24 maggio: gli eroi dimenticati della Grande Guerra

Ernesto Galli Della Loggia lo ha ribadito a più riprese (qualche anno fa in La memoria cancellata, un articolo piuttosto eloquente pubblicato sul Corriere della Sera): se la Grande Guerra fosse stata realmente la “inutile strage” proclamata da Papa Benedetto XV, se davvero vi fossero state masse inermi di soldati mandate “a morire e basta”, gli esempi di diserzione e di ammutinamento sarebbero stati molti di più di quella misera minoranza di alcune decine di migliaia (su quasi 6 milioni di italiani combattenti) che pure subì la tragedia dell’esecuzione pubblica.

Si tratta di un aspetto sottaciuto, emblematico di una storiografia che, tanto da sponda più accademica (Alberto Mario Banti, L’età contemporanea dalla Grande Guerra ad oggi) quanto più “televisiva” (Paolo Mieli) ha deliberatamente messo in evidenza un dato minoritario (quello sui disertori condannati a morte, appunto) elevandolo alla massima potenza.

Il risultato? Un ridimensionamento completamente fuori logica della vittoria italiana del 1918. Di più, anche una abietta squalifica dei suoi miti, dei suoi eroi, oltre che dei suoi combattenti “regolari”, sfruttando elementi ovvi e del tutto ininfluenti: gli italiani non avrebbero voluto davvero quella guerra, combattuta per costrizione e violenza di una minoranza politico-militare. Che è un po’ la legge di sviluppo della storia, da sempre guidata da minoranze, magicamente trasformate in moltitudini improvvisamente consapevoli nei casi stranieri, perniciosamente decisive in quelli italiani.

Il tutto utilizzando l’artifizio della peggiore malafede possibile: quello di individuare tutti coloro che – anche comprensibilmente – fuggirono, che ebbero paura, che tradirono e farne l’elemento di maggiore attenzione. Furbo, nonché profondamente marcio. Ma la verità ricordata da Galli Della Loggia è difficilmente smentibile: gli ammutinati furono una ristrettissima minoranza e i condannati a morte superarono a stento il migliaio. Numeri, non si scappa.

Archiviata agilmente la clamorosa balla degli italiani costretti alla guerra, non consapevoli delle ragioni del conflitto e privi di qualsiasi spirito patriottico (riconosciuto, bontà della “storiografia pacifista”, solo dopo Caporetto), resta da smentire quella dell’italietta senza eroi.

Ovvero il Paese spoglio di moralità, povero di coraggio, incapace di produrre mitologia. Una semplificazione che ha ormai stancato le membra e lo spirito di chiunque abbia un minimo a cuore la difesa della propria casa natale, qualsiasi essa sia (un paesino, cittadina, una regione o l’intera Nazione) e in qualsiasi senso essa vada protetta (culturalmente, linguisticamente, storicamente).

La Grande Guerra, al secolo Prima Guerra Mondiale, è stata per l’Italia l’evento che, a dispetto della cronaca dei fatti (che di fatto videro il Paese attaccare l’Impero Austro-Ungarico) un’azione difensiva per innumerevoli ragioni.

Il contesto geografico prevaleva su tutte perché mponeva, come argutamente ricordavano i due ministri degli Esteri Antonino Sangiuliano e Sidney Sonnino,  un’espansione della propria influenza all’area balcanica necessaria al Paese per la propria sicurezza (gli eventi del 1945 lo avrebbero dimostrato con fin troppo ovvia e cruda chiarezza).

Ma  anche quello storico-culturale, che portava il Regno a voler completare quel processo risorgimentale iniziato con le tre guerre d’indipendenza ottocentesche, o il semplice elemento glorificatore, di cui la Nazione aveva assolutamente bisogno dopo le non proprio eccellenti prestazioni militari precedenti, furono fattori determinanti.

In questo contesto di riscatto, scandito – com’è logico – da centinaia di migliaia di vittime che solo il pacifismo più sciocco e cieco potrebbe considerare “evitabili” in un contesto fatto di ovvie tragedie, è emersa la figura dei grandi eroi italiani che, dal 24 maggio 1915 in poi, hanno reso un po’ meno indiscutibile il luogo comune dell’italiano codardo, non amante della Patria e via discorrendo.

Parliamo di monumenti alla Patria viventi come Nazario Sauro, come Cesare Battisti. O di italiani più peninsulari come Enrico Toti.

Sauro e Battisti, martiri sacrificati, forse i più noti nell’ancora imponente storia della Vittoria italiana, prima che qualcuno la seppellisca per sempre. Uomini il cui destino alla forca ci fa ricordare l’importanza del sacrificio volontario. Della volontà prima di ogni altra cosa, alla faccia del pacifismo ritardato incapace di comprendere che senza giustizia pace non vi sarà mai, incapace di recepire gli insegnamenti dell’eroismo e del coraggio, simboli dell’infinità della vita umana, incompatibili con la pace asettica, senza costrutto.

Nazario Sauro e Cesare Battisti

Enrico Toti, il patriota ciclista, figlio di umile ferroviere, tanto per smentire l’odiosissimo, ennesimo luogo comune dell’italiano di “basse origini incapaci di comprendere il valore della patria”. Talmente amante del Paese da andare al fronte da solo, contro le domande respinte di arruolamento a causa della sua “celebre” gamba amputata. La commozione, in un mondo educato alla varietà dell’esistenza umana e non all’idiozia, dovrebbe essere il primo sentimento scaturito.

Enrico Toti

Potremmo parlare di Giuglielmo Oberan, Francesco Rismondo: la lista si allunga. Sono tanti. Ma vi parleremo anche di quelli meno noti, come il semisconosciuto Ugo Niutta, aviatore campano che intitola l’aeroporto di napoletano di Capodichino.

Ugo Niutta

Chi uccide il ricordo della Grande Guerra nel senso positivo del termine, chi parla solo della tragedia e mai della gloria, di ciò che ha rappresentato per l’Italia, vuole male a tutti noi. Non rispetta i caduti, lavora per demitizzare una società, fatta di cittadini comuni, semplici, bisognosi di modelli e non di squalifiche eterne, per di più inutili a fini puramente storiografici (non serve a molto sottolineare l’ovvietà che in una guerra di massa tanta gente non avesse assolutamente nessuna voglia di morire).

Nel suo Alla luce del mito, Marcello Veneziani rifletteva sull’importanza della mitopoietica per qualsiasi società, cultura o comunità. Il mito aiuta a toccare il cielo, a vedere le stelle, a seguire i  modelli di cui accennavamo sopra.

E’ un obiettivo concreto che non si raggiunge mai ma al quale ci si avvicina. Nel frattempo, si cresce. Nel mito, non tutto è perfetto. Una guerra vinta è senz’altro un mito, così come lo sono i suoi eroi. Scoprire nel 2018 che una guerra produca anche cose orrende è un po’ come scoprire la proverbiale acqua calda. Con in più il danno enorme di infangare nomi e azioni nobili di uomini che, nel contesto di alcune di quelle cose orrende, compirono gesti mirabili, addirittura d’amore, per quanto possa sembrare assurdo pensarlo.

Perché chi non vede l’amore di un Toti che, senza una gamba, fa di tutto per essere al fronte per lottare per il proprio Paese, beh, ha dei seri problemi di connessione con la vita, prima che con la realtà.

Viva gli eroi italiani, nella speranza che il loro mito, prima o poi, risorga.

(di Stelio Fergola)