Ecco cosa scriveva Craxi sull’Italia caotica e ingovernabile

Gennaio 1996. Lamberto Dini conferma le sue dimissioni e il Capo dello stato firma il decreto di scioglimento delle Camere, in attesa delle elezioni che si terranno il 21 aprile successivo (nelle quali trionferà la coalizione di centro-sinistra guidata da Romano Prodi). La confusione, proprio come nei mesi che stiamo vivendo, regna in Italia. Da Hammamet, Bettino Craxi sottolinea l’importanza della stabilità politica e rilancia la necessità di mettere mano a una revisione dell’architettura istituzionale attraverso l’elezione diretta di un’assemblea costituente. Parole tristemente attuali. 

«La crisi italiana è di natura tale che rischia ormai di trascinarsi per lungo tempo. È di certo un gran male ma tempo che purtroppo sarà così. I rimedi di cui si parla in questo momento sono così generici da non apparire rimedi, I rinvii che si facciano non sono un sollievo ma un disastro.

In meno di quattro anni l’Italia si avvia ad avere il suo quinto governo. Non c’è Paese nel mondo in cui sia successo qualche cosa di simile. Non un Paese industrializzato, e neppure un Paese del Terzo Mondo in via di sviluppo, e nemmeno uno sottosviluppato. Facciamo parte del gruppo dei «7», ma siamo il solo Paese in preda a questa sorta di attacco epilettico.

Il nostro prestigio internazionale, come si è già potuto ben vedere in più di una occasione significativa, è ormai meno che zero. In generale anche gli amici che ci sono rimasti scuotono la testa e ci considerano come un Paese da ricovero. Ma anche questa soluzione è tutt’altro che semplice. I grandi paesi industriali, anche quando appaiono premuti dai loro problemi, dalle loro crisi, dalle loro contraddizioni, si muovono entro un grado di stabilità politica, che, già di per sè, rappresenta un argine al degenerare delle situazioni.

Cinque governi in quattro anni. Nove governi in nove anni, dopo l’infausta era di stabilità, di progresso e di affermazione internazionale del cosiddetto craxismo, il quale poi era tutt’altro che tale, rappresentano il massimo della decadenza, della inefficienza, della assurda sopravvivenza di un sistema politico prima che logoro e poi disfatto e niente affatto rinnovato, checché ne dicano i suoi presunti e ardimentosi rinnovatori.

Il rinnovamento promesso, fondato, almeno in gran parte, sulla menzogna organizzata nell’informazione, sulla violenza discriminatoria del potere giudiziario, sulla demagogia, opportunistica che ha trovato spazio tanto a sinistra, che a destra, che al centro, si avvia ormai a toccare il tasto incontrovertibile della verità fatta certamente di buone intenzioni, ma anche di tanti clamorosi per non dire degli intollerabili eccessi.

Le invocate elezioni, allo stato delle cose, probabilmente servirebbero a ben poco; difficilmente risulterebbero risolutive. La cosa più ragionevole sarebbe invece un compromesso parlamentare e governativo per tentare di determinare quel grado di relativa stabilità di cui ormai il Paese ha bisogno come il pane, e contemporaneamente, o almeno in tempi brevi, la elezione diretta, con voto proporzionale, di una Assemblea Costituente dalla quale far nascere una nuova Costituzione e quindi anche la Seconda Repubblica, che rimanendo invece le cose come stanno, è solo, nel migliore dei casi, un sospiro, nel peggiore, un colossale imbroglio propinato agli italiani con una disinvoltura degna di miglior causa.

La Seconda Repubblica, non c’è dubbio, è ormai una necessità. Sarebbe assai meglio che nascesse legittimamente da un voto popolare e non dai maneggi di una commissione parlamentare. Se non si farà niente di tutto questo, come temo sia assai probabile, anzi certo, andrebbero tentate almeno poche riforme semplici ed essenziali: la elezione diretta del Capo dello Stato o del primo ministro. Una legge elettorale che, visto il clamoroso fallimento del sistema maggioritario, reintroduca il principio proporzionale corretto. L’introduzione dell’istituto della «sfiducia costruttiva». Un chiarimento tra regionalismo, federalismo e unità nazionale senza pregiudizi, demagogie e minacce secessionistiche che lasciano il tempo che trovano. Il superamento del bicameralismo perfetto.

Un diverso sistema di elezione che trasformi il Consiglio Superiore della magistratura da organo di natura corporativa, in organo costituzionale di controllo. Ma non si farà niente di tutto questo. E allora non resterà che attendere il peggio che arriverà, prima o poi, inesorabilmente. Speriamo di no, ma è solo una speranza poco fondata. un anno fa mi scappò dalla bocca la definizione di «Italietta caotica».

(da Io parlo, e continuerò a parlare. Note e appunti sull’Italia vista da Hammamet. Bettino Craxi. Mondadori)