Le Comuni parigine: la rivoluzione borghese – Parte Prima

La rivoluzione francese è considerata come lo spartiacque tra l’età moderna e quella contemporanea. Il suo lascito culturale e politico continua a influenzare il nostro mondo, donando ad essa un’aura esageratamente “leggendaria”. Lo scontro tra la insorgente borghesia e la morente nobiltà ha portato inevitabilmente alla dissoluzione degli antichi ordini gerarchici, dei valori cavallereschi (come affermerà Burke in “Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia”) e, sopratutto, instillato nella popolazione i cosiddetti “valori borghesi”, tra cui anche la predominanza dell’economia sullo Stato.

La Comune, intesa come il governo rivoluzionario parigino, nacque in questo contesto travagliato, ove le orde della Storia si combattevano sanguinosamente. Partiamo però dalle origini di questa istituzione.

La Comune del 1792 derivava dalla precedente municipalità cittadina, che contava, nell’aprile del 1789, 407 membri eletti dalle 60 sezioni riguardanti il Terzo Stato di Parigi, anche se alcune delegazioni di membri del clero e della nobiltà parteciparono. Essi erano stati convocati per nominare i deputati che avrebbero formato gli Stati Generali francesi. Dopo la loro elezione, essi decisero di non abbandonare la carica ma di riunirsi all’Hotêl de Ville, il municipio parigino e, in concomitanza ai moti popolari, elessero il 15 luglio l’astronomo Jean S. Bailly come sindaco della città. Fino al 1792, l’istituzione si comportò come una semplice amministrazione cittadina, occupandosi principalmente di riorganizzare la vita politica parigina, scossa dagli avvenimenti rivoluzionari.

Successivamente alla fuga del re Luigi XVI, La Comune divenne una roccaforte della sinistra, fatto che ebbe come conseguenza un diretto conflitto con il Dipartimento di Parigi, poiché era filo-monarchico e moderato. Il conflitto si acuì a giugno, quando il procuratore Manuel e il sindaco Pétion vennero sospesi dal Dipartimento con l’accusa di non aver arginato una manifestazione contro la monarchia e di appoggiare i rivoltosi. Furono reintegrati un mese dopo, ma la frattura era insanabile. Infatti, a seguito di questi eventi e della situazione politica nazionale ed europea, fu chiesta la destituzione del Re.

Era un clima difficile e confusionario: l’Austria e la Prussia si erano alleate con l’obiettivo di riportare l’ordine in Francia e quest’ultima, nella veste dell’Assemblea, dichiarò guerra alla Prussia il 20 aprile. Allorché le sezioni parigine, incitate dal sindaco Pétion e non ostacolate dall’Assemblea Nazionale, misero a capo della Guardia Nazionale Santerre, il quale diresse l’assalto contro il Re, il 9 agosto. Quest’ultimo venne catturato e messo agli arresti, come reazione alle minacce delle monarchie europee. Venne proclamata la Repubblica.

A quel punto, la situazione internazionale si fece più pressante: gli Austro-Prussiani avanzavano, e la capitale francese cadde nella paura di un assedio. Questa paura portò a una durissima repressione degli oppositori politici della Comune e dell’Assemblea, la quale viene definita, in ambiente storiografico come i “massacri di settembre”. La Comune rimase immobile di fronte a queste violenze, e, si occupò di riordinare la propria struttura politica, portando a 288 i membri e cambiando nome in “Consiglio generale della Comune”.

Dopo aver rafforzato il proprio potere, essa cominciò un’opera iconoclasta nei confronti dei vecchi sovrani, degli antichi eroi e dei generali francesi, istituendo inoltre anche una commissione con poteri speciali, la quale poteva arrestare i cittadini e i clericali sospettati di rapportarsi positivamente col nemico e con i contro-rivoluzionari. Oltre a ciò, organizzò i volontari per la guerra rivoluzionaria. In seguito, la Comune stabilì un’imposta sul pane e una per i ricchi.

In questo frangente, sempre più caotico, Luigi XVI fu giustiziato nel gennaio del 1793. Questo evento provocò un’ ulteriore allargamento della Prima Coalizione, la quale vide l’entrata della Spagna, del Regno Unito, di Napoli e dell’Olanda. La situazione divenne sempre più difficoltosa, e, nonostante l’invasione del Belgio e i successi iniziali, i repubblicani francesi furono costretti alla ritirata. Il generale Dumouriez, comandante delle armate rivoluzionarie, trattò con il nemico, promettendo la cessione del Belgio e l’attacco a Parigi. I soldati, però, disertarono in massa e Dumouriez fu costretto a rifugiarsi nei territori della Prima Coalizione. Nel frattempo, la Vandea fu il teatro di una insurrezione contro-rivoluzionaria, e fu necessario l’intervento armato. L’armata vandeana respinse i repubblicani, e questo accese la miccia per la guerra civile.

La Comune, ormai divenuta roccaforte dei sanculotti, fu messa sotto inchiesta per complotto contro la Gironda dalla Convenzione (istituzione politica centrale), la quale tentava di distruggerne l’autorità. La lotta politica si esacerbò e le sezioni politiche parigine insorsero al fianco dei giacobini contro i girondini, vincendo. Questo atto provocò dapprima il sollevamento di molte città del paese, contrarie allo strapotere parigino, e successivamente, la presa del potere da parte di Robespierre, avvocato che assurse la leadership dei giacobini e, successivamente, avviò il periodo del Terrore.

Fu un periodo particolarmente denso di violenza, poiché venne repressa ogni forma di opposizione al regime giacobino. Sul lato interno, furono approvate leggi economiche come quella del maximum, ovvero sia il controllo coattivo delle derrate alimentari e quindi dei granai o dei magazzini, con l’intenzione di evitare che qualcuno possa aver nascosto prodotti destinabili alla vendita, oppure la famosa “legge dei sospetti”, ovvero una normativa che condannava all’arresto gli emigrati francesi, gli ex-nobili e i realisti (oltre a una grande azione di scristianizzazione).

Sul lato esterno, il Comitato di Salute Pubblica (istituzione governativa francese nata a seguito delle sconfitte militari) avviò un’opera di epurazione dei generali considerati sospetti, e riorganizzò l’esercito, potenziando le sue capacità belliche. Entro la fine del 1793, i ribelli furono uccisi. Tra i decreti di Robespierre, ci fu l’introduzione della Comune nella sfera di influenza del Comitato di Salute Pubblica. Questa mossa politica centralizzò i poteri, aumentando il potere parigino. La Comune era divenuta l’espressione del regime del Terrore. Nel 1794, poi, la scelta dei suoi membri fu una prerogativa del Comitato, il quale continuò ad eliminare gli appartenenti alle sezioni.

La storia della Comune rivoluzionaria parigina terminò con il colpo di Stato del 9 termidoro, nel quale fu rovesciato il governo di Robespierre. Le sezioni politiche appartenenti ad essa si posero a difesa dello Stato giacobino, e la loro sollevazione fu repressa nel sangue, con circa 90 membri passati per la ghigliottina e 40 agli arresti. Solo una 15 di loro si salvò. Il nuovo governo di stampo termidoriano abolì la Comune e divise la città di Parigi in 12 circoscrizioni, ognuna di esse governata da una diversa commissione. L’epoca rivoluzionaria non era ancora finita, ma venne riportato l’ordine, il quale verrà stravolto pochi anni dopo, da Napoleone e, infine, dalla Restaurazione.

(di Federico Gozzi)