Gilet Gialli: l’apice della lotta all’austerità

In questi giorni, la Francia tutta si è progressivamente mobilitata, aumentando esponenzialmente il numero dei partecipanti alle proteste dei gilet gialli e facendo risonare con forza le loro rivendicazioni, le loro richieste e l’immensa energia con la quale stanno spingendo affinché esse vengano esaudite. La capillarità della diffusione della loro ribellione e del loro malcontento ha avuto echi significativi anche in Belgio e Germania, dove l’indumento che la popolazione francese ha assunto come suo segno identificativo, il gilet giallo per l’appunto, è stato indossato da tedeschi e fiamminghi scesi per strada.


A differenza di quello che si vorrebbe far credere, la protesta del popolo d’Oltralpe non si incanala soltanto verso l’aumento del carburante: un provvedimento tra i tanti, ma preso ad esempio da molte testate d’opinione e d’informazione per edulcorare le misure di austerità che il governo francese di Emmanuel Macron vorrebbe redigere e varare – in conformità con i parametri europei – e quindi tacciare i “ribelli” come semplici violenti.
Tuttavia, le ragioni sono ben più profonde, e ben più gravi, di un semplice aumento del prezzo dei carburanti.


L’economista eterodosso Jacques Sapir, in suo suo tweet, argomenta che le rivendicazioni dei gilet gialli non sono compatibili con la permanenza della Francia nell’euro – non una semplice moneta, ma un accordo di cambi fissi che ha attribuito all’ente privato della BCE il compito di emettere la valuta, sottraendo di fatto agli Stati la sovranità in materia (per quanto esistano delle possibilità che i trattati non contemplano e che al grande pubblico sono del tutto ignote: l’organizzazione Moneta Positiva li ha mostrato in una lunga conferenza alla Camera dei Deputati italiana).

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Perciò, conclude lo studioso transalpino, la mobilitazione francese è OBIETTIVAMENTE una mobilitazione contro l’euro, una cosa che peraltro la popolazione stessa ha ben chiara.

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Ordunque, non si tratta soltanto di ridurre le accise dei carburanti, ma i gilet gialli richiedono un insieme di provvedimenti ben più esteso, che dovutamente sono stati esplicitati in un documento pubblicato dall’Huffington Post: si chiedono il taglio delle tasse, il taglio degli stipendi dei membri del governo, una nuova assemblea dei cittadini, maggiori referendum, l’aumento delle pensioni, lo stop al glifosato, una salario minimo dignitoso, niente più politica di austerità, più sussidi ai disabili, aiuto ai clochard, taglio delle tariffe di luce e gas, divieto della vendita dei beni demaniali, divieto di delocalizzazioni, affrontare all’origine il problema dell’immigrazione e controllare le frontiere rimandando indietro coloro che non hanno diritto di stare sul suolo francese, e tanti tantissimi altri ancora.

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Stanti queste condizioni, non sorprende la definizione dell’intellettuale Alain de Benoist, da sempre contrario alla globalizzazione culturale ed alla scomparsa delle identità dei popoli in favore dell’omologazione de-umanizzante, le cui parole vengono riportate in un articolo di Libero dal professore universitario Paolo Becchi: «populismo allo stato puro», nel senso più squisitamente chomskiano del termine, dove il popolo si sta ribellando contro le èlites, tornando finalmente a parlare ed a far sentire la propria voce.

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Come ha reagito il governo di Macron a queste densissime ed intense proteste su tutto il territorio nazionale? In più occasioni, con la forza, come dimostra il fatto più recente, ripreso da un video che ha sconvolto la Francia: a Mantes La Jolie, comune francese del dipartimento di Yvelines, ben 153 studenti, frequentanti il liceo di Saint Exupéry, sono stati costretti dalle forze dell’ordine ad inginocchiarsi con le mani sul collo e sulla nuca.


Immagini che, se fossero state riprese in un qualunque stato mediorientale od africano, avrebbero probabilmente indignato il mondo intero, o peggio giustificato “interventi umanitari” ed “esportazioni di democrazia” (basti ricordare, giusto per rimanere tangenti al caso francese, il contributo militare decisivo che Sarkozy in Nord Africa dette nel 2011 per rovesciare Gheddafi, capo della rivoluzione libica, barbaramente ucciso).


Tuttavia, sempre più dipendenti delle forze dell’ordine stanno non soltanto comprendendo le ragioni delle furenti proteste dei gilet gialli, ma soprattutto si stanno pure schierando apertamente dalla loro parte:
• un comunicato stampa della polizia di Vigi recita che «È tempo di organizzarsi e di essere solidali con loro, a beneficio di tutti», annunciando uno sciopero permanente contro il presidente Macron.
• un corpo di pompieri si è recentemente frapposto tra i gilet gialli e la Polizia, intonando a squarciagola l’inno nazionale, la “Marsigliese”.

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Il presidente francese, al picco della sua impopolarità nella sua parabola discendente, è circondato: non soltanto da forze politiche euroscettiche e cavalcanti nei sondaggi quali i partiti di Melenchon e Le Pen, ma adesso anche dai cittadini francesi, che stanno veementemente protestando contro la sua persona, ma in particolar modo contro le politiche di austerità che la struttura europea impone, tanto alla Francia quanto agli altri Paesi membri.


In definitiva, il manifesto dei gilet gialli è quanto mai esplicito: si chiedono provvedimenti popolari, e sovrani, in materia di economia e lavoro, di politica, di ecologia e di geopolitica (una sezione peraltro estremamente interessante, nella quale si chiede di abolire il Franco CFA che schiavizza ed impoverisce l’Africa ed uno stop ad un flusso immigratorio che, se incontrollato, non potrebbe che condurre a tensioni sociali, povertà e guerra fra poveri).

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Un vero e proprio documento programmatico ufficiale, che intende sancire l’avvio, in Francia, di una prima vera battaglia tra mondialismo capitalistico senza controllo (l’ideologia cui si ispira – attraverso trattati, sostanzialmente irriformabili, che privilegiano una malata competizione mercatistica privata piuttosto che la cooperazione fra Stati sovrani ed in pace – l’UE, della quale Macron si è posto spiritualmente a capo) e sovranità popolare, democratica, costituzionale e libera.


Come con l’assalto alla Bastiglia del 14 luglio 1789, la rivoluzione politica continentale potrebbe partire dalla Francia (con – perché no? – un decisivo contribuito politico e pragmatico dell’Italia, ove la consapevolezza sta diffondendosi in più modi e con più contributi). Hegel , quasi due secoli fa, ebbe a definirla «necessaria, ma non sufficiente»: necessaria all’abbattimento dell’Ancient Regime, non ancora sufficiente a conferire al popolo tutto libertà, democrazia e dignità.


I gilet gialli non saranno certamente sufficienti, da soli, al ribaltamento dei dogmi neoliberisti che imprigionano in catene i popoli, tenendoli nella caverna di Platone e non fornendo loro una visione alternativa del mondo e di se stessi; ma, altrettanto certamente, potrebbero essere necessari e contribuire (ma lo stanno già facendo) ad un più consapevole risveglio delle coscienze: contro l’austerità e, finalmente, per il bene reale dei cittadini.

(di Lorenzo Franzoni)