Un calcio ai rottami del ‘900: il disgelo USA-Corea del Nord

Sembrava impossibile fino a pochi mesi fa, quando si parlava del continuo alterco verbale e di minacce di guerra nucleare tra Donald Trump e Kim-Jong-Un. Nessuno avrebbe mai immaginato che l’ultimo residuo della Terza Guerra Mondiale (o Guerra Fredda) avesse fatto un passo del genere.

Invece il più giovane statista del mondo, il nipote di Kim-Il-Sung, il fondatore della Repubblica Democratica Popolare di Corea, ha realizzato quello che i suoi predecessori più anziani e di maggiore esperienza non sono mai stati in grado di compiere: il processo di pacificazione e di distensione diplomatica con i nemici storici fin dal 1950, ovvero, la Corea del Sud e gli Stati Uniti d’America.

Questo processo iniziò con la partecipazione a Febbraio della Corea del Nord alle Olimpiadi Invernali in Corea del Sud, a Pyeonchang e l’incontro avvenuto il 27 aprile scorso con il Primo Ministro di Seul, Moon-Jae nel villaggio di Panmujon al 38° parallelo, zona di divisione delle due Coree. E ieri la stretta di mano tra Donald Trump e Kim-Jong-Un in Singapore.

Ha stupito il mutamento degli atteggiamenti di entrambi i leader, pronti a premere il bottone della dissoluzione del pianeta, ed infine ha prevalso il raziocinio e il buon senso con lo scopo di raggiungere un’accordo politico, economico, e diplomatico che ponga fine a conflitti e reazioni i quali hanno lasciato solo una lunga scia di sangue. Un film drammatico scorre in successione, dalla Guerra di Corea del ’50-’53, ai vari complotti di omicidio contro Kim-Il-Sung, all’attentato di Rangoon nel 1983 con l’obiettivo di uccidere Chun Doo-Hwan, il quinto presidente della Corea del Sud, la bomba esplosa nel Boeing 707 sud-coreano nel 1987, la battaglia navale tra le due Coree nel 2002, e il bombardamento navale dell’isola sud-coreana di Yeonpyong nel 2010.

Analizziamo la natura del disgelo USA-Corea del Nord. Nei vertici del regime di Pyongyang si è giunti alla consapevolezza che la politica estera deve ricoprire un ruolo di primo piano rispetto “all’esercito prima di tutto” voluta dal predecessore Kim-Jong-Il. La politica estera è forse l’unica via per far uscire il paese da un’economia asfittica ingabbiata dagli embarghi e dal contrabbando, dove anche una potenza commerciale e industriale come la Repubblica Popolare Cinese, non è più ben disposta a sostenere il loro specchio riflesso del vecchio novecento maoista.

La distensione con Washington e Seul significa dare ossigeno e legalità ai commerci, agli investimenti congiunti con i cugini del sud in campo agricolo, industriale, e turistico, preservando sempre la sovranità politico-economica e la storia singolare di entrambi i paesi. E non solo il settore economico ne andrà a beneficiare. C’è anche un aspetto etico da considerare per quanto riguarda il ricongiungimento delle famiglie coreane divise dalla guerra del ’50 e la creazione comunitaria di team sportivi unificati da un’unica bandiera peninsulare.

Nell’incontro tra Trump e Kim c’era da risolvere la questione della denuclearizzazione del Nord e della presenza militare USA nel Sud. Il nucleare è un deterrente prezioso per chi lo possiede, ed è difficile che la RDPC smantellerà realmente il suo arsenale dopo che sono stati spesi ingenti risorse economiche per raggiungere lo status di potenza nucleare. È probabile che come denuclearizzazione venga inteso l’occultamento degli armamenti nella fitta rete di gallerie sotterranee e bunker di cui la Corea del Nord è celebre, e la sospensione definitiva delle ricerche militari. Si darà quindi maggiore spazio al nucleare civile in collaborazione con Seul e risolvere il problema dell’elettrificazione nelle zone remote del paese.

D’altro canto, anche Washington necessita di questa storica pacificazione per due motivi: Donald Trump ha bisogno di cambiare “la faccia”, di rinnovare l’immagine di fronte all’elettorato e ampliare i consensi, azzoppati con lo scandalo Russiagate e le lotte intestine nel Partito Repubblicano, ma anche dalla guerra dei dazi contro l’UE e la Cina. In particolare, il disgelo con Pyongyang è una lunga mano verso Pechino che detiene una fetta considerevole del debito USA.

Gli USA non possono più di sostenere finanziariamente le truppe e le basi militari dislocate nel mondo. In Corea del Sud sono presenti circa 32.000 militari che gravano sul bilancio dello Stato in un’economia incerta. La riduzione della spesa militare è uno degli obiettivi politici di Trump il quale varie volte ha manifestato ai paesi membri della NATO il dovere verso ognuno a sborsare maggiore denaro.

In conclusione, l’incontro tra Trump e Kim può aprire degli scenari positivi per la penisola coreana verso la via di riappacificazione tra i due popoli e per la fondazione di una Federazione Coreana che ponga la fine definitiva al secolo XX.

(di Dario Zumkeller)