La crisi della famiglia

La famiglia, oggi, si trova nella condizione di dover affrontare molteplici difficoltà, le quali potrebbero compromettere definitivamente il ruolo di cellula prima della società che essa ha mantenuto per lungo tempo.

Tra le problematiche concrete, già negli anni ’80, Giovanni Paolo II riscontrava le gravi ambiguità circa il rapporto di autorità fra genitori e figli, il problema della trasmissione dei valori, il numero crescente di divorzi, l’aborto, il ricorso alla sterilizzazione e l’instaurarsi di una «mentalità contraccettiva».

A questo, possiamo accompagnare la consapevole evidenza dell’instabilità delle coppie, di cui, sempre più, si finisce per prendere atto senza sollevare alcuna preoccupazione; si pensi che, in tempi non lontani, un fenomeno come quello del divorzio poteva comportare una emarginazione del colpevole e, per quanto sotto questo punto di vista si sia verificata una trasformazione da molti desiderata ed il divorzio venga ora giudicato come un normale fallimento del percorso di coppia, la situazione resta inquietante laddove i dati rivelano annualmente una continua diminuzione delle unioni a lunga durata. Non è un caso che, ad esempio, per garantire le pratiche favorenti il passaggio dalla separazione al divorzio, sia stato creato nel 2015 il cosiddetto «divorzio breve».

Oltre a ciò, si aggiunge il problema della denatalità, che in Italia è in continua crescita, legato ad uno scenario più ampio, quello di un ordo oeconomicus apparentemente intrascendibile che ha imposto il modello di un «uomo flessibile» (Sennett), il quale, nell’impossibilità di garantire uno stabile andamento alla propria vita lavorativa, è costretto a prorogare i suoi progetti a lungo termine nell’attesa del momento favorevole in cui possano concretarsi, una volta create le condizioni economiche sufficienti.

L’analisi sulla denatalità deve però riguardare in toto la nostra società dei consumi, dove ognuno è ingabbiato nella mentalità consumistica, interessato all’accumulo di beni materiali e disinteressato a quella che lo stesso Giovanni Paolo II definiva come «la ricchezza spirituale di una nuova vita umana».

Di fronte a queste constatazioni per nulla rassicuranti, c’è ancora chi ripete fino all’istupidimento che esiste famiglia solo dove c’è amore; si tratta di uno degli slogan più diffusi, in special modo tra i giovani che ancora non hanno preso coscienza di quanto la centrifuga consumistica orienti ad hoc le loro vite, senza esclusione per i loro gusti e desideri, tra cui quelli amorosi e sessuali.

La sfera intima e affettiva è intrinsecamente connessa con le dinamiche societarie che la trascendono, infatti, nel nostro tempo in misura maggiore che in ogni altra epoca passata, l’amore è obbligato a fare i conti con la velocità con cui giunge a degradarsi: questo perché anch’esso è soggetto a mutamenti, e il tipo d’uomo diffuso ai nostri giorni – individualista e omologato sotto il crisma della merce – è sedotto dalle novità, non solo sul piano consumistico, ma anche su quello affettivo.

Per altro, il concetto di amore è difficilmente inquadrabile e per ciò non può essere assunto come unico criterio per la formazione di una famiglia; l’amore esiste in svariate forme e manifestazioni, tant’è che quando Platone scriveva intorno alle cose d’amore (tà erotikà), facendo riferimento agli amanti, spiegava quanto costoro non fossero capaci di dire cosa volessero gli uni dagli altri.

L’amore che conosciamo ora in Occidente è sans doute quello passionale, ma si tratta di una declinazione del sentimento su cui molte culture – compresa quella romana e vittoriana – hanno sollevato sospetti.

Al tempo della rivoluzione francese si verificò un radicale cambiamento dell’affettività nelle relazioni interpersonali; «prima di allora» – come ricorda Marcel Lefebvre – «l’amore tradizionale non sembrava essenziale o necessario al matrimonio: ci si sposava per trasmettere un’eredità, per avere dei figli, per unire dei beni familiari. I congiunti erano compagni di vita che costituivano un’entità domestica più che un’entità d’amore. L’amore non era certo proibito nel matrimonio, ma non esisteva prima del matrimonio».

Era dalla convivenza stessa tra i due sposi, unita alla continuità, che l’amore poteva sorgere. Ai nostri giorni, è palese quanto sia venuta meno la capacità di dare continuità e durevolezza alle relazioni. Eppure, si continua a considerare questo ed altri danneggiamenti della «famiglia tradizionale» (quest’espressione non è una bestemmia, poiché la famiglia formata da un maschio ed una femmina è la sola che abbia una storia millenaria alle spalle) come ottime occasioni per attaccarla, vituperarla, consacrarne la discesa ed eventualmente liberarsene.

Tale atteggiamento, certamente, è segno di una grave malattia della nostra società, la quale preferisce la distruzione all’aiuto, l’eliminazione di ciò che pare non essere più funzionante al posto della cura e della riparazione.

Siamo in un mondo alla rovescia, in quanto, piuttosto che occuparci dell’instabilità delle famiglie tradizionali, vogliamo accostare ad esse delle nuove forme familiari, non mai vedute prima; ora si vuole – in nome dell’amore e del desiderio individualistico – affiancare nuovi modelli, frutto della modernizzazione dei costumi sessuali, come quello delle famiglie omosessuali: non ci si rende minimamente conto che, qualora dovessero diffondersi, riscontrerebbero le medesime problematiche (se non in misura maggiore) che le famiglie tradizionali stanno affrontando a causa delle logiche della mercificazione e dell’avanzamento capitalistico. Si tratta di aggiungere una complicazione ad una già esistente.

Probabilmente però, l’enorme business che sta alle spalle della sproporzionata narrazione apologetica gay friendly – la stessa da cui questi democratici rimodernamenti sono scaturiti – è per loro tutt’altro che una spada di Damocle.

(di Enrico Ildebrando Nadai)