“Gli italiani non sanno combattere”: una semplificazione errata, oltre che inutile

Una delle semplificazioni più grandi della cultura massmediatica è “gli italiani non sanno combattere”. Banalizzazione di un discorso molto più profondo in verità: se dovessimo analizzare il decorso storico dell’ultimo secolo e mezzo, ad esempio, dovremmo dire la stessa cosa dei francesi, eppure nessuno si prende la briga di farlo, in pratica, solo sulla scorta dell’enorme immagine lasciata in eredità da Napoleone.

Il racconto della Grande Guerra italiana è il non plus ultra delle semplificazioni: si parla quasi esclusivamente della disfatta di Caporetto, un pochino, con timidezza, del trionfo giunto a Vittorio Veneto, e in generale di 3 anni di guerra all’insegna degli sprechi di uomini e risorse senza evidenti successi.

Le cose non sono andate esattamente così. Sicuramente in parlamento c’erano state enormi polemiche sull’operato di Cadorna, ma chi le menziona spesso si dimentica di ricordare un fatto: non è detto che chi criticava avesse ragione per forza.

Dopo tanti anni di studio, infatti, mi sono accorto che pure sprechi e strategie sbagliate sono da considerarsi un’esagerazione.

Primo perché durante la Grande Guerra tutti gli eserciti all’attacco ebbero lo stesso problema e non solo lo “scadente e impreparato corpo italiano” guidato dall’altrettanto “scadente” generale Cadorna (si pensi alla Germania). Il motivo principale noto, è la rivoluzione tecnologica delle nuove armi.

Secondo perché non corrisponde a verità l’affermazione che le conquiste italiane siano state sempre e comunque modeste, sproporzionalmente sfavorevoli in termini di vite perdute.

Una visione più oggettiva, come riportano le cronache delle battaglie, ci parla di un’Italia che attacca durante per grandissima parte del conflitto e non arretra praticamente mai fino a Caporetto. Non solo: nonostante la fatica, in realtà, rischia di vincere già sulla Bainsizza, nell’agosto del ’17, quindi oltre un anno prima dell’effettivo successo definitivo, e non ci riesce un po’ per ingenuità di scelte strategiche da parte dei comandi militari (che non sono monopolio italiano ma fanno parte di quella cosa strana chiamata “vita”), un po’ per una carenza di rifornimenti che riprenderanno solo il mese successivo, convincendo lo stesso Cadorna ad arrestare l’offensiva.

La presa del Monte Nero, la cui storia vi abbiamo raccontato, è stato il primo grande successo dell’esercito italiano, a poche settimane dall’inizio delle ostilità. Un successo, insieme alla resistenza sul Grappa, alla battaglia dei Tre Monti e a tante altre, che viene inspiegabilmente dimenticato.

Perché uno dei comandamenti della storia anti-italiana sulla Grande Guerra, si sa, è di parlare solo di Caporetto. E dopo, semmai, pure con un pizzico di vergogna per i morti, di Vittorio Veneto. Tutto il resto, ovviamente, non esiste.

(di Stelio Fergola)