L’Europa: una crisi senza via d’uscita

L’Unione Europea ha sempre avuto difficoltà a venire incontro alle politiche democratiche dei suoi membri. Il problema è diventato serio nel 1999, con la creazione di una unione monetaria senza che si accompagnasse un’unione politica e fiscale. In seguito, all’inizio del 2011, la crisi del debito sovrano dell’eurozona ha trasformato quello che era un problema reale ma gestibile in una situazione dalla quale l’Unione Europea non aveva via di scampo. Bloccata in una unione monetaria che non funziona, l’UE non può né adattarsi alle democrazie dei suoi membri, né sopprimerle. Il risultato sarà la continuazione di ciò che è avvenuto nell’ultimo decennio: una crisi dopo l’altra, senza nessuna soluzione a lungo termine.

IL MALATO D’EUROPA

Il confronto tra il governo italiano e le autorità europee riguardo il deficit italiano è l’ultimo esempio dell’incapacità dell’Unione Europea di fare i conti con la democrazia. Entrambi i partiti della coalizione di governo, la Lega e il Movimento 5 Stelle, hanno fatto promesse elettorali basate sulle tasse e sulla spesa durante l’ultima elezione. Ma non possono mantenerle, dal momento che farlo significherebbe aumentare il deficit. Ciò andrebbe contro gli impegni che il precedente governo ha promesso alla Commissione Europea e le regole fiscali dell’Eurozona. L’Italia dipende in larga parte dalla Banca Centrale Europea per finanziare i propri prestiti, quindi non può uscire facilmente dall’Unione Europea.

E tuttavia, la maggior parte degli elettori italiani non vuole acconsentire al controllo europeo sulla politica italiana. Infatti, è stato solo dopo il 2011, quando la BCE e la cancelliera tedesca Angela Merkel hanno spinto il presidente Giorgio Napolitano a licenziare il riluttante premier Silvio Berlusconi e mettere al suo posto un governo tecnocratico, che il M5S ha iniziato la sua spettacolare ascesa. Oggi, il governo italiano crede che, più alza la testa contro l’Unione Europea, più voti attirerà alle prossime elezioni di maggio per il Parlamento Europeo.

Nonostante i problemi strutturali dell’Euro, i suoi membri non riescono a mettersi d’accordo su quali siano i suoi problemi – tanto meno a pensare a come sistemarli. Il presidente francese Emmanuel Macron ha presentato le sue proposte per la riforma dell’Eurozona come necessarie per affrontare le future crisi. Ma la sua convinzione, sul fatto che queste proposte siano necessarie, presume che vi sia consenso su cosa sia necessario sistemare.

Al di là di alcune questioni tecniche riguardo l’unione bancarie, riformare l’euro è una questione politica, e qualunque cambiamento dovrà essere legittimato democraticamente dai paesi che intendono assumersi la responsabilità delle riforme. Macron, per esempio, vuole un budget dell’Eurozona che sia finanziato dai contribuenti dell’Europa settentrionale e centrale. Ma quei paesi non intendono farlo. Molti di loro hanno formato un’alleanza, la New Hanseatic League, che include Estonia, Finlandia, Irlandia, Lituania, Lettonia e Olanda (e, per questioni esterne all’euro, Danimarca e Svezia). Questi paesi chiedono controlli più stretti sui budget nazionali, il che coinvolgerebbe i paesi dell’Europa settentrionale e probabilmente anche la Francia. Il conflitto non sarà risolto finché una parte o l’altra spiegherà ai propri elettori che, finché l’Eurozona includerà paesi con economie diverse, una parte dei suoi membri dovrà farsi carico di un fardello maggiore degli altri.

L’EUROPA NON FUNZIONA

I problemi dell’eurozona sono strutturali. Un’Europa con diverse valute può avere un sindacato efficiente grazie alla libertà di movimento. E il suo centro finanziario, a Londra, resta fuori. La strada verso la maggiore frattura dell’UE, la Brexit, è iniziata a causa dei problemi che queste falle strutturali hanno causato al primo ministro inglese David Cameron durante il suo primo governo. Una volta che è iniziata la crisi dell’Eurozona nel 2011, i destini economici di una larga parte dell’Eurozona si sono separati da quelli del Regno Unito grazie alla differenza della politica monetaria tra la BCE e la Bank of England. L’approccio conservatore della BCE ha spinto l’Eurozona in recessione, mentre la Bank of England ha aiutato l’economia britannica a consolidare la sua ripresa dalla crisi finanziaria. Il Regno Unito, quindi, è diventato la destinazione delle persone che non riuscivano a trovare lavoro nei paesi dell’Europa meridionale, dove la disoccupazione è rimasta altissima. Le politiche democratiche inglesi dovevano assorbire le conseguenze. Il risultato è che il referendum sull’Unione Europea si è trasformato, in buona parte, in un quesito sull’immigrazione.

