Migranti: Italia colpevole dei naufragi? Un ricorso assurdo e insensato

Libia, Febbraio 2011: la risoluzione n.1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite autorizza un intervento militare della NATO nei confronti di Muhammar Gheddafi con l’obbiettivo di destituirlo e di favorire gli insorti contro il suo governo. In primissima linea la Francia di Sarkozy, gli Stati Uniti della Segretaria di Stato Hillary Clinton sotto la presidenza Obama, e la Gran Bretagna di Cameron.

Bombardamenti alle strutture militari, civili, alle infrastrutture e ai centri di comando libici, nonché il finanziamento massiccio ai ribelli, riescono a decapitare (letteralmente) il Rais. La Libia cade nel caos: milizie, fazioni e tribù si danno battaglia per anni, rompendo l’ordine politico, sociale e militare della sponda Sud del Mediterraneo e rendendo permeabili i confini al passaggio dei migranti da tutta l’Africa. Il Mare Nostrum diventa piuttosto il Mare Sepulcrum di costoro. La crisi umanitaria è una realtà.

Mar Mediterraneo, Novembre 2017: una nave della ONG Sea Watch soccorre dei naufraghi nella zona economica esclusiva libica con l’intento di salvarli e traghettarli fino in Italia. Interviene la motovedetta 648 Ras Jadir della Guardia Costiera Libica con metodi, a detta di alcuni presenti intervistati, violenti. L’imbarcazione respinge sulla costa alcuni dei migranti, mentre altri vengono soccorsi dall’ONG e portati in Italia su indicazione delle autorità italiane da Roma.

Italia, Maggio 2018: diciassette sopravvissuti di quel naufragio presentano ricorso contro l’Italia alla Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU), accusandola di aver gestito i respingimenti per procura operati dalla Guardia Costiera Libica. Quest’ultima è stata addestrata e finanziata dall’Italia stessa in seguito all’accordo firmato con Tripoli lo scorso Febbraio.

Le accuse sono di aver violato il diritto alla vita, poiché vi era gente in pericolo in quel momento, e l’articolo 3 della Convenzione dei Diritti Umani, ovvero quello riguardante il divieto di trattamenti inumani. La colpa di Roma sarebbe quella di aver delegato alle autorità libiche il respingimento dei migranti e la loro detenzione nei centri costieri. Dunque si tratterebbe di responsabilità indiretta.

Analizzando la situazione, però, possiamo affermare che l’Italia debba essere effettivamente incriminata per atti del genere? Vediamo innanzitutto in cosa consiste il trattato stipulato con Tripoli, ovvero il Minniti Compact. Questo funziona su uno schema a tre cerchi concentrici.

Il primo è quello locale, che permette l’interfacciarsi delle autorità italiane con gli attori più opachi di questo sistema, cioè quelli che contemporaneamente gestiscono il traffico di esseri umani e le attività legali. Parliamo dei centri di detenzione e della stessa Guardia Costiera Libica. Qui, l’unica cosa che l’Italia può fare è pagare affinché non partano i barconi.

Il secondo cerchio è quello marittimo: è in mare che si gioca l’intercettazione e il respingimento dei migranti ad opera della Guardia Costiera Libica. Si noti bene che quest’ultima non li salva, bensì li intercetta poiché, per la legge in vigore in Libia (quella Gheddafi-Berlusconi) costoro sono considerati criminali in quanto clandestini.

Il terzo cerchio include le ONG, ora più controllate grazie al codice di condotta proposto da Minniti in quanto i loro movimenti, dalle acque nazionali libiche a quelle italiane, avvalorano la teoria secondo cui più che salvare esseri umani, li stessero letteralmente smerciando. Inoltre viene introdotta la zona SAR (Search and rescue), ovvero l’area di salvataggio costiera, nella quale opera solo chi è autorizzato dalla Guardia Costiera Libica.*

Insomma, i rapporti fra Roma e Tripoli lasciano largo spazio di manovra alla Libia, com’è giusto che sia dato che è e rimane un Paese sovrano, nonostante l’attuale condizione politica. Dunque, perché incriminare l’Italia per le azioni di un altro Stato che, fino a prova contraria, ha diritto di manovra entro i propri confini e aree di competenza?

Seguendo il principio dell’accusa (ovvero la responsabilità indiretta, come se la colpa di un omicidio compiuto con un coltello sia colpa del produttore di quel coltello), perché allora non portare davanti al CEDU anche quei Paesi (principalmente, dato il loro attivismo, Francia, U.S.A. e Inghilterra) che hanno direttamente bombardato la Libia, provocando a monte la cosiddetta crisi dei migranti nel Mediterraneo? Al di là delle vittime immediate dei bombardamenti occidentali in Libia, quante altre ce ne sono state per le conseguenze politiche ad essi successive?

(di Alessandro Carocci)

(* Mattia Toaldo, Il Minniti compact e le alternative possibili alla frontiera Italia-Africa, ‹‹Limes››, 11/2017 pp. 71-80)