fulcro dell’Isis nei Balcani

La situazione in Afghanistan avvantaggiò parecchio gli interessi geopolitici USA. La sua invasione, nell’ottobre del 2001, fu funzionale affinché la produzione di oppio, poi raffinato in eroina, riprendesse a pieno regime e lo ritrasformasse nuovamente nel narcostato per eccellenza dopo che gli studenti delle madrase coraniche la interruppero per ritorsione contro i Talebani.

Tale politica, negli anni antecedenti e successivi, oltre ad alimentare i flussi finanziari, mise a disposizione una quantità enorme di denaro da destinare nell’addestramento e nel finanziamento delle milizie utili a combattere quelle guerre che la NATO non riusciva ad affrontare direttamente per destabilizzare i Paesi restii ad uniformarsi al verbo della globalizzazione dopo il 1989. Una linea di continuità che parte dai “Contras” in Nicaragua (in funzione anti-sandinista) e in Iran, passa per i wahhabiti ceceni e arriva agli Ustashija in Croazia, al-Qaeda in Bosnia-Erzegovina ed UCK in Kosovo.

I secondi per balcanizzare la Russia creando un califfato nel Caucaso. I terzi, i quarti e i quinti per distruggere la Jugoslavia e favorire l’espansione ad est dell’unipolarismo occidentale. Pristina oggi è, sotto la tacita protezione di Washington attraverso Camp Bondsteel, il centro di questo network criminale internazionale che smista sul mercato europeo i traffici di droga provenienti da Kabul.

Ramush Haradinaj e Hashim Thaçi ne sono i garanti per sdebitarsi del “favore” ricevuto 19 anni fa. Giusto per non farsi mancare nulla, fino al 2014 viaggiava, inoltre, nella media di 232 foreign fighters dell’ISIS che si recavano in Siria e Iraq. A Ferizaj vi è uno dei più grandi campi di addestramento di Daesh al mondo. L’altra sera, a Kaliningrad, Xherdan Shaqiri e Granit Xhaka, attraverso le loro esultanze provocatorie contro Belgrado, hanno fatto apologia di questo schifo. Il resto è retorica.

(di Davide Pellegrino)