Londra: in marcia contro il tradimento della Brexit

Domenica 9 dicembre si è svolta a Londra la “Marcia contro il tradimento della Brexit“, evento per il quale hanno marciato migliaia di persone da Park Lane, proseguendo su Victoria Street, sino a Parliament Street.

Presente in prima linea Stephen C. Yaxley, conosciuto con lo pseudonimo di Tommy Robinson: attivista politico, fra i fondatori del movimento anti-islamista English Defence League dal quale si è distaccato nel 2013 e ora vicino al Partito per l’indipendenza del Regno Unito (l’Ukip reso celebredal politico inglese Nigel P. Farage).

Tommy Robinson

In un clima teso, le forze di polizia temevano provocazioni e scontri: difatti nello stesso momento, ma seguendo un diverso percorso, si è svolto un altro corteo nel quale ci si opponeva alla “deriva razzista” della politica inglese.

Fra gli organizzatori di questo corteo vi erano, come riportato dal quotidiano The Times of India, i membri del gruppo politico Momentum. Organizzazione di “sinistra“, con all’attivo quarantamila membri, fondata nel 2013: creatasi spontaneamente, dalla base, ha la finalità di “indirizzare” e condizionare le scelte politiche del Partito laburista britannico, con ora acapo Jeremy Corbyn.

La piazza dei sostenitori della Brexit, votata favorevolmente da 17 milioni di inglesi (il 51,89% dei voti, contro il 48,11% dei sostenitori del Regno Unito nella UE), era unanime nel condannare come “traditrice” il Primo ministro Theresa May, colpevole di titubanza nel processo di uscita dall’Unione europea.

Si scandivano cori come “Cosa vogliamo? La Brexit! E quando la vogliamo? Adesso!“, oppure era scritto su uno striscione “Theresa ‘treason‘ May” (ossia Teresa ‘tradimento‘ May); il britannico Evening Star cita anche il caso di un manifestante, Laukan Creasey, che ha portato anche una piccola forca con annesso cappio, in segno di denuncia contro la May.

In Gran Bretagna la rabbia è evidente: dividersi sulla presenza di Robinson l’estremista e parlare di “deriva di destra” del Regno Unito, è una perdita di tempo. I milioni di votanti per il “leave“, ossia per l’abbandono della Ue, non hanno sicuramente uno stantio colore politico: si tratta di cittadini britannici, stufi di essere a rimorchio dell’Unione europea, oggi simile al corpo rantolante di uno strozzino.

Lo stesso Farage, leader storico dell’Ukip e una delle bandiere politiche della Brexit, aveva annunciato appena 5 giorni prima della marcia di protesta a Londra, la sua decisione di abbandonare il partito. Determinato a compiere questo atto dall’avvicinamento sempre di Roberts e della disponibilità offertagli dal capo del partito, Gerard Batten.

Dividi et impera enunciavano i latini e non senza ragione: nello stesso schieramento di tutti quelli in piazza “Contro il razzismo“, c’erano senza dubbio oppositori alla permanenza del Regno Unito nella UE; le bandiere degli anarchici, dei socialisti e dei laburisti “più a sinistra” mal si coniugavano a quelle blu con le stelline europee.

L’attenzione dei movimenti popolari inglesi dovrebbe focalizzarsi sui destini ai quali va incontro nel suo insieme la classe lavoratrice inglese e tutta la nazione: come ha riportato la radio tedesca, Deutsche Welle, martedì 11 dicembre la Corte di giustizia europea (il supremo organo giurisdizionale della UE, con sede in Lussemburgo) ha emesso un verdetto, roboante come un tuono minaccioso.

Secondo i giuristi europei, il Regno Unito potrebbe interrompere il processo di uscita dalla UE in qualsiasi momento, senza dover mediare nulla con nessuno stato dell’Unione o aspettare un qualsivoglia placet. Una statuizione, quella della Corte, che è arrivata appena in tempo: prima che vi fosse il voto nel parlamento britannico, su proposta di Theresa May, per l’approvazione dell’accordo sulla Brexit. Il voto è stato infatti rimandato.

Una tegola immensa pende sulla testa del popolo inglese: mentre il cuore dell’Europa occidentale è in fiamme, con l’indignazione popolare di Francia contro il primo europeista della classe ossia Macron, qualsiasi scelta politica per il governo inglese può essere pericolosa.

Approfittando della decisone della suprema corte europea, la May potrebbe congelare il processo d’uscita scatenando una gigantesca ondata di risentimento, per l’ennesima decisione dall’alto: gli inglesi, in questo modo, si sarebbero recati inutilmente al voto quel 23 giugno del 2016.

(di Pietro Vinci)