La rifondazione del Front National: intervista al politologo Yves Mény

L’ascesa al potere di Emmanuel Macron, “l’enfant prodige” della politica transalpina, ha imposto all’intera area della destra una profonda riflessione: da un lato la cosiddetta destra di governo, quella conservatrice e repubblicana, rappresentata da Laurent Wauquiez, subentrato a Fillon, che dovrà necessariamente cambiare la strategia del partito al fine di recuperare un elettorato disperso; dall’altro la destra sovranista e populista del Front National di Marine Le Pen che, nonostante un risultato storico ottenuto al secondo turno delle elezioni (33% dei consensi), è in una fase di rifondazione interna dopo aver subito la fuoriuscita del suo ex vice presidente Philippot, fondatore di un nuovo partito politico. Potrà mai, il Front National, ambire a governare la nazione?

Per rispondere a diversi quesiti e comprendere in maniera più approfondita il presente e il futuro del Front National di Marine Le Pen, abbiamo intervistato Yves Mény, illustre professore universitario e politologo, esperto del fenomeno dei populismi, che ringraziamo per la sua disponibilità.

Poco più di un anno fa, la Le Pen usciva ridimensionata dal deludente dibattito televisivo contro la giovane “sorpresa” della politica nazionale, Emmanuel Macron, eletto Presidente della Repubblica. Nonostante l’amara sconfitta e le indiscrezioni circa un possibile passo indietro, la Le Pen è riuscita a risollevarsi e ha ufficialmente avviato un processo di rifondazione del suo partito. In cosa consiste questa rifondazione?

Il Front National è un “partito di famiglia”. Di fatto non c’è nessuno nel partito in grado di contestare la leadership di Marine Le Pen, tranne sua nipote Marion Maréchal che oramai non usa più il cognome Le Pen. La cosiddetta rifondazione è consistita nel tentativo di attribuirsi un nome nuovo, “Rassemblement National”, e di “dimenticare” alcune proposte politiche – finalizzate ad un’operazione di “de-demonizzazione” del partito – suggerite da Philippot gli anni scorsi. Piuttosto che una rifondazione vera e propria si tratta di un ritorno al capolinea.

Quanto ha inciso la fuoriuscita di Florian Philippot, ex vice presidente del Front National e fondatore di “Les Patriotes”, sulla stabilità politica del partito? Questa nuova formazione rappresenta una minaccia elettorale per il Front National?

A seguito della fuoriuscita di Philippot, quasi un terzo degli eletti locali hanno lasciato il partito, una quota importante per un partito con un radicamento istituzionale debole. È difficile misurare le perdite al livello degli elettori ma sono probabilmente minori. Phillipot invece non riesce ad attrarre ancora l’elettorato poiché non è un tribuno della plebe come la Le Pen ed è inoltre considerato uno dei maggiori responsabili del fallimento registrato durante il dibattito televisivo contro Macron. A pesare sono state soprattutto le sue proposte ambigue sulla moneta unica. Questa nuova formazione potrebbe indebolire un po’ il primo partito dell’estrema destra alimentando la dispersione, già esistente, dei voti, ma non a tal punto da rappresentare una minaccia.

Che cosa manca al Front National per trasformarsi da partito d’opposizione a partito di governo?

La credibilità. Il populismo va bene per le campagne elettorali. E’ molto più difficile quando si è chiamati a governare il paese (da seguire l’evoluzione politica in Italia). I populisti, tranne l’esempio clamoroso degli Stati Uniti e di due o tre paesi dell’Europa dell’Est, sono in genere il prodotto del sistema proporzionale. Sono obbligati a fare compromessi, così come dimostrano i governi dell’Ungheria o della Polonia che sono nazionalisti, ma evitano di minacciare un’uscita dall’Unione Europea. L’ipotesi di vedere il Front National diventare un partito di governo rimane remota, in particolar modo considerando il sistema elettorale francese e la forma di governo presidenzialista. L’unica possibilità –anche se di difficile attuazione- sarebbe un secondo turno fra due leader radicali, uno di estrema destra e l’altro di estrema sinistra. La vittoria di un partito radicale ed estremista sarebbe certamente seguita da una fase di stallo istituzionale ed agitazione politica.

Due populismi diversi ma con qualche affinità: potranno mai coesistere il populismo lepenista e quello della sinistra di Mélenchon?

Sì. Sono due populismi che esprimono la rabbia o le frustrazioni di chi in Francia soffre a causa della crisi economica o rifiuta le riforme dell’apparato statale. Hanno dei punti in comune (per esempio uno statalismo radicato o un atteggiamento di protesta). Nonostante le idee convergano, come sull’antieuropeismo, la visione generale dell’attuazione delle stesse diverge profondamente, perlomeno al livello della leadership e dei militanti. L’uno è sovranista, l’altro si vede internazionalista di sinistra. Al livello elettorale, è un po’ diverso: l’elemento “protesta” facilita il via-vai di una frazione limitata degli elettori da un partito all’altro. Tuttavia una convergenza al governo del tipo Lega/5 Stelle è impensabile.

Può citare ai nostri lettori un punto forte e un punto debole della comunicazione politica del Front National.

Il punto forte è l’uso ripetitivo delle stesse tematiche “sensibili” all’opinione pubblica. I punti deboli sono due: la credibilità del programma e Marine Le Pen stessa. La destra borghese e della classe media si è resa conto che la Le Pen non aveva le competenze economiche per gestire il paese. Si è auto-distrutta durante il dibattito con Macron.

Il futuro del partito Front National si chiama Marion Maréchal Le Pen?

Forse, ma soltanto se la zia decidesse di ritirarsi e la nipote di tornare a fare politica. Per il momento è soltanto un’ipotesi fra tante.

Come cambierebbe la linea politica del Front National con a capo Marion Maréchal Le Pen?

Come ho già detto, oramai non usa più il cognome Le Pen … Non so se è per evitare un confronto futuro Le Pen contro Le Pen!! La linea politica sarebbe ancora più tradizionalista soprattutto nel campo dei valori della destra: sicurezza, immigrazione, nazionalismo. La differenza sarebbe più marcata nel campo dei valori etici e della famiglia. Il Front National aveva, infatti, addolcito molto le sue posizioni su alcuni temi, come l’omosessualità e il matrimonio tra persone dello stesso sesso, sotto l’influenza di Philippot, essendo lui stesso omosessuale.

In vista delle elezioni del 2022, un eventuale fallimento politico del governo Macron beneficerebbe maggiormente al Front National o a “Les Republicains”?

Probabilmente ad entrambi, se non si alleano. Sarebbe di nuovo una situazione di stallo: difficile vincere separati, quasi certi di perdere se alleati!

Ci spieghi meglio…

Se sono separati, entrambi i due partiti potrebbero approfittare del fallimento di Macron e rispettivamente progredire in percentuale di votanti. Essendo, tuttavia, separati e quindi concorrenti non potrebbero vincere l’elezione presidenziale. In caso di alleanza, il rischio di perdere è quasi identico a causa dell’ostilità che suscita la Le Pen e della mobilitazione dell’elettorato moderato. Ovviamente la situazione può mutare tra quattro anni ma questo è “il dilemma della destra francese”, divisa tra due anime principali che si combattono. Questo conflitto non aveva una grande importanza quando l’estrema destra prendeva il 5%, ma diventa cruciale quando raggiunge oltre il 15% o addirittura quando supera la destra di governo, come verificatosi nel 2017.

La Le Pen rimane però il fattore maggiore di divisione. Infatti, il nuovo leader della destra, Laurent Wauquiez, a seguito della sconfitta di Fillon e della perdita di una parte degli eletti, tenta di radicalizzare il suo discorso per contrastare l’ascesa lepenista, sperando di recuperare una parte del suo elettorato. Tuttavia, l’atteggiamento sovranista radicale spingerà la destra conservatrice e repubblicana nelle braccia di Macron: la parte europeista della destra convergerà su Macron mentre quella più sovranista potrebbe preferire il voto Le Pen, percepito come più radicale e di protesta. La scommessa dell’attuale Presidente della Repubblica è essenzialmente quella di spingere la destra e la sinistra verso il radicalismo per ampliare e sfruttare lo spazio centrale.

Le elezioni europee del 2019 sono un bivio per l’Unione Europea. Prevarrà il populismo o l’UE? Riuscirà il Front National a superare il 24% ottenuto nel 2014?

Non si può escludere la fine della “grande coalizione” fra Partito Popolare Europeo e Social Democratici che ha dominato il parlamento europeo da 1974. Ad oggi, lo scenario più plausibile è quello dove gli euroscettici e populisti di ogni colore otterranno molti più seggi di quelli che hanno in questo momento. La sinistra dovrebbe ulteriormente perdere terreno, così come il PPE. Ci sono, però, fattori nuovi da non sottovalutare: l’assenza della Gran Bretagna e la spinta europeista di Macron su tutti. Senza dimenticare gli imprevisti al livello sia nazionale, vedi i governi in Germania ed in Italia, che internazionale con la crisi dell’euro, le guerre, il terrorismo, il fenomeno migratorio, e via dicendo.

Che futuro intravede per l’Unione Europea?

Se avessi una risposta certa sarei ricco! Tutti gli scenari sono possibili: dalla catastrofe ad una ripresa prudente dell’integrazione europea.

(di Claudio Pasquini Peruzzi)