Ceuta: viaggio nella frontiera più impenetrabile d’Europa

Dopo essermi imbarcato ad Algeciras, davanti a Gibilterra, arrivai a Ceuta, enclave spagnola in terra d’Africa. Un viaggio di piacere, assieme ad un’associazione per studenti dove lavoravo come fotografo ma qui, alla frontiera con il Marocco, niente foto. Era espressamente vietato. Andando, la fila fu scorrevole e i controlli nella norma. Il nostro pullman passò senza troppi problemi.

La permanenza nel regno di Muhammad VI fu piacevole, e tuttavia qualcosa strideva fortemente con la spensieratezza del viaggio. Me ne accorsi a Tangeri, dove le ville immense circondate dai meravigliosi giardini dei parenti del re, dei funzionari e anche, almeno così ci disse la guida, di alcuni famigliari dei Saud cozzavano con forza con altre zone più povere della città. Tutto sommato, però, lì le cose non sembravano (e non sembrano tutt’ora) andar male come potremmo immaginarci.

Mi colpì soprattutto il gran numero di ragazzi che, nel tentativo evidente di venire in Europa, provavano senza successo ad aggrapparsi al pullman anche in corsa. Da Tangeri poi ci muovemmo a Chefchaouen, conosciuta come la Perla Blu per via del colore dell’intonaco che ricopre le case. Una meraviglia.

Il ritorno risultò tranquillo, la vera sorpresa fu il passaggio alla frontiera con Ceuta venendo dal Marocco. Qui le cose erano ben diverse, e ciò che vidi può tranquillamente esser preso come esemplificativo di ciò che accade attualmente in Europa col fenomeno migratorio. Doppie recinzioni alte cinque metri coronate dal filo spinato e pattugliate costantemente da guardie; un elicottero in costante sorvolo della costa; torrette con uomini armati; due posti di blocco, uno gestito dalla polizia marocchina e l’altro dalla Guardia Civil; cani per stanare eventuali traffici illeciti, anche di esseri umani.

È qui, alla frontiera, che si condensano fisicamente e concretamente le politiche migratorie. Tanti, troppi bambini e ragazzi tentavano di aggrapparsi al pullman sperando di passare inosservati i controlli e di entrare a Ceuta, che essendo Spagna è anche Unione Europea. La loro speranza era ed è quella di entrare in Paesi che credono ricchi, senza sapere che, ad esempio, l’Andalusia sia una delle regioni più povere della UE, e senza sapere che il loro destino, una volta lì, è quello di lavorare nei campi di pomodori e nelle serre di Motril, in provincia di Almería, schiavizzati esattamente come accade in Italia col capolarato. Nessuno ovviamente vi riusciva.

La cosa che però più mi colpì fu un ragazzo che portavamo in pullman, senza saperlo, nel vano della ruota di scorta. Ci spiegarono che era salito a Tangeri. Dunque stette lì dentro per circa ventiquattro ore, e venne ovviamente beccato dalla polizia frontaliera. Da Ceuta – e anche da Melilla – non passa uno spillo. Solo nell’estate del 2017, in seguito a veri e propri assalti alle recinzione, riuscirono a infiltrarsi nella cittadina spagnola dei migranti. Quella notte la polizia iberica non lesinò una risposta durissima.

Ho visto veramente, con i miei occhi, come funziona la frontiera spagnola, e dunque quella europea. Ho visto la durezza nell’esercitare la sovranità da parte della Spagna, cosa più che lecita. Il problema politico sorge nel momento in cui l’Italia tenta di applicarla a sua volta, cosa che solleva un coro di indignazione a livello internazionale, e quando la Spagna accoglie i migranti della Aquarius, passando ipocritamente per paladina della giustizia, salvo poi dar loro un permesso di 45 giorni prima di rispedirli indietro se non dovessero ottenere lo status di rifugiato.

Il controllo delle frontiere è duramente esercitato da tutti i Paesi europei, eccetto che dall’Italia. Forse, è arrivato il momento di cambiare sia il paradigma dell’accoglienza ipocrita tout court, sia quello della chiusura ermetica, per giungere invece a una vera gestione sostenibile e razionale dei confini.

Io ho visto con i miei occhi, nessuno potrà mai cancellare dalla mia mente quelle immagini, nemmeno le (finte) belle notizie dei media o le esultanti parole di gente come Saviano. C’è sete di verità, di correttezza, di rispetto e di pragmatismo nelle azioni politiche. Lo dobbiamo ai cittadini europei, lo dobbiamo ai migranti.

(di Alessandro Carocci)