Guerra al globalismo

Il Belgio si è unito alla lista dei paesi che si stanno ribellando contro la propria leadership eletta. Nel weekend, il governo belga è andato in crisi a causa del viaggio del primo ministro Charles Michel in Marocco per firmare il patto sulle migrazioni delle Nazioni Unite. L’accordo non fa distinzione tra immigrati legali ed illegali, e considera l’immigrazione come un fenomeno positivo. Il popolo belga a quanto pare non è d’accordo. Facebook ha registrato 1.200 belgi che considerano il primo ministro un traditore. Alcuni utenti sono preoccupati per il futuro dei propri figli e dicono che la democrazia belga è morta. Altri dicono che vogliono unirsi alle proteste dei Gilet gialli.

I disordini che sono avvenuti in diversi posti si concentrano su alcune richieste specifiche, ma rappresentano una rabbia molto più diffusa. I Gilet gialli francesi hanno iniziato protestando contro la proposta di alzare le tasse sulla benzina, che sarebbe ricaduta sui lavoratori fortemente dipendenti dal trasporto privato. Ma quando la loro richiesta è stata accolta dal governo del presidente Emmanuel Macron, le proteste sono continuate e sono anche cresciute, dimostrando che il malessere verso il governo va oltre la questione di una singola nuova tassa. Forse, non sorprendentemente, il governo francese sta cercando un capro espiatorio e sta investigando sulle “interferenze russe”. Il Dipartimento di Stato americano è inevitabilmente d’accordo, e sostiene che il Cremlino, tramite i suoi siti e i suoi social media, abbia “amplificato il conflitto”.

Alcuni commentatori, cercando una causa più profonda delle proteste in Francia, hanno suggerito che la vera posta in gioco possa essere il cambio di regime, e che il governo di Macron sia diventato così sconnesso dai suoi elettori (attraverso sia le sue politiche che la sua retorica) che abbia perso tutta la sua legittimità, e che non abbia possibilità di redimersi. Qualunque cambiamento sarebbe un miglioramento, in particolare in quanto un nuovo regime sarebbe più vicino ai sentimenti degli elettori, almeno inizialmente. Qualcuno potrebbe pensare che il sentimento secondo il quale occorra un cambiamento radicale nel governo, qualunque esso sia, al fine di scuotere il sistema, si possa definire il “fenomeno Trump”, come è più o meno avvenuto negli Stati Uniti.

L’idea che un governo repubblicano o democratico si trasformi prima o dopo in una qualche forma di tirannia non è esattamente nuova. Thomas Jefferson sosteneva che ci dovesse essere una rivoluzione ogni generazione per tenere lo spirito del governo connesso ai cittadini.

Chiamatelo come volete – neoliberalismo, neoconservatorismo, globalismo – ma il nuovo ordine mondiale, come il recentemente defunto George H.W. Bush una volta l’ha definito, descrive una comunità mondiale nel quale esistono il libero mercato, il libero movimento dei lavoratori e la democrazia. Sembrano tutte belle cose, ma sono per natura autoritarie, distruttive delle comunità e dei sistemi sociali esistenti, mentre allo stesso tempo arricchiscono coloro che promuovono i cambiamenti. Sono anche la causa della maggior parte delle guerre combattute dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, guerre per “liberare” persone che non hanno mai chiesto di essere invase o bombardate.

E ci sono, ovviamente, grosse differenze tra i neoliberalisti e i neoconservatori, su come uno intenda giungere al Nirvana universale: i liberali attraverso un qualche processo dove la trasformazione avviene perché rappresenta ciò che loro vedono, forse cinicamente, come la nuova battaglia morale, la cosa giusta da fare. I neoconservatori, invece, vogliono rinforzare quelli che loro chiamano gli “standard internazionali” perché gli Stati Uniti hanno il potere di farlo, in un processo che rende loro e i propri alleati impossibili da sfidare. Quest’ultima cosa è promossa sotto il falso slogan che “le democrazie non combattono contro altre democrazie”.

Il fatto che i globalisti di qualunque tipo considerino il nazionalismo una minaccia contro le loro ambizioni significa che gli interessi interni vengono spesso ignorati o rigettati. Detto ciò, e concentrandoci su due questioni – il generale rifiuto dell’immigrazione, e il governo corrotto guidato dagli oligarchi – qualcuno potrebbe ragionevolmente sostenere che una gran parte dei cittadini comuni crede di essere sradicato, e di essere più povero, in quanto il lavoro è più difficile da trovare e le comunità sono state distrutte attraverso le ondate di migrazione legale e illegale.

Negli Stati Uniti, per esempio, la maggior parte dei cittadini crede che il sistema politico non funzioni per niente, e quasi nessuno pensa che, anche quando funzioni, operi per il benessere dei cittadini. Per la prima volta dalla Grande Depressione, gli americani non vedono possibilità di migliorare le proprie condizioni. Le proiezioni dei sociologi e degli economisti dicono che l’attuale generazione di statunitensi sarà più povera dei loro genitori. La rabbia e il desiderio di “fare qualcosa” per rendere il governo più vicino agli interessi dei cittadini è il motivo per cui Donald Trump è stato eletto presidente.

Ciò che sta accadendo in Belgio, Francia, con la Brexit in Inghilterra, nelle recenti elezioni in Italia, e anche dai segnali che giungono dall’Europa dell’est riguardo immigrazione politiche economiche europee, è tutto mosso dalle stesse preoccupazioni che hanno spinto gli americani. Il governo sta diventando il nemico. E non dimentichiamoci i paesi che sono stati messi al guinzaglio dall’ingegneria sociale di Angela Merkel – Irlanda, Spagna, Portogallo e Grecia. Tutte le economie più deboli sono state schiacciate dall’Euro, che ha tolto ai governi la possibilità di gestire la propria economia. Loro, e i loro cittadini, sono più poveri per questo motivo.

Ci sono stati momenti nella storia in cui le persone ne avevano abbastanza degli abusi e si sono sollevate. La rivoluzione americana, quella francese, il 1848. Forse stiamo vivendo qualcosa di simile oggi, una rivolta contro la pressione per conformarsi ai valori globalisti che sono stati accolti a beneficio delle élite e dell’establishment in buona parte del mondo. Potrebbe essere difficile combattere, e a volte i conflitti diventano sanguinari, ma i loro risultati determineranno il corso del secolo. La gente avrà potere nel nuovo mondo globalizzato, o sarà l’1% con i loro governi e i loro media che trionferanno?

(di Philip Giraldi – Traduzione di Federico Bezzi)