L’Italia è un fato, secondo Scianca

Mai titolo fu più azzeccato di quello dell’ultimo libro di Adriano Scianca. L’autore, non nuovo a sintesi efficaci da questo punto di vista (si può ricordare anche L’identità sacra, AGA, 2016), in questo caso è ancora più diretto e concreto.

La Nazione fatidica, ossia l’Italia, è qualcosa di molto più antico di quanto le derive crociane abbiano semplificato, relegando la storia forse più importante dell’Occidente e del Mediterraneo a una mera espressione geografica “alla Metternich”, con un valore inferiore forse perfino a quello degli Stati Uniti d’America, nati “ex novo” nel 1776 da un’esperienza coloniale pressoché priva di radici comuni.

Perché l’Italia è un fato, un punto di partenza e di arrivo costante, Scianca lo spiega dalla prima all’ultima pagina, dando un contributo essenziale a una controcultura oggi più che mai necessaria per contestare e sottrarre anzitutto dall’insegnamento quella “pedagogia della divisione”, del campanilismo, che tiene il Paese ancorato a una visione che rende impossibile qualsiasi sviluppo nazionale, fermo al 1945 per note ragioni che in questa sede non possiamo approfondire per l’ennesima volta.

Non è che “gli italiani non esistono” come si ossessionano ad insegnarci da quando siamo nati, ma “non devono esistere”, come Scianca scrive già immediatamente, nell’introduzione, tanto per mettere in chiaro subito il concetto, e l’Italia stessa “c’è sempre stata” come ribadisce già alla prima pagina ufficiale del testo.

Mirabile la contestazione della semplificazione estrema del famoso “2,5%” di italofoni pieni al 1861, lanciata da un pur grande linguista come Tullio De Mauro e assurta a regola generale valida per distruggere uno dei prodotti più importanti dell’identità della penisola: la sua lingua.

Non può mancare in tal senso un’ adeguata citazione di quel Dante Alighieri a cui tutti dovremmo guardare con riverenza, ma anche un approfondimento nell’affrontare il concetto della “personalità dei popoli” (pagina 62) esistente e suscettibile di evoluzioni. Sicuramente, gli italiani sono legati alla città, in una continua tensione tra espressioni locali e nazionali, sia prima che dopo l’Unità.

E lo dimostra il fatto che al 1860 in Italia ci fossero “settemilasettecentoventuno comuni contro gli appena milletrecentosette della Francia“, fatto che dimostra, per Scianca, che la fama degli italiani quali “costruttori di città” sia indubbiamente meritata (pagina 64). Repubbliche marinare, Comuni, Signorie sono l’emblema di questo carattere espresso nei secoli.

Ma l’Italia ha anche una visione universale del suo ruolo del mondo, l’ha sempre avuta, al netto delle sottomissioni e degli stenti che spesso ha patito. Esploratori l’hanno caratterizzata prima dell’unità come successivamente, con un carattere quasi sempre “amatoriale” nel senso di non sottoposto a precise politiche espansionistiche ma ad ispirazioni del tutto personali, pur non negando la politica coloniale che il nuovo Stato cercò di mettere in piedi praticamente subito e già con Cavour.

Ovviamente, in un’ opera di radici non possono mancare altri punti di riferimento letterari, ed ecco che in tal senso il capitolo su Giacomo Leopardi diviene prezioso e anche innovativo, anche perché atto a contestare il ridimensionamento del suo ruolo da parte della cultura ufficiale, ridotto per l’autore a “immaginetta di struggimento sentimentalistico” (pagina 83).

E altrettanto ovviamente, non si può non dedicare spazio al disastro del pensiero antifascista, capace di distruggere una progressione nazionale che era sempre esistita, al netto delle differenze, nei primi 85 anni di vita del nuovo Stato. Un aspetto su cui sono d’accordo tutti i maggiori studiosi, dall’Emilio Gentile citato nel testo (non certo ideologicamente affine a una visione fascista) ad altri più massmediatici come Ernesto Galli Della Loggia, il quale non ha mai negato l’assurdità di pretendere di trovare nella cosiddetta Resistenza un valore fondativo nazionale.

Ci siamo decisamente allargati e dobbiamo fermarci. Il resto lo potrete leggere, e non è poco. Non è solo un caldo consiglio ma una dovuta segnalazione.

Perché La Nazione fatidica è un’opera densa, ricca di riferimenti e citazioni, di fonti, di profondità, da uno degli autori più giovani ma anche più preparati sull’argomento – oggettivamente sconfinato – dell’Italia e del suo popolo, ridimensionato ad essere una specie di incidente della storia da tutti coloro che non sognano altro che la sua distruzione.

Un’opera fondamentale che dovrebbe essere diffusa nelle scuole, senza false retoriche o sviolinate. Per riprendere un discorso che ci hanno estirpato, silenziosamente ma violentemente, da troppo tempo. E per capire che non siamo una Jugoslavia che “ce l’ha fatta”, ma qualcosa di infinitamente più elevato, bisognoso di rispetto e di riverenza.

(di Stelio Fergola)