Critica a Popper e alla società aperta: una prospettiva heideggeriana

Il termine apertura, che indica genericamente l’atto di effettuare un passaggio dall’interno verso l’esterno e viceversa, ha, in realtà, diversi significati, soprattutto se lo riferiamo empiricamente a tante situazioni particolari e concrete, come ad esempio l’apertura della caccia, di una fiera o di una mostra, e così via. Tuttavia, utilizzandolo in rapporto con la nostra esistenza, e cioè cercando di attribuirvi un significato ontico-ontologico, si potrebbe allora osservare che il significato di apertura acquisisce un che di misterioso, molto difficile da spiegare.


Il filosofo che più di ogni altro ha cercato di analizzare questo concetto da un tale punto di vista è stato sicuramente Martin Heidegger, nel suo capolavoro “Essere e tempo”. Nella sua riflessione, l’apertura è infatti una disposizione d’animo, una propensione verso il mondo delle cose e degli altri. Una disposizione che è simultaneamente intuitiva, sentimentale ed estatica.


Intuitiva, poiché l’apertura è immediata, spontanea, e si ha quando ci si accorge sensibilmente di essere gettati un mondo di cose (una mondità), che sta lì, di fronte a noi. Un mondo di cose che vediamo trasformarsi e col quale ci relazioniamo, soprattutto per mezzo della tecnica, che altro non è – come il filosofo la definì – la capacità di manipolare le cose stesse ed utilizzarle, una volta che le si è trasformate, per i nostri bisogni umani: da questo rapporto si forma, formando le cose, la comprensione, ossia il pensiero operante.

L’apertura è poi sentimentale, poiché l’esserci esperimenta nel suo essere gettato nel mondo una situazione emotiva (Befindenlichkeit), perché quando siamo con gli altri si crea sempre un sentimento, uno stato d’animo più o meno coerente, che può essere di amore, di odio, di indifferenza o preminentemente di paura od angoscia.


Ma l’apertura è soprattutto estatica, poiché pone l’esserci, l’essere umano, nella dimensione della trascendenza. Essa si ha quando si va fuori dalla propria chiusa egoità, che è tipica degli animali, ovverosia quando si avverte intuitivamente lo scorrere del tempo che si temporalizza. Perciò – sostiene Heidegger – c’è una apertura estatica temporale che si ha dapprima nel futuro pro-gettato, e poi nel presente e nel passato: da essa nascono il disvelamento della verità e del pensiero, e quindi la coappartenenza fra uomo ed Essere. I modi dell’Essere che si manifestano nell’esserci umano vengono sintetizzati dal filosofo col termine Cura. E questa fa sì che l’esserci sia in realtà un poter-essere, un ente che possiede in sé il senso di un divenire trasformante teoretico-fattivo.



Si può perciò affermare che l’apertura così intesa è da considerarsi come l’essenza propria dell’esserci. Una essenza sostanziale, come aveva ben compreso Hegel nella sua “Scienza della logica”, che non è statica, bensì perpetuamente dinamica, in quanto è costantemente e reciprocamente relazionata con le cose e con gli altri.


Ora, sulla base di queste premesse, si potrebbe apparentemente dedurre che la società aperta sia l’inevitabile destino dell’ ente umano, il quale, essendo costitutivamente aperto in sé, si trova perciò rivolto inevitabilmente verso il mondo e verso gli altri. Tuttavia, per Heidegger – come del resto, pur per altri motivi, per Hegel -, una società aperta intesa in senso liberal-liberista moderno rappresenta invece la negazione di tale essenza. Questa potrebbe sembrare una contraddizione insanabile: ma così non è.


Una apertura senza fine, parafrasando Hegel, è una cattiva apertura, poiché l’uomo sarebbe per ciò stesso senza determinazioni: in tal modo, la sua qualità essenziale si disperderebbe in un indefinito inesprimibile. Sarebbe un ente che non è mai appartenente a sé, perché indeterminato. Infatti, una qualità senza una quantità che la determini sarebbe vuota.
Heidegger altresì afferma che il dasein [esserci], in quanto poter-essere, se non riconoscesse il proprio insormontabile limite, sarebbe destinato ad una esistenza anonima ed inautentica.


La morte è, per l’appunto, questo limite che fa dell’esserci un ente finito che sa di essere tale, in quanto l’estrema possibilità dell’esistenza è la certa rinunzia ad essa. Di fronte a questa certezza, l’esserci può scegliere fra una vita inautentica ed una vita autentica, il che comporta, a seconda della scelta: il vivere nella situazione emotiva della paura, nel primo caso; dell’angoscia, nel secondo.


La paura, che è la dimensione esistenziale subita ed accettata dai più, implica il tentativo di nascondere la verità del dover morire, cercando di dimenticare se stessi, disperdendosi – dice Heidegger – nella dimensione della chiacchiera, della curiosità e dell’equivoco, cadendo conseguentemente al livello degli oggetti (Verfallenheit): il che porta alla deiezione verso un’esistenza anonima e passiva, nella distruzione della propria personalità nell’alienazione esistenziale.


L’angoscia, invece, è una situazione emotiva che nasce da una decisione anticipatrice con la quale si accetta, una volta per tutte, la propria finitudine. Ed è proprio perché si sa, permanentemente, di dover morire, che si “vive” per la morte. Una decisione, tuttavia, che rifugge dall’attesa della morte o del suicidio, poiché sarebbero due atti realizzativi di un qualcosa che andrebbe a minacciare le libere possibilità dell’esserci.


Infatti, la vera esistenza autentica si ha quando si accetta liberamente il proprio destino: «Il fenomeno del poter essere autentico permette di gettare lo sguardo anche sulla stabilità del se-Stesso nel senso del mantenimento in un determinato stato. La stabilità del se-Stesso, nel duplice significato di persistenza e di mantenimento in uno stato, è l’autentica contro-possibilità della indecisione deiettiva. La stabilità, in fondo, non significa altro che la decisione anticipatrice. La struttura ontologica della decisione anticipatrice rivela l’esistenzialità sell’essenza del se-Stesso» (1).



Questa frase è illuminante: il filosofo che considera l’apertura verso il mondo delle cose e degli altri la vera essenza dell’esserci umano, è anche il filosofo della stabilità. Una stabilità che, proprio perché scaturita dalla decisione anticipatrice, permette al soggetto che la compie di vivere intensamente il proprio destino, sia nelle gioie che nelle crudeltà della vita, e di goderne appieno i singoli istanti. Solo così la temporalità nelle sue tre dimensioni di futuro-presente-passato può essere vissuta con intensità profonda.


Infatti, «la finitudine, una volta afferrata, sottrae l’esistenza alla molteplicità caotica delle possibilità che si offrono immediatamente (i comodi, le frivolezze e le superficialità) e porta l’esserci al cospetto della nudità del suo destino» (2). Ecco perché la stabilità è lo stato sociale ed individuale più cercato, consapevolmente o meno, da tutti. Il vero uomo può conoscere se stesso solo se ha rapporti stabili nella famiglia, nel lavoro, con gli altri. Se non trova tale stabilità, per propria scelta o per scelte imposte da altri, egli non potrà che vivere nella dimensione dell’auto-estraniamento. La stabilità comporta l’adesione al destino comune del proprio popolo. Solo nella comunità si è davvero insieme con gli altri, partecipando ad un destino che rende libere le persone, poiché solo con gli altri che appartengono alla medesima storia è possibile la conoscenza di sé e una vera esistenza autentica.


Ora, nel mondo attuale vi sono molti teorici della società aperta, i quali sostengono che solo attuando un’apertura a tutti i livelli – politico, sociale, economico, migratorio, sessuale e via discorrendo – sarebbe possibile la piena libertà dell’individuo. Una tale società aperta, però, conduce inevitabilmente alla distruzione di ogni salda stabilità.


Karl Popper è stato, ed è, il principale teorico di questa società: i suoi due libri “La miseria dello storicismo” e “La società aperta e i suoi nemici”, in particolar modo, rappresentano la summa ideologica di tale visione del mondo. Una visione che tuttora viene considerata la Bibbia del liberal-liberismo. Egli individuò nello storicismo e nel totalitarismo la negazione di ogni forma di libertà. Lo storicismo, difatti, viene da lui considerato una perniciosa teoria filosofica, poiché ha la pretesa di prevedere, alla stregua della scienza fisica, le leggi della storia valide anche per il futuro: egli, non casualmente, individuò in Eraclito, Platone, Hegel e Marx i principali fautori di questa veduta.


Il fatto incredibile è che oggi si dia un peso di insindacabilità ed incontestabilità a questi due libelli che, ad una lettura approfondita, dimostrano invero non solo la povertà teorica, ma anche e soprattutto la pochezza umana del summenzionato filosofo. Occorre, in tal senso, soffermarsi sul pensiero di questo autore, per comprenderne il livello e le peculiarità attraverso esempi concreti.


Per quanto riguarda Eraclito, egli lo considerava il portavoce della più arrabbiata aristocrazia greca, un nobile sdegnoso che di fatto aveva inventato, con la sua dottrina dei contrari, lo storicismo. In realtà, se Popper avesse studiato più attentamente Eraclito, avrebbe scoperto che egli era politicamente un “moderato”, come si evince dal suo Frammento 43, in cui affermava che «bisogna spegnere la dismisura più di un incendio» , intendendo dire che bisognava controllare la sfrenatezza e la tracotanza (la hybris) politica onde evitare scontri continui, proponendo invece l‘isorropia, cioè l’equilibrio armonico.


Infatti, Eraclito era un seguace di Ermodoro, un politico costretto all’esilio, il quale eccelleva non negli eccessi, ma nella compostezza e nella conoscenza delle leggi (era un monoteta), e che propugnava la morigeratezza dei costumi. Per questo Eraclito non sopportava i suoi concittadini Efesii (3).


Platone viene invece rappresentato da Popper come l’esponente della reazione alla società aperta, incarnata dalla democrazia ateniese, ed il teorico dello statalismo organicistico. In questo caso, il filosofo austriaco destoricizza il pensiero politico platonico, che altro non è, ad un attento studio della “Repubblica”, la sintesi fra il modello spartano e quello ateniese. Platone scrisse il suo capolavoro in risposta al caos generato dalle due guerre pelopponesiache, che causarono il disastro ed il declino della civiltà greca. Le colpe di tale caos furono da lui imputate alla cultura relativistica e nichilista dei Sofisti, in particolare di Gorgia.


Certo è che nel pensiero di Platone non vi è nulla che posa condurre ad una veduta totalitaria dello Stato. L’idea di giustizia eterna che fonda lo Stato è quella di attribuire ad ogni uomo il suo, secondo attitudini e criteri di merito. Le classi sociali sono perciò aperte, a differenza di quelle affermatesi in India, che sono chiuse per il fondamento religioso brahamanico. Platone era dunque un filosofo che pensava all’ordine comunitario, poiché aveva visto i risultati terribili della cosiddetta società aperta.


Ma la miseria filosofica di Popper la si può notare nitidamente quando egli tratta di Hegel, verso il quale manifesta un odio profondo pari a quello dell’invidioso Schopenhauer. Egli lo accusa di essere il teorico di uno stato etico, e perciò illiberale e totalitario, nemico della società aperta. La veduta storicista, secondo Popper, trova in Hegel la sua massima espressione, poiché il filosofo di Stoccarda pretende di ridurre tutta la realtà a razionalità (il finito è ideale), con la conseguenza che tutto ciò che accade può essere, e viene, giustificato dalla Ragione provvidenziale secondo un piano prestabilito e finalisticamente determinato.


Da queste considerazioni si comprende come Popper non solo non abbia compreso Hegel, ma come neppure lo abbia letto con la dovuta dovizia. Un gruppo, quello dell’ignoranza sulla filosofia hegeliana, nel quale egli si trova in buona compagnia. Per dimostrare ciò è sufficiente riportare alcuni passi del capolavoro politico di Hegel, e cioè i “Lineamenti di filosofia del diritto”. Parola all’autore:

«Il compito della filosofia è comprendere concettualmente ciò che è, e perché ciò che è, è la Ragione. Per quanto riguarda l’individuo, ciascuno è senz’altro figlio del suo tempo; così, anche la Filosofia è il proprio tempo colto nei pensieri. Credere che ogni Filosofia vada oltre il suo tempo presente, è tanto assurdo quanto credere che un individuo possa saltare al di là del tempo, che salti oltre Rodi. Qualora la sua teoria vada di fatto oltre ciò, qualora si costruisca un mondo così come deve essere, qualora l’individuo si costruisca un mondo così come deve essere, allora questo mondo esiste, sì, ma solo nella sua opinione – cioè in un elemento malleabile in cui è possibile plasmare tutto ciò che ci pare e piace» (4).


Questo brano si trova nella prefazione dell’opera testé citata: come si nota, non c’è nessuna pretesa di prefigurare con esattezza il futuro, anzi la stessa equazione “essere = dover essere” viene di fatto derisa, se la si proietta avanti nel tempo. La filosofia è una scienza umana che può consentire all’uomo di comprendere solo il proprio presente, ed eventualmente di pronosticare a grandi linee quello che sarà. Essa invero è come la «civetta di Minerva che inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo» (5) quando la realtà è «bell’è fatta».


Con la lettura di questo breve pensiero, si dissolve nel ridicolo ogni elucubrazione sulla presunta veduta storicistica-deterministica di Hegel: ogni critica che lo consideri come il fautore del totalitarismo e del necessitarismo non solo è infondata, ma rivela la miseria critica e disonesta da parte di chi lo considera tale. Popper in primis. Per Hegel, lo scopo della filosofia nasce da una insopprimibile esigenza del pensiero umano: quella di comprendere il vero e di spiegare i perché ed i come si è svolto il divenire storico, cioè il reale. In fondo tutta la sua logica idealistica applicata alla realtà è guidata dal principio di ragion sufficiente e dalla dialettica dei contrari. Scrive ancora il filosofo:
« […] la storia mostra necessariamente ciò che il Concetto insegna, cioè: l’idealità appare davanti alla realità soltanto nella maturità della Realtà, e allora l’idealità si costruisce il medesimo mondo, colto nella sua sostanza, nella figura di un regno intellettuale» (6).


Il significato della famosa frase hegeliana «ciò che è razionale è reale, e ciò che è reale è razionale» sta tutto qui: il finito è ideale solo quando lo riportiamo al Concetto (Begriff), cioè all’autocoscienza che comprende. Il reale (Wirklich) è perciò, in Hegel, non l’effettuale, ma ciò che per sua natura potrebbe essere potenzialmente, portato al suo concetto secondo l’accezione aristotelica del “dynamei on”. Lo Stato Etico, poi, altro non è che lo “Staat”, la comunità fondata sulle leggi.


Si può invece capire l’odio profondo che Popper provava verso Marx. Egli lo considerava il responsabile filosofico delle tragedie avvenute durante il comunismo sovietico, un sistema nel quale vedeva le caratteristiche del totalitarismo compiuto. Ma, anche in questo caso, la critica a Marx è completamente destoricizzata. Marx, quando scrisse “Il Capitale” , aveva come modello i Paesi avanzati industrialmente come l’Inghilterra, gli USA e la Germania, non certo un Paese arretrato e contadino come la Russia semi-asiatica. Perciò, ritenerlo responsabile delle atrocità avvenute durante il regime comunista sovietico è a dir poco azzardato e strampalato.


Certamente, nel pensiero di Marx, a differenza degli altri “nemici”, ci sono aspetti deterministici molto evidenti, soprattutto quando si parla del necessario avvento del comunismo e quando egli pretende di equiparare l’economia ad una scienza fisica. Ma, al di là di queste osservazioni critiche teoricamente accettabili, disconoscere la grandezza di Marx come pensatore è ancora una volta ridicolo. Nessun filosofo, ancora ad oggi, è riuscito a spiegare fenomenologicamente meglio di Marx l’essenza del capitalismo. E nessuno è riuscito, nel bene e nel male, a rappresentare con enorme potenza i bisogni di centinaia di milioni di persone.


Da quanto si è scritto, sia pure con pochi esempi, si può ricavare un unico giudizio per noi inequivocabile, e cioè che il “pensiero” di Popper è ben poca cosa. Del resto basta guardare “hegelianamente” la realtà del nostro presente in cui la società aperta si è palesata in tutte le sue forme: essa ha distrutto il sacro, il senso della comunità, il bello, il pensare filosofico ed etico. La stessa scienza è puramente descrittiva, atta solo a produrre profitto.


La sua apertura crea inoltre paure sempre più profonde: paura di invasioni incontrollate, dove le frontiere vengono sempre più valicate; paura causata da una insicurezza generale per la propria incolumità; paura di un futuro in cui il lavoro precario è l’unica certezza; paura che pervade ogni momento della vita degli abitanti delle grandi città e non solo.
Zygmunt Bauman ha ben descritto, in tutti i suoi numerosi libri, i risultati ottenuti dalla società aperta liberal-liberista: l’apertura senza stabilità è allora una falsa apertura, il cui centro è il caos, che nella lingua greca significa abisso spalancato. E Popper, coi suoi corifei, ne è il suo profeta.



(di Flores Tovo)

Note:

1) M. Heidegger, “Essere e tempo”, Longanesi, Milano 1976, pag. 387-388.
2) Idem, pag. 460.
3) http://www.ereticamente.net/…/eraclito-il-chiaro-oscuro….
4) G. W. F. Hegel, “Lineamenti di filosofia del diritto”, Rusconi, Milano 1996, pag. 62-63.
5) Idem, pag. 65.
6) Ibidem.