I Gilet Gialli? Simbolo del fallimento della globalizzazione

Sono ormai più di 20 giorni che i Gilet Gialli hanno iniziato la propria protesta nel cuore di Parigi, della Francia e, forse, anche un po’ nel resto d’Europa. Oggi ennesima manifestazione, Louvre e Tour Eiffel chiusi, paura tra gli stessi manifestanti per l’eventuale morto che condannerebbe il movimento ai soliti piagnistei di cittadini e partiti schiavi e complici. Dall’altro lato, uno Stato che in pratica schiera un esercito di forze di polizia, con decine di migliaia di uomini in campo.

Eppure la stampa italiana – quanto meno quella scritta – relega la notizia in secondo piano: in evidenza solo su Il Messaggero, peraltro solo nella giornata di ieri, mostrava un riquadro in home apprezzabile (oggi sparito nel nulla): sul resto dei menabò nostrani il modo migliore per trovare aggiornamenti sulla protesta è utilizzare il tasto “cerca”. Come a dire, non possiamo non parlarne, ma è meglio non fare troppo rumore.

Una protesta non priva di limiti, di insufficienze, di mancati appoggi elitari assolutamente necessari se si vuole che un progetto vagamente rivoluzionario – di qualsiasi natura esso sia – abbia possibilità di successo.

Ma anche di tanta esasperazione. Anziani che aiutano a mettere su le barricate, negozianti che collaborano, qualche auto bruciata ma anche video piuttosto sospetti di possibili infiltrati che agitano le marce., con il chiaro intento di produrre la violenza necessaria – con morto incluso appunto – a delegittimare la protesta. Ed adesso si aggregano anche gli studenti. 100 di loro, ieri, sono stati messi in ginocchio dalla polizia: scene da regime totalitario in un Paese che si è sempre proclamato democratico.

Un’ammissione a questo punto è necessaria: il sottoscritto ha sempre detestato tutte le manifestazioni “anticapitaliste” o “antiglobal” venute fuori da Genova 2001 in avanti. Se non altro le ha sempre ritenute meri specchietti per le allodole, organizzate da incivili con l’unico “merito” di aver sfruttato la buona fede di pochi genuini e la rozzezza infame di molti altri.

Ma a Parigi qualcosa di diverso sta accadendo: una differenza qualitativa, se vogliamo, tra i blackbloc di 17 anni fa (e le sue innumerevoli brutte imitazioni) e i gilet gialli attuali.

La questione, ovviamente, non è la violenza: non esiste nessuna rivoluzione al mondo che si sia concretizzata distribuendo fiorellini, nemmeno quella pseudo rivolta denominata “Resistenza” tanto cara ad antifà e democretini liberali vari.

I “protestanti” in questo caso non pare siano semplici balordi pronti a mettere a ferro e fuoco ogni cosa, inclusi negozi ed automobili di persone innocenti ed estranee.

L’iniziale casus belli – ovvero il caro benzina – non è stata altro che la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non a caso ad essa è seguito ben altro, addirittura un programma politico, una serie di richieste concrete a Macron, riportate da Tgcom24 con questo grafico:

Proposte, inutile dirlo, irrealizzabili nel sistema globalizzato ed ipercapitalista in cui siamo costretti a vivere da 30 anni, ancora peggio se schiacciato da quel cancro che si chiama Unione Europea: pensioni minime a 1.200 euro, protezione delle industrie francesi, salario minimo a 1.300 euro.

Salari minimi, pensioni minime. Per carità. Cose da pazzi per citare una bella opera teatrale del sottovalutato Vincenzo Salemme. Pian pianino è emerso qualcosa. C’è un’aria piuttosto inedita rispetto ai decenni di manifestazioni inutili che ci siamo sorbiti in tutto l’Occidente. Interessante la richiesta di concrete riforme strutturali, come l’abolizione del Senato, segno forse che anche la farraginosità della democrazia liberale comincia a stare stretta in Occidente, soprattutto se accompagnata a un periodo di crisi.

La verità credo sia palese a tutti: la globalizzazione ha impoverito gran parte dell’umanità, anche nel mondo sviluppato ed avanzato. Ed è alla luce di tale impoverimento lento, graduale ma inesorabile, che iniziano ad alzare la voce i disperati e gli oppressi, quel popolo prima diviso in tante classi sociali e ora racchiuso in una soltanto: quella dei non ricchissimi. 

Qualcuno ha giustamente osservato come le rivoluzioni settecentesche fossero anch’esse nate da questioni particolari per poi evolversi in maniere inaspettate.

Aggiungerei che la presa della Bastiglia del 4 luglio 1789 fu il risultato di un processo di trasformazione che si era consolidato almeno da mezzo secolo: occorreva soltanto stabilire il nuovo ordine gerarchico.

In questo caso siamo di fronte ad una progressiva consapevolezza popolare che solo l’economia poteva generare, in quanto unico valore a cui siamo stati tutti formati dalla culla. Una trasformazione, certo, ma di natura diversa.

Se il sistema sarà costretto a reprimere, in ogni caso, manifesterà la sua più grande debolezza. Intanto in Belgio, Olanda, Germania e perfino in Svezia si odono echi emulativi.

La speranza è che a tutto questo segua un movimento culturale adeguatamente energico, per far sì che le cosiddette “conquiste” del mondo globalizzato tornino da dove sono venute.

Con disprezzo.

(di Stelio Fergola)