Gli italiani sono schiavi, anche i più ottusi non potranno negarlo

Oggi è stato un giorno della verità. Oggi, forse ieri, probabilmente domani e chissà per quanto. Non si ferma proprio mai, Sergio Mattarella. Dopo almeno quattro fasi in cui il capo dello Stato ha palesato con ogni forza la sua ostilità ad alcune nomine dell’ex-nascente governo, adesso ha deciso di porre il veto definitivo alla sua formazione.

Oggi è il giorno della verità perché tutti, in un modo o nell’altro, dovremo far fronte ad un solo, inequivocabvile dato di fatto: quello di essere schiavi.

Prima l’ostilità alla coalizione che, con tutti i suoi difetti, aveva legittimamente vinto le elezioni, ossia il centrodestra: ma in quel caso c’era l’alibi, da soli non avrebbero mai potuto comporre una maggioranza, e dunque un governo, in questo convulso schema post-elettorale.

Poi l’aperto favoreggiamento a un sodalizio – per la verità ideologicamente molto più fattibile di quanto si pensi – tra il PD e il Movimento 5 Stelle, rispettivamente uno sconfitto e un vincitore di queste consultazioni elettorali. Massì, chissenefrega.

Terzo round, la storiella breve del “governo neutro” che sapeva tanto di “governo tecnico”, ovvero tutto ciò che di più europeista, fiscalista e sottomesso a Bruxelles la politica italiana possa produrre insieme ai governi di marchio PD, dai tempi di Lamberto Dini fino a quelli di Mario Monti.

Quarto momento epico: ostilità anche a Giuseppe Conte, “nominato” dai nuovi cooperanti Matteo Salvini e Luigi Di Maio e non dal presidente della Repubblica, come se nella storia politica italiana il premier non sia – praticamente da sempre – espressione della maggioranza parlamentare (e che di conseguenza la ricezione di un ipotetico “diktat” sia del tutto arbitraria, dal momento che non mi pare vi siano state analoghe perplessità ai tempi di Letta o di Gentiloni).

Ma la corsa, come si diceva prima, è infinita, ed ecco che ora lo scontro, la lotta senza quartiere sulla nomina di Paolo Savona al ministero dell’Economia. La sua colpa? Essere troppo critico dell’euro e delle strategie di Bruxelles sul tema, favorevole a una riforma seria dei trattati e delle misure che, ormai da 20 anni, stanno impoverendo l’Europa.

Il veto di Mattarella a Savona si basa su questo. Non esistono ragioni tecniche, né giuridiche, la prassi costituzionale gli impone di non opporsi all’espressione della maggioranza ma nonostante questo il nostro capo dello Stato non sembra tenerne conto, perché in questo caso – forse unico nella storia della Repubblica – la negazione è su un elemento molto critico per tutti gli pseudodemocratici di facciata: le idee.

Le idee di Savona non sono applicabili alla Repubblica Italiana sottomessa senza appello all’UE. Non sono applicabili, se non ridando all’Italia quella sovranità i cui rimasugli sono stati scippati senza pietà da almeno una ventina d’anni.

Fa ridere amaramente che il governo che sarebbe potuto nascere sarebbe stato tutt’altro che rigidamente anti-europeista, considerata la praticamente certa nomina di Di Maio agli Esteri. Nei sistemi autoritari, però, da fastidio la discontinuità, anche lieve. Lo da alle èlite che lo governano senza una reale opposizione: da fastidio che ci si ponga in contrasto anche solo parziale a trattati che ci hanno ridotto alla rovina, da fastidio che si ridiscuta il peso del nostro Paese in Europa (enorme, considerando il fatto che siamo pur sempre tra i primi tre contributori netti del bilancio comunitario), da fastidio, nonostante i partiti fondatori avessero anche dichiarato di rimanerci, nell’Europa.

Qualche poveraccio europeista, su facebook, perfino oggi ha avuto il coraggio di fiatare. “Mossa elettorale di Salvini e Di Maio”, un’argomentazione di chi è alla canna del gas: magari per europeismo terminale, senza possibilità di tornare indietro nell’incapacità di ammettere la possibilità storica dell’alternativa, oppure per vendita della propria dignità a un sistema che ci ha distrutto in decenni di politiche suicide e anti-nazionali.

Salvini e Di Maio incapaci di governare e quindi tiratori polemici infiniti di campagna elettorale. Ma che ragionamenti intelligenti e profondi, per nulla faziosi, ovviamente ben consci che alle elezioni probabilmente non si andrà mai, e allora giù il ragionamento dal principio, ma non fa nulla.

Non fa nulla che Mattarella fosse tenuto ad accettare un ministro espressione della maggioranza, e non si sarebbe mai potuto permettere – Costituzione tanto amata alla mano – di rifiutarlo per motivi ideologici. Ignoriamo, è ciò che sappiamo fare meglio, soprattutto quando la nostra coscienza è lercia come il fango dopo un diluvio scrosciante.

Ma si sa, per certe persone, anche dopo quanto successo oggi, la parola patria continuerà ad essere una parolaccia, un termine ridicolo, da tempi andati, per cui prendere in giro chi ancora la pronuncia.

A loro la mia personale stima per la faccia tosta, o anche per l’arguzia di intuire una cosa che solo le loro menti geniali potevano capire, ovvero che i due leader populisti hanno intenzione di sfruttare elettoralmente la gravissima situazione. E vabbé.

Ma gli strozzini sono come i mafiosi, e non casualmente le due categorie vanno spesso a braccetto: non si accontentano mai. Prima del definitivo rifiuto, si sentiva parlare di trattativa, ma anche il più sciocco ormai non può sfuggire al dato di fatto: che non ci si può opporre ideologicamente a un ministro.

Al massimo – ma al massimo – lo si sarebbe fare da un punto di vista tecnico, ma credo che la storia di questa Repubblica avrebbe avuto l’ennesima difficoltà a non entrare in contraddizione con svariate nomine discutibili, ultima (non in ordine di importanza) la ormai leggendaria Valeria Fedeli, ministro dell’Istruzione senza nemmeno una laurea.

Vada avanti, presidente Mattarella. Su con Cottarelli. Rifiuti apertamente il voto degli italiani, perché testuali parole sue, non può subire “imposizione di ministri contrari all’euro”. Definisca, ancora una volta, semmai ce ne fosse bisogno, il sistema che ci viene imposto, sul quale non siamo liberi di esprimerci e del quale lei è complice. Irriti ancora di più un popolo italiano educato da 70 anni all’indifferenza ma capace, di fronte a uno scempio simile, di iniziare a notare che qualcosina non va.

Tornare al voto è irrealistico, non lo permetteranno mai. Ma oggi, come dicevo all’inizio, è il giorno della verità. Quella verità fastidiosa che la maggior parte degli italiani non ha mai voluto guardare in faccia. La verità della schiavitù, della sottomissione, edulcorata con forme tristissime e sempre più inconcepibili.

Oggi è il giorno in cui coloro che sono educati dalla culla all’odio della parola “patria” dovranno guardarsi allo specchio con vergogna. E non perché continuino a ritenerla ridicola o anacronistica, ma perché la storia gli ha appena dimostrato senza appello quanto il loro mondo, quello che hanno sempre difeso a spada tratta e continuano a difendere senza un minimo di ritegno, sia ciò che ha sempre voluto l’Italia un Paese ridotto in servitù.

Non hanno scuse, non possono averne. I pochi sibili emessi sui social network hanno palesato per l’ennesima volta la loro miseria infima.

In questa situazione non si può non tentare qualsiasi strada. Io ci sto.

(di Stelio Fergola)