Gli squilibri strutturali dell’UE sono stati aggravati dal modo in cui la crisi dell’eurozona ha spostato il potere politico all’interno dell’UE. L’Unione Europea sostiene che non ci fossero membri dell’Eurozona che non dovessero cambiare le cose per fronteggiare la più grave crisi esistenziale che l’Europa avesse mai visto. Oltretutto, la posizione della Germania come principale creditore dei salvataggi degli altri membri dell’Eurozona – e il fatto che la BCE è stata trattenuta dal compiere acquisti di bond su larga scala per paura di una reazione della Germania e della Corte Costituzionale tedesca – ha drammaticamente aumentato l’influenza tedesca all’interno della UE. Per molti anni, le politiche europee sono dipese da cosa la Merkel decideva o meno di fare. Avrebbe espulso la Grecia dall’euro? Avrebbe accolto i migranti e i rifugiati o avrebbe negoxiato con il presidente turco Erdogan per tenerli in Turchia? Avrebbe fatto delle concessioni alla Gran Bretagna per evitare una potenziale Brexit?

Insieme, questi due fattori – la concentrazione del potere nelle mani della Merkel e le contraddizioni strutturali di una Unione Europea con economie diverse – ha dato la spinta finale alla campagna del Leave. Gli ultimi sforzi di Cameron per rinegoziare la posizione del Regno Unito prima del referendum erano volti a reclamare alcuni aspetti della sovranità britannica, pur rimanendo all’interno dell’Unione. Cameron ha investito le sue speranze nell’influenza della Merkel.

Ma l’UE non è stata capace di venire incontro ai problemi interni del Regno Unito, e tutto ciò che Cameron ha mostrato agli inglesi era la perfetta dimostrazione dei limiti della politica britannica all’interno dell’Unione. Cameron ha chiesto alla Merkel di decidere come sarebbero dovuti essere i rapporti dell’Inghilterra con la UE. Ma l’UE non poteva affrontare il rischio di una secessione dell’Inghilterra dal momento che era, in termini pratici, incapace di ridurre la disoccupazione nell’Europa meridionale e, in termini costituzionali, incapace di permettere al Regno Unito di porre un limite ai trattati che donavano libertà di circolazione a tutti i cittadini dell’Unione Europea.

Ora la Brexit ha nuovamente diviso l’Unione Europea. Anche se l’UE è rimasta unita, la prospettiva dell’uscita del Regno Unito ha contribuito a produrre la New Hanseatic League, spingendo i paesi che prima erano alleati con Londra per la regolamentazione del mercato unico ad allearsi con i due restanti stati nord europei non euro, Danimarca e Svezia. Questo nuovo gruppo è una delle nuove difficoltà politiche dell’Unione Europea. Quando Macron è salito al potere, nel 2017, sembrava che la nuova priorità della politica dell’Eurozona fossero le concessioni che il governo tedesco avrebbe dovuto fare per ristabilire una partnership franco-tedesca funzionante. Ora, tuttavia, l’Eurozona ha trovato un nuovo giocatore dotato di veto, la New Hanseatic League.

La Francia ha reagito all’emergenza della NHL rendendo esplicito ciò che prima non si osava dire ad alta voce: la vecchia presunzione francese che l’Unione Europea si basa su una gerarchia in cui Francia e Germania conducono il gioco, e gli altri paesi devono evitare alleanze che possano mettersi di traverso. Ma l’UE è basata, almeno a parole, sull’unità europea, quindi i governi faranno fatica a spiegare al loro elettorato perché dovrebbero sottomettersi alla Francia.

Un modo in cui l’UE può porre fine alla sua crisi perpetua sarebbe quello di formare un’unione fiscale capace di rispondere alle politiche democratiche. Ma non c’è abbastanza supporto pubblico all’interno dell’UE per un’ulteriore perdita di sovranità sul budget nazionale e sulla condivisione del debito, come un’unione richiederebbe. Oltretutto, la crisi dell’Eurozona ha dimostrato che l’UE è politicamente incapace di effettuare cambiamenti che richiedano la revisione dei propri trattati.

In risposta alla crisi, le istituzioni europee hanno dovuto adottare misure di emergenza ad hoc. L’esempio più evidente è il programma di quantitative easing della BCE, che ha fornito un supporto cruciale al debito dei paesi dell’Europa meridionale. Il programma ha lasciato la BCE in una situazione scomoda, in quanto i suoi nuovi poteri non sono stati legittimati dai governi nazionali. Quando le politiche deliberative non si adattano al mutamento delle circostanze, le risposte improvvisate che emergono riflettono l’attuale distribuzione del potere ed evitano la responsabilità democratica, alimentando ulteriormente il discontento presso l’elettorato degli stati più deboli.

Ma l’UE non può nemmeno tornare indietro – ridare alcuni poteri ai governi nazionali per ristabilire lì la risposta democratica. Fare così richiederebbe dei cambiamenti dei trattati che sono difficili da ottenere senza un consenso politico che, attualmente, non esiste. Oltretutto, l’UE è già durata abbastanza da compromettere la legittimità democratica dei suoi paesi costituenti, specialmente quando le elezioni dei paesi escludono i cittadini UE che non posseggono la cittadinanza in quello specifico paese, ma sono liberi di vivere e lavorare lì. L’inevitabile conclusione è che l’Unione Europea è in trappola.

Nel suo stato attuale, non può rispondere efficacemente alle politiche democratiche perché le sue regole devono essere applicate indipendentemente da ciò che gli elettori decidono; ma la gente si aspetta naturalmente che i propri politici abbiano l’ultima parola sulle decisioni degli eurocrati. Dal momento che l’UE non può né muoversi verso un’unione più stretta, né ridare sovranità ai propri stati membri, ogni tentativo di risolvere le sue intrinseche contraddizioni finirà soltanto per distruggerla ancora di più.

(da Foreign Affairs – Traduzione di Federico Bezzi